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Vaci Mihàily – Leggero, come il vento

 

Vaci Mihàily

Leggero, come il vento

Leggero, biondo, come il vento
mi sono alzato contro il mondo.
Girovago senza sosta, ma senza fretta,
alzo la polvere, brillo nel sole,
mi accarezzano tutte le foglie.
*
Leggero, biondo, come il vento
volo attraverso il bosco
mi ostacolano a centinaia:
alberi, rami, ma a loro non bado,
e superiore, volo oltre
dove mi attira il tempo e lo spazio.
*
Leggero, biondo, come il vento,
non con la forza o violenza,
ma con ali immobili, distese, senza sforzo
come un’aquila volo per il mondo,
luce e altezza mi trasportano
e la meta mi viene incontro.
*
Leggero, biondo, come il vento,
corro su pascoli, prati e boschi,
sollecito anche il fuoco,
frusto i campi, perciò
mi si alzano tutti contro:
erbe, foglie, spighe mi attaccano,
attiro la sorte contro di me.
*
Leggero, biondo, come il vento,
non mi possono ferire però,
chi mi fa male, l’accarezzo, l’abbraccio,
e rimane umiliato, mentre io,
invulnerabile, volo oltre,
rispecchio la luce,
fango non mi sporca mai.
*
Leggero, biondo, come il vento,
porto la vittoria in silenzio,
lenisco le ferite, mi attraversano
pallottole, baionette, ma non mi fanno male,
ma se pure muoio ogni giorno,
divento indistruttibile nel tempo
e vinco dolcemente, come il vento.

Adri Andre – Come un sasso…

 

Adri Andre

Come un sasso…

Come un sasso tirato in alto,
piccola patria mia,
da te torna sempre tuo figlio.
*
Visita terre lontane, si abbaglia,
si deprime e cade nella polvere,
da cui è stato preso.
*
Desidera andar via, ma non può,
pieno di desideri che si calmano
per poi risvegliarsi di nuovo.
*
Sono sempre tuo nella mia rabbia,
nell’infedeltà, nell’amorevole pensiero,
sempre magiaro.
*
Come un sasso tirato in alto,
voglio o non voglio,
mio piccolo paese, a te somiglio.
*
Nonostante ogni desiderio,
se mi tirassi cento volte,
cento volte da te tornerei.

Jozsef Attila – Come nel campo…

 

Jozsef Attila

Come nel campo…

Come nel campo il bambino
raggiunto dal temporale,
e non c’è casa o madre
dove potesse andare,
il cielo pesante e furioso romba,
sul campo svolazza la paglia,
e lui come animale mugola,
piangerebbe, ma ha paura,
sospirerebbe, ma d’improvviso
arriva un soffio gelido dal cielo,
e solo quando un brivido leggero
corre sul suo magro corpo e viso,
come un lampo improvviso
e la pioggia nera diluvia tutto
come se fosse suo pianto gigantesco,
che si accumula nei campi,
inonda l’erba, colma le fosse,
ne scava altre, ondeggia nel prato,
nel ruscello, anzi nel cielo,
e il bambino si avvia nel campo;
così mi sorprese il desiderio
selvaggio e improvviso
e cominciai a piangere,
sebbene fossi già uomo.
E su questa terra
bagnata di pianto
dove è difficile
alzare i piedi,
quando c’è fretta,
mi fermo ora.
Il suo desiderio
ignorerei se mi amasse.

Alessandro Petofi – Ode alla libertà

Alessandro Petofi

Ode alla libertà

… Se Tu, mio Dio, non volessi
 concedermi la morte dei Poeti
tra i fiori e il canto degli uccelli,
ti prego di farmi morire
nel fresco aprile, .
allorché divampa la battaglta,
quando fioriscono rose di sangue
sui petti dei feriti
e quando squillano a raccolta
trombe di guerra.
Anche dal mio cuore ardente
sboccerà un fiore di fiamma
e cadendo al suolo dalla sella del mio cavallo
sentirò sulle labbra un bacio:
quello della Libertà …

Alessandro Petòfi – Canto nazionale

Alessandro Petòfi

Canto nazionale

Alzati, Magiaro, la patria ti chiama!
Ecco il momento, mai oppure ora! 
Saremo schiavi oppure liberi?
Questa è la domanda, decidetevi!
Al Dio dei Magiari
Giuriamo,

*
Giuriamo che schiavi
Mai più diventiamo!
Fino ad ora schiavi siamo stati
I nostri antenati furono dannati
Coloro che liberi vissero e morirono
Nel suolo degli schiavi riposar non possono.
Al Dio dei Magiari
Giuriamo,

