Arthur Rimbaud – L’accovacciato

Arthur Rimbaud
L’accovacciato

Molto tardi, allorquando si sente il voltastomaco,
Il nostro fra Milotus adocchia l’abbaino
Da dove il sole, chiaro come un paiolo lustro,
Gli dardeggia emicranie e gli abbaglia la vista,
E sposta dentro il letto la sua pancia da prete.
*
Si gira e si rigira nella coperta grigia
E scende, coi ginocchi contro il suo ventre tremulo,
Stravolto come un vecchio che inghiottisca la presa ;
Pensate un po’ che deve, agguantando il pitale,
Rimboccar largamente la camicia sui fianchi!
*
S’accovaccia tremando, colle dita dei piedi
Contratte, bubbolando nel bel sole che stampa
Un giallo di frittata sopra i vetri di carta ;
E il naso del bravuomo su cui brilla una lacca
Tira su, in mezzo ai raggi, carnale polipaio.
*
Il bravuomo si rosola al fuoco, colle braccia
Torte e i labbroni penduli sulla pancia. Le cosce
Gli slittano nel fuoco- le brache si abbruciacchiano,
La pipa gli si spegne; qualcosa un poco s’agita
Sul suo ventre sereno come un mucchio di trippa!
*
Gli dorme intorno un caos di mobili abbrutiti
Fra cenci di sporcizia e sopra ventri luridi;
Sgabelli come rospi bizzarri si rannicchiano
Nel buio; le credenze han fauci da cantore:
Le schiude un sonno pieno di orribili appetiti.
*
Un’afa nauseabonda stagna nel bugigattolo;
La mente del bravuomo è imbottita di stracci.
Sente i peli spuntargli dentro la pelle madida,
E, talvolta, singulta con buffa gravità
Facendo sobbalzare lo sgabello che zoppica…
*
La sera, sotto i raggi della luna che fanno
Lucenti sbavature al contorno del culo,
Un’ombra con dettagli si china, su uno sfondo
Di neve rosa, simile ad una malvarosa…
Strambo, un naso insegue nel ciel profondo Venere.

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