Archivi categoria: Francia – Arthur Rimbraud

Arthur Rimbaud – Rimembranze del vegliardo idiota

Arthur Rimbaud
Rimembranze del vegliardo idiota

Perdono, babbo !
Giovane, alle feste campestri,
Fuggivo il tiro a segno banale e generoso,
Ma non quei luoghi urlanti dove i ciuchi, dai fianchi
Spossati, dispiegavano il lungo tubo rosso
Che ancora non capisco!…

E poi la madre mia,
La cui camicia aveva un sentore amarognolo
Benché sgualcita in basso e gialla come un frutto,
Mia madre che saliva nel letto con un suono
— Ma figlio del lavoro, — mia madre, con la coscia
Di donna anziana e le anche massicce dove i panni
S’increspano, mi diede calori che si tacciono.

Ma più cruda vergogna e più calma, era quando
La mia sorella piccola, di ritorno da scuola,
Dopo aver consumato gli zoccoli sul ghiaccio,
Pisciava ed osservava sfuggir da quel suo labbro
Sottano, stretto e rosa, un rivolo d’orina…!

Oh, perdono!
Pensavo talvolta al mio papà:
La sera, il giuoco a carte, le frasi libertine,
Il vicino, ed il bimbo scacciato, cose viste…
— Sì, un padre può turbare! — e cose immaginate !…
Quel ginocchio che spesso mi blandiva, le brache
Che il mio dito voleva aprire alla fessura…
Per aver la capocchia nera e dura del babbo,
No ! —, la cui man villosa mi cullava!…

Non dico
Del vaso, piatto a manico intravisto in solaio,
Degli album foderati di rosso, della cesta
Di filacce, e la Bibbia, e quel posto, e la serva,
Maria, il crocifisso…

Oh! mai nessuno fu
Così frequentemente turbato, quasi attonito!
F che adesso il perdono mi venga accordato:
Poiché i sensi mefitici mi hanno avuto lor vittima,
Mi confesso svelando quei giovani misfatti!..
.
E poi! — mi sia permesso parlare al mio Signore!
Perché la pubertà tardiva e la sventura
bel mio glande tenace e troppo consultato?
Perché l’ombra sì lenta al basso ventre? e i folti
Terrori che coprivano sempre la gioia, simili
A ghiaia nera? Io, fui sempre stupefatto!
Che sapere?
Scusato?…
Riprendi il reggi piedi
Azzurro, babbo mio
Oh, infanzia mia ! — su,
tiriamoci la coda!
Annunci

Arthur Rimbrand – I seduti

clip_image002

Arthur Rimbrand
I seduti
Neri di natte, il volto butterato, con cerchi
Verdi agli occhi e le dita abbarbicate al femore,
L’occipite coperto di scorbutiche placche,
Come di vecchi muri lebbrose fioriture;

Han saputo innestare, con amori epilettici,
La carcassa barocca agli scheletri neri
Delle sedie; coi piedi allacciar strettamente
Quelle sbarre rachitiche, la sera e la mattina.

Questi vegliardi han sempre fatto treccia coi seggi,
Sentendo i soli ardenti lucidargli la cute,
O, gli occhi fissi ai vetri dove la neve sbiadisce,
Tremando col dolente tremolare dei rospi.

E le sedie con loro son gentili: ingrommata,
La paglia cede ai lati di quelle estremità;
L’antico sole, spento, si riaccende, rinchiuso
Nelle trecce di spighe in cui fermentò il grano.

I Seduti, coi denti alle ginocchia, verdi
Pianisti tambureggiano colle dita la seggiola;
Si ascoltare sciabordare barcarole patetiche
E quei loro zucconi ondeggiano rapiti.

Che nessuno li scomodi! Sarebbe un naufragio…
S’ergono mugolando come un gatto punito,
Aprono lentamente e con rabbia le scapole,
Le brache si rigonfiano alle reni ampollose ;

Li sentite cozzare i crani spelacchiati
Ai muri scuri; i piedi ciabattano rabbiosi;
I bottoni degli abiti sono fulve pupille
Che carpiscon lo sguardo dal fondo di quei dedali!

Badate, hanno una mano che, invisibile, uccide.
Al ritorno, lo sguardo filtra il veleno nero
Che offusca gli occhi mesti della cagna picchiata,
E voi sudate, presi in un atroce imbuto.