*
Giuriamo che schiavi
Mai più  diventiamo!
È poco di nulla, è un briccone,
Colui ch’ora teme il dover morire
Che tiene più cara la meschina vita
Che l’onore della sua patria.
Al Dio dei Magiari
Giuriamo,

*
Giuriamo che schiavi
Mai più  diventiamo!
Della catena la spada è più splendente,
Meglio onora il braccio è evidente.
Eppure noi abbiamo portato la catena!
Eccoci, nostra vecchia sciabola!
Al Dio dei Magiari
Giuriamo,

*
Giuriamo che schiavi
Mai più  diventiamo!
Il nome magiaro brillerà di nuovo,
Della sua vecchia fama sarà degno:
Dai secoli l’infamia sagomata
Sarà questa volta cancellata!
Al Dio dei Magiari
Giuriamo,

*
Giuriamo che schiavi
Mai più diventiamo!
Dove le nostre tombe si alzano,
I nostri nipoti sopra si chinano.
E con le  preghiere osannando
i nostri santi nomi enunciano.
Al Dio dei Magiari
Giuriamo,

*
Giuriamo che schiavi
Mai più  diventiamo!

Alessandro Petòfi – Mi tormenta un pensiero

Alessandro Petòfi

Mi tormenta un pensiero

Mi tormenta un pensiero:
morire tra i guanciali, nel mio letto.
Lentamente appassire come il fiore
roso dal dente d’un nascosto verme:
lentamente vanir come candela
che si consuma in una stanza vuota!
Non mi dare, Signore, questa morte:
Io non muoia cosi. …

… là io cada, sul campo di battaglia,
lá sgorghi dal cuore il mio giovane sangue,
il mio ultimo grido gioioso
si perda nel fragore della mischia
tra gli echi delle trombe e il rombo dei cannoni
e sul mio cadavere la foga
dei cavalli frementi
pel conquistato trionfo
trascorra e mi lasci
là calpestato.
Le mie ossa disperse sian raccolte
quando verrá il gran giorno
dei funerali, allor che tra un corteo
di bandiere abbrunate ed una lenta
musica solenne, una comune tomba
accoglierà gli eroi
morti per te, o santa
libertá!

Mihlos Radnoti – Settima egloga

Miklós Radnóti(

(Ungheria)

Settima egloga

Vedi, imbrunisce, e l’atroce barriera di quercia
col fregio di filo spinato sta così sospesa che nel buio si dilegua.
Lo sguardo va lento oltre la cornice del campo,
la mente, la mente soltanto, conosce la tensione del filo.
Vedi, cara, qui è così che si libera l’immaginazione, il sogno,
il bel liberatore, scioglie i nostri corpi sfatti,
e allora il campo si avvia alla volta di casa.

A brandelli e calvi, russando, volano i prigionieri
dall’alto della cieca Serbia verso il paesaggio di casa che si cela.
Paesaggio di casa che si cela! Ma c’è ancora una casa? Una bomba
non l’avrà colpita? È come quando ci arruolammo? Lo stremato
compagno di destra, quello a sinistra vedranno mai una casa?
Dimmi, laggiù c’è una casa dove ancora qualcuno intende l’esametro?

Senza strumenti, riga dopo riga, tastando,
scrivo i miei versi nella penombra così come vivo, cieco
come un bruco che striscia le sue dieci dita sulla carta,
il quaderno, la torcia, tutto mi fu tolto dagli scherani del campo,
non arriva più neanche la posta, solo la nebbia scende sulle nostre baracche.

Tra notizie allarmanti e cimici, qui nelle montagne convivono
il francese e il polacco, l’italiano chiassoso, l’ebreo assorto,
il serbo scismatico, febbricitanti e con i corpi piagati -,
nonostante tutto, vivono la stessa vita in attesa di una buona nuova,
una bella parola di donna, un destino libero e umano, una fine
irraggiungibile, aspettando il miracolo.

Sono disteso sul legno, un animale prigioniero, tra i parassiti,
tra un’onda e l’altra di pulci quando l’orda delle mosche s’è placata.
Vedi, è sera, un giorno di prigionia
e un giorno di vita in meno. Il campo dorme.
Sul paesaggio splende la luna e a quella sua luce il filo
spinato è nuovamente teso, dalla finestra seguo sul muro
le ombre delle guardie armate tra le voci della notte.

Vedi, cara, il campo dorme, i sogni frusciano,
chi si sveglia di soprassalto si rigira nel suo stretto lembo,
e di nuovo sprofonda nel sonno con il volto che s’illumina. Io solo
sono sveglio, seduto assaporo la cicca in bocca invece di un tuo bacio
e il sonno tarda a portarmi conforto, perché
ormai non posso più morire né vivere senza di te.

(Lager Heidemann sulle montagne Zagubica luglio 1944)