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Arthur Rimbaud – La mia bohème

Arthur Rimbaud

La mia bohème

(Fantasia)

Me ne andavo, i pugni nelle tasche sfondate;
E anche il mio cappotto diventava ideale;
Andavo sotto il cielo, Musa! ed ero il tuo fedele;
Oh! quanti amori splendidi ho sognato!
*
I miei unici pantaloni avevano un largo squarcio.
Pollicino sognante, nella mia corsa sgranavo
Rime. La mia locanda era sull’Orsa Maggiore.
Nel cielo le mie stelle facevano un dolce fru-fru
*
Le ascoltavo, seduto sul ciglio delle strade
In quelle belle sere di settembre in cui sentivo gocce
Di rugiada sulla fronte, come un vino di vigore;
*
Oppure, rimando in mezzo a fantastiche ombre,
Come lire tiravo gli elastici
Delle mie scarpe ferite, un piede vicino al cuore!

Arthur Rimbaud – Il battello ebbro

Arthur Rimbaud
Il battello ebbro
Poiché discendevo i Fiumi impassibili,

mi sentii non più guidato dai bardotti:
Pellirossa urlanti li avevan presi per bersaglio
e inchiodati nudi a pali variopinti

Ero indifferente a tutti gli equipaggi,

portatore di grano fiammingo e cotone inglese.
Quando coi miei bardotti finirono i clamori,
i Fiumi mi lasciarono discendere dove volevo.

Nei furiosi sciabordii delle maree

l’altro inverno, più sordo d’un cervello di fanciullo
ho corso! E le Penisole salpate
non subirono mai caos così trionfanti.

La tempesta ha benedetto i miei marittimi risvegli.

Più leggero d’un sughero ho danzato tra i flutti
che si dicono eterni involucri delle vittime,
per dieci notti, senza rimpiangere l’occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli la polpa delle mele mature,

l’acqua verde penetrò il mio scafo d’abete
e dalle macchie di vini azzurrastri e di vomito
mi lavò, disperdendo àncora e timone.

E da allora mi sono immerso nel Poema

del Mare, infuso d’astri, e lattescente,
divorando i verdiazzurri dove, flottaglia
pallida e rapida, un pensoso annegato talvolta discende;

dove, tingendo di colpo l’azzurrità, deliri

e lenti ritmi sotto il giorno rutilante,
più forti dell’alcol, più vasti delle nostre lire,
fermentano gli amari rossori dell’amore!

Conosco i cieli che esplodono in lampi, e le trombe

e le risacche e le correnti: conosco la sera
e l’Alba esaltata come uno stormo di colombe,
e talvolta ho visto ciò che l’uomo crede di vedere!

Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori,

illuminare lunghi filamenti di viola,
che parevano attori in antichi drammi,
i flutti scroscianti in lontananza i loro tremiti di persiane!

Ho sognato la verde notte delle nevi abbagliate,

bacio che sale lento agli occhi dei mari,
la circolazione di linfe inaudite,
e il giallo risveglio e il blu dei fosfori cantori!

Ho visto fermentare enormi stagni, reti

dove marcisce tra i giunchi un Leviatano!
Crolli d’acque in mezzo alle bonacce
e in lontananza, cateratte verso il baratro!

Ghiacciai, soli d’argento, flutti di madreperla, cieli di brace!

E orrende secche al fondo di golfi bruni
dove serpi giganti divorati da cimici
cadono, da alberi tortuosi, con neri profumi!

Quasi fossi un’isola, sballottando sui miei bordi litigi

e sterco d’uccelli, urlatori dagli occhi biondi.
E vogavo, attraverso i miei fragili legami
gli annegati scendevano controcorrente a dormire!

Io, perduto battello sotto i capelli delle anse ,

scagliato dall’uragano nell’etere senza uccelli,
io, di cui né Monitori né velieri Anseatici
avrebbero potuto mai ripescare l’ebbra carcassa d’acqua;

libero, fumante, cinto di brune violette,

io che foravo il cielo rosseggiante come un muro
che porta, squisita confettura per buoni poeti,
i licheni del sole e i moccoli d’azzurro;

io che correvo, macchiato da lunule elettriche,

legno folle, scortato da neri ippocampi,
quando luglio faceva crollare a frustate
i cieli oltremarini dai vortici infuocati;

io che tremavo udendo gemere a cinquanta leghe

la foia dei Behemots e i densi Malestrom,
filando eterno tra le blu immobilità,
io rimpiango l’Europa dai balconi antichi!

Ho veduto siderali arcipelaghi! ed isole

i cui deliranti cieli sono aperti al vogatore:
– È in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esìli,
milione d’uccelli d’oro, o futuro Vigore?

Ma è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.

Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
l’acre amore m’ha gonfiato di stordenti torpori.
Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera

nera e fredda dove verso il crepuscolo odoroso
un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia
un fragile battello come una farfalla di maggio.

Non ne posso più, bagnato dai vostri languori, o onde,

di filare nelle scia dei portatori di cotone,
né di fendere l’orgoglio di bandiere e fuochi,
e di nuotare sotto gli orrendi occhi dei pontoni.

Arthur Rimbaud – I doganieri

Arthur Rimbaud

I doganieri

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Quelli che dicon: ostia, quelli che tirar moccoli,
Soldati e, marinai, rottami dell’Impero.
Sono zero, arcizero, a petto dei Soldati
Dei trattati che fendono l’azzurro dei confini.
*
Colla pipa e la lama, gravi, senza problemi,
Quando l’ombra, nei boschi sbava come una vacca,
vanno, portando i mastini al guinzaglio,
sitar di notte qualche allegria terribile!