Si risiedon coi pugni persi dentro i polsini,
Pensano alle persone che li hanno disturbati,
E, da mattina a sera, grappoli di bargigli
Fremono da schiattarne a quei menti sparuti.

Quando l’austero sonno china quelle visiere,
Sognan sopra le braccia di fecondare seggiole
E di aver tutto intorno amorini di sedie
Che circondino gaie le alfiere scrivanie ;

Fiori d’inchiostro sputando pollini come virgole,
Li cullano, seduti a ridosso dei calici
Come lungo i giaggioli un volo di libellule.
— E il loro membro s’irrita sulle spighe barbate.

Arthur Rimbraud – I poveri e il Signore

Arthur Rimbraud

I poveri e il Signore
Stabbiati in mezzo ai banchi, nel fondo della chiesa
Fetida e intiepidita dai fiati, con gli sguardi
Rivolti verso il coro sfavillante e i cantori
Che dalle venti fauci urlano gli inni sacri,
*
Fiutando come pane l’odore della cera,
Umiliati e contenti come cani battuti,
I Poveri al buon Dio, sommo padrone e sire,
Offrono i loro oremus risibili e cocciuti.
*
Per le donne, è un sollievo lustrare bene i banchi,
Dopo i sei giorni neri in cui Dio le tormenta!
Cullano, attorcigliati dentro pellicce strane,
Delle specie d’infanti che piangon da morire.
*
Coi seni sozzi fuori, quelle mangiaminestra
Che pregan con lo sguardo senza pregare mai,
Osservano maligne pavoneggiarsi un gruppo
Di bambine coperte da cappelli deformi.
*
Fuori, il freddo, la fame, il marito in bisboccia.
Qui, si sta bene. Un’ora. Poi, mali senza fine!
Intorno a loro, ecco la sinfonia nasale
Di vecchie pappagorge disposte in bella mostra.
*
Ecco gli stralunati, ecco qui gli epilettici
Da cui ci si distoglie se li incontri per via;
E, pascolando avidi col naso nei messali,
Ecco i ciechi che un cane guida dentro i cortili.
*
Tutti, sbavan la fede tonta degli accattoni,
Recitando un lamento infinito a Gesù
Che sogna, in alto, giallo per la vetrata livida,
Lungi da quei cattivi macilenti o panciuti,
*
Lungi da quell’afrore di carni e stoffe putride,
Dai buffoni prostrati con gesti ripugnanti;
— Le preci s’infiorettan di locuzioni scelte
E il misticismo assume un tono più incalzante
*
Quando, dalle navate dove perisce il sole,
Con sorrisi verdastri nella seta banale,
Le Dame dei quartieri distinti, fegatose,
Fan baciare le dita gialle all’acquasantiera.

Arthur Rimbraud – Chi dorme nella valle

clip_image002
Arthur Rimbraud
Chi dorme nella valle
E una verde radura dove canta un ruscello
Che appende pazzamente agli steli i suoi cenci
D’argento; il sole scende dalla montagna altiera
E luccica nel borro che spumeggia di raggi.
A bocca spalancata, a testa nuda, un giovane
Soldato, colla nuca nel nasturzio azzurrino,
Dorme; sotto le nubi è disteso nell’erba,
Bianco nel letto verde su cui piove la luce.
Ha i piedi nei gladioli. Dorme. Sorride com
e Sorriderebbe un bimbo che sta male.
Sonnecchia. Cullalo tu, Natura, col tuo calore: ha freddo.
1 profumi non fanno fremer le sue narici.
Egli dorme nel sole, con la mano sul petto
Calmo. Ha due fori rossi, a destra, sul costato.
Ottobre 1870.

