Archivi categoria: Ungheria

Attila Jozsef – Forse sparirò all’improvviso…

Attila Jozef
Forse sparirò all’improvviso…

 

Forse sparirò d’improvviso,
come le impronte nel bosco.
Ho sperperato tutto ciò
di cui dovrei rendere conto.

 

Già il mio corpo da bimbo
fu arso dal fumo corrosivo.
Tristezza mi sbrana la mente
se penso al mio destino.

 

Il desiderio vagante in terre lontane
mi ha azzannato ben presto.
Ora mi invadono rimpianti vibranti:
dovevo attendere ancora dieci anni.

 

Per sfida non ascoltavo
il consiglio materno.
Poi rimasi solo, orfano,
e derisi il mio maestro.

 

La giungla verde della mia giovinezza
credevo libera ed eterna,
ed ora con lacrime negli occhi ascolto
tra i rami secchi il rumore del vento.

 

Bernart Bartleby – 19/5/2016 – 14:18
Annunci

Attila Jozsef – Ninna Nanna

József Attila:
Ninna nanna
(Altató, 1935)

Chiude gli occhi il cielo,
Chiude gli occhi la casa,
sotto trapunta dorme il prato,
dormi piccolo Biagio.

Si abbassa la testa sulle zampe,
dorme l’insetto e l’ape,
con loro dorme il ronzio
dormi piccolo Biagio.

Dorme pure il tram
e mentre sonnecchia il rombo,
suona il campanello nel sogno,
dormi piccolo Biagio.

Sulla sedia dorme il cappotto,
si riposa anche lo strappo,
non si lacera più per oggi,
dormi piccolo Biagio.

Dormono la palla e il fischietto,
la gita e il bosco,
dorme pure il buon zucchero,
dormi piccolo Biagio.

Sarai gigante, e lo spazio,
come una biglia, in mano avrai;
basta chiudere l’occhio,
dormi piccolo Biagio.

Sarai pompiere o soldato,
pastore di bestie selvagge,
vedi si addormenta la mamma,
dormi piccolo Biagio.

Attila József – Talpa antica porta peste

Attila József
Talpa antica porta peste

Talpa antica porta peste
il pensiero non pensato,
ficca il muso nel mangiare
e da un uomo a un altro corre.
Per sua colpa non sa l’ubriaco,
mentre in vino strozza il tedio,
di sorbire la minestra
vuota, ai poveri atterriti.

E perché dalle nazioni
giusta linfa non spreme lo spirito,
una nuova infamia accampa
gli uni contro gli altri i popoli.
Gracchia a stormi l’oppressione, cala
come su carogne, ai cuori;
e sul globo la miseria
cola come a ebete bava.

Fitte all’ago del bisogno
le ali delle estati pendono.
Come insetti su chi dorme,
sulle anime le macchine
brulicano. In profondo,
gratitudine, fiducia
si nascondono, le lacrime
bruciano, lottano voglia
di vendetta e coscienza.

Come lo sciacallo vomita
alle stelle le sue urla,
al nostro cielo, dove gli strazi ardono,
guaísce inutile il poeta…
Oh voi, stelle! Rugginose, rozze
lame, quante volte
siete scese dentro l’anima!
(Si sa, qui, solo morire).

Eppure ho fede. Piangendo ti prego,
bel futuro, non esser cosí arido!
Ho fede, non ci impalano piú, oggi,
come i nostri avi, una volta.
Verrà la calma della libertà,
la sofferenza si affína…
E finalmente saremo dimenticati anche noi
nell’ombra quieta delle pergole.

Attila Jòzsef – Il cuore puro

Attila Jòzsef

Il cuore puro

Non ho padre né madre
né Dio né patria
né culla né sepolcro
né amante né baci.

E’ da tre giorni che non mangio
né troppo né poco,
sono potere i miei vent’anni.

Se nessuno li vuole
se li compri il diavolo,
con cuore puro scardino
servisse, uccido anche l’uomo.

Mi catturino e m’impicchino
con terra benedetta mi coprano
erba mortale cresca
sul mio bellissimo cuore.