Alle leggi moderne segnalar le faunesse.
Prendon per il colletto i Fausti ed i fra Diavolo.

Questo no, vecchi miei ! A terra quei fagotti!"

*
Se sua serenità si avvicina ai giovani,
Si attiene il Doganiere ai vezzi controllati!
per i Rei che la sua mano sfiora!

.

Arthur Rimbaud – La brillante vittoria di Saarbriicken

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Arthur Rimbaud
La brillante vittoria di Saarbriicken
OTTENUTA AL GRIDO DI VIVA L’IMPERATORE!
Stampa belga a vivaci colori,

in vendita a Charleroi, 35 centesimi.

L’Imperatore, in mezzo, in un’apoteosi
Gialla e blu, se ne va, dritto sul cavalluccio
Sfavillante; beato, — non vede tutto in rosa? —
Feroce come un Giove e mite come un babbo;
Sotto, i bravi soldati che facevan la siesta
Presso ai tamburi d’oro ed ai cannoni rossi,
S’alzano buoni buoni. Pitou infila la giacca,
E, volto verso il Capo, s’ubriaca di titoli!
A destra, Dumanet, appoggiato sul calcio
Del fucile, si sente fremer la nuca a spazzola:
"Viva l’Imperatore!!!" grida. — Il vicino tace…
Simile a un sole nero, spunta un schakò… — Nel centro,
Boquillon rosso e blu, molto ingenuo, sul ventre
Si solleva, e, — mostrando il didietro —: "Di che?…"
Ottobre ’70.

Arthur Rimbaud – Gli stupri

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Arthur Rimbaud
Gli stupri

Gli animali fiabeschi montavano, anche al trotto,
con membri ben bardati di sangue e d’escrementi.
Gli avi nostri esibivano il sesso fieramente
Per la piega del fodero e la grana del sacco.
*
La donna medievale, fosse angelo o troia,
Voleva giovinastri di salda attrezzatura.
Anche a un Klebèr, secondo le brache un po’ mendaci,
non son mancate le risorse virili.
*
Al più fiero mammifero l’uomo d’altronde è pari;
L’enormità del membro a torto ci stupisce.
però che un’ora è risuonata sterile :
*
Cavallo e bue depongono l’usato ardori nessuno
ardirà più rizzare l’orgoglio genitale
Nei cespugli ove pullula l’infanzia buffonesca.
*
Queste chiappe son nostre, dunque non son le loro.
Spesso ho visto persone sbottonate alle siepi,
E nei bagni sfrontati dove il fanciul s’allieta,
scrutavo il bel disegno e l’effetto del culo.
*
Più sodo e in molti casi di un incarnato livido
E fatto di rilievi ovvi e ben tappezzati
Dal villoso graticcio; a quelle, è sol nel solco
che sboccia il raso lungo e folto.
*
Un’ingegnosità proprio meravigliosa
Come quella degli angeli che son nei quadri santi
Finge la guancia quando il sorriso l’incava.
*
Oh così esser nudi, cercar gioia e riposo,
fronte rivolta alla porzion gloriosa,
E’ l’unoe l’altro liberi mormorare singhiozzi?
*
ed increspato, garofano violetto,
Respira, rannicchiato umilmente nel muschio
ancor d’amore che segue il dolce clivo
Delle pallide chiappe fino al suo cuore orlato.
*
filamenti simili a lacrime di latte
Han pianto sotto il vento crudele che li spinge

Attraverso grumetti di una marna rossiccia

Perché vadano a perdersi dove il pendio li chiama.
*
Il mio sogno più volte abboccò la ventosa;
L’anima mia del coito materiale gelosa,
Fulva grondaia l’ebbe, e suo nido di pianto.
*
E l’estatica oliva ed il flauto blandiente,

E il tubo dove scende la pralina celeste,

E’ un Canaan femmineo rinchiuso nel madore.

Arthur Rimbraud – Vergogna

Arthur Rimbraud
Vergogna
Finché la lama non abbia
Tagliato questo cervello,
Pacchetto bianco, verde e pingue,
Dal vapore mai nuovo,
*
Oh! Lui, dovrebbe tagliarsi
Le orecchie, il naso, il labbro,
E ventre! e abbandonare
Le gambe! o meraviglia!)
*
Ma no; credo davvero che finché
Per la sua testa la lama,
Per il suo fianco le pietre,
Per le sue viscere la fiamma,
*
Non abbiano agito, il ragazzo
Molesto, bestia tanto sciocca,
Non dovrà neanche un attimo cessare
Dì far l’astuto e d’esser traditore,

Arthur Rimbaud – Furia cesarea

Arthur Rimbaud
Furia cesarea

L’Uomo pallido, lungo le belle aiuole in fiore,
Cammina, tutto nero, col sigaro fra i denti:
L’Uomo pallido pensa ai fiori della reggia
E talvolta lo sguardo spento gli si riaccende…

L’Imperatore è ebbro dei suoi vent’anni d’orgia!
S’era detto: "Ora soffio sopra la Libertà,
Ma delicatamente, come si spegne un moccolo”
La libertà rivive i — Lui si sente schiantato !

L’hanno preso. — Ma quale nome sulle sue labbra
Mute trasale? Quale rimpianto ora lo morde?
Nessuno lo saprà. Morto è l’occhio imperiale.

Pensa probabilmente al Compare occhialuto…
— Ed osserva levarsi dal suo sigaro acceso,
Come un tempo a Saint-Cloud, l’azzurra nuvoletta.