Arthur Rimbaud – Venere Anadiomene

Arthur Rimbaud
Venere Anadiomene
Come da un verde feretro di latta, una capocchia
Di donna dai capelli bruni ed impomatati ,
Emerge, lenta e tonta, da una vecchia tinozza,
Mostrando deficienze assai mal rabberciate;
*
Poi, grasso e grigio, il collo e le scapole larghe,
Aguzze; il dorso tozzo che s’avvalla o che sporge;
Le reni tonde sembrano voler spiccare il volo;
Sotto la pelle il grasso appare a falde piatte;
*
La schiena è un po’ rossastra; dal tutto viene un lezzo
Stranamente tremendo; si notan soprattutto
Cose assai singolari, da studiar con la lente…

Inciso sulle reni, si legge: Clara Venus;
— Tutto quel corpo s’agita e porge l’ampia groppa
Schifosamente bella per una piaga all’ano.
27 luglio 1870.

Arthur Rimbaud – Alla musica

clip_image002

Arthur Rimbaud
Alla musica

Piazza della Stazione, a Charleville.

Per la piazza divisa in striminzite aiuole,
Dove tutto è agghindato, gli alberi come i fiori,
Tutti i bolsi borghesi soffocati dall’afa,
Vanno, il giovedì sera, stupidi ed invidiosi.
*
— L’orchestra militare, nel mezzo del giardino,
Dondolai suoi cheppí al suon di qualche valzer;
— Intorno, in prima fila, Zerbino fa il pavone;
Il notaio s’appende ai ciondoli cifrati.
*
Gli agrari con gli occhiali sottolinear le stecche:
I burocrati gonfi guidar le spose obese;
Accanto a loro vanno, cornàc officiosi,
Dame con gale simili ad insegne vistose;
*
Sulle panchine verdi, gruppi di pensionati
Attizzano la ghiaia col bastoncino a pomo,
E serissimamente discutendo i trattati
Tabaccan dall’argento e riattaccano: "Dunque!…"
*
Stendendo sulla panca i fianchi ben pasciuti,
Un borghese attillato dal pancione fiammingo
Si bea della sua pipa donde traboccar fili
Di tabacco — non sa? roba di contrabbando !…
*
Lungo le aiuole verdi van ridacchiando i bulli;
Con il cuore in solluchero al canto dei tromboni,
Gli ingenui soldatini, che rumano una rosa,
Fan carezze ai bambini per adescar la serva..
*
Io seguo, trasandato come uno studentello,
Sotto gl’ippocastani le briose ragazze:
Lo sanno bene e volgono, ridendo fra di loro,
Verso di me uno sguardo colmo di indiscrezioni.
*
Io non dico parola : osservo solamente
La bianca carne ai colli ricamati di boccoli:
Inseguo, sotto il busto ed i leggeri fronzoli,
Quelle schiene divine dove s’incurva l’omero.
*
Ben presto scovo i piedi, ecco le calze fini…
Arso da bella febbre, ricostruisco il corpo.
Loro mi trovar buffo e bisbigliano insieme…
— Allora sento i baci salirmi alle labbra…
Tratto da Arthur Rimbaud
Opere
Universale Economica Feltrinelli
1964

Arthur Rimbaud – Prima serata

clip_image002

Arthur Rimbaud
Prima serata

La signorina era molto discinta;
Le grandi piante, senza discrezione,
Buttavano le chiome contro i vetri,
Maliziosette, vicino, vicino…
*
Stava seduta sul mio seggiolone,
E, mezza nuda, giungeva le mani.
Al suolo di piacer rabbrividivano
I suoi piedini leggeri, leggeri.
*
Guardavo un raggio, color della cera,
Muoversi come un piccol vagabondo
E sfarfallare sopra il suo sorriso
E sul suo seno, — mosca sul rosaio.
*
Baciai allora le caviglie fini.
Lei ebbe un dolce ridere brutale
Che si sgranava in un limpido trillo
, Come un chiaro tinnire di cristallo.
*
I suoi piedini sotto la camicia
Si rifugiaron: "Smettila, ti dico!"
La prima audacia era stata permessa,
– Ma ridendo fingeva di punire!
*
Io la baciai dolcemente sugli occhi
Che palpitavan timidi al mio labbro:
Ella ritrasse la sua testolina,
Ed esclamò: "Ma questo è ancora meglio!…
*
Ho da dirti qualcosa, Signorino…»
_Il resto glielo dissi sopra il seno
Con un bel bacio che la fece ridere
Di un riso generoso e ben disposto…
*
—La signorina era molto discinta;
Le grandi piante, senza discrezione,
Buttavano le chiome contro i vetri,
Maliziosette, vicino, vicino…