Attila Jozsef – Rombando arrivano e partono treni

Attila Jozsef
Rombando arrivano e partono treni

Rombando arrivano e partono treni,
fabbriche latrano, impaurite,
il crepuscolo copre di fuliggine i tetti,
lo strillone grida sotto i lampioni,
macchine corrono qua e là alla rinfusa,
scampanellano i tram in una gran processione.
Gridano i tubi luminosi al neon,
sui muri che si sprofondano nelle strade laterali
si agitano i manifesti semistaccati:
dinanzi a te, dietro te, dappertutto – lo vedi
corrono uomini con facce da manifesto,
e – si vede – fra i grandi caseggiati
cantando alleluia, vociando, gemendo, imprecando,
ansimando, freddamente, furbescamente, gesticolando,
sulla cordata umana s’arrampicano in alto uomini,
e sul collo dei viali rabbiosi si gonfiano le vene.
Si sente come gridano i muti impiegati,
si odono i passi lenti degli operai che rincasano,
come se tutti fossero vecchi sapienti,
che non hanno più nulla da fare sulla terra.
Si odono le mosse morbide delle mani dei borseggiatori
e, più distante, il rumore delle mascelle di un contadino,
che appunto adesso si è falciato un pezzo
del prato del suo vicino.
Sento tutto, io che ascolto.
Nelle ossa dei mendicanti scricchiolano gli acciacchi,
le donne mi fiutano tutto all’intorno:
ma io sono venuto da troppo lontano,
mi metto a sedere dinanzi alla soglia del mio cuore e ascolto.

Attila Yozset – Come nel campo.

Attila Yozset
Come nel campo.

Chi è vivo, rimane sempre un bambino,
e vuole tornare nel grembo materno
o si ama o si uccide,
campo di battaglia o letto nuziale.
Sarai tu l’ottantenne, che
ucciso dalla nuova generazione,
mentre muori
generi milioni col tuo sangue.
Tu la spina nel piede
non ce l’hai più,
e dal tuo cuore
scappa anche la morte.
Quello che ti pare di vedere,
con la mano devi prendere,
quello che nascondi nel cuore,
uccidilo o bacialo forte.

Note: *per 80.compleanno di Freud

Radnóti Miklós: – Non posso saperlo


Radnóti Miklós:
Non posso saperlo
(Nem tudhatom …, 1944)
Per gli altri questo posto che significa,
non posso saperlo,
per me è la patria, questo piccolo paese,
il luogo della mia infanzia lontana e felice.
Come un ramo debole dal tronco dell’albero,
da esso sono cresciuto e spero che qua sarò anche sepolto.
Sono a casa. E se un cespuglio si china davanti a me,
conosco il suo nome, il suo fiore,
so chi cammina per la strada, e dove và,
e so cosa potrebbe significare il dolore
di un tramonto rosso sulle mura delle case.
Per chi vola su un aereo, è solo una mappa,
e non sa Vörösmarty Mihály** dove abitava;
per lui che significa? Fabbrica e caserma,
ma per me: cavalletta, bue, campanile e mite casale;
nel binocolo egli vede campi e fabbriche,
ma io anche il lavoratore zelante,
bosco, frutteto, uva e tombe,
tra le tombe una vecchietta, che pian piano piange,
e quello che da sopra è una fabbrica o ferravia
che distruggere si deve, per me è la stazione,
e davanti il ferroviere, con bandiera rossa in mano,
da tanti bambini circondato, egli invia il segnale,
e nel cortile della fabbrica ci gioca un cane.
E poi il parco: di vecchi amori conserva la traccia,
la mia bocca ricorda i baci al gusto di miele o fragola.
Sul marciapiede un giorno andando a scuola
per non essere interrogato salivo su una pietra.
Eccola qua, ma di sopra neppur essa si vede
non esiste apparecchio che la possa rilevare.
E’ vero, siamo peccatori, noi come gli altri popoli,
e riconosciamo la nostra colpa, quando, come, dove,
ma ci sono anche innocenti, lavoratori o poeti,
e lattanti, in chi crescerà la ragione,
la conserveranno, nascosti in buie cantine,
finchè non arrivi la pace nel nostro paese,
risponderanno freschi loro alla nostra soppressa voce.
Coprici con le tue grosse ali, nuvola della notte