La chiamata

 

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Wilfred Owen
Le chiamate
Lugubre all’alba ulula una sirena arrochita dalla nebbia.
Guardo l’uomo cui fa da richiamo, spinto e tirato
avanti e indietro, come inerme pedina.
Ma io son pigro, e pazzo il suo lavoro.
Stridule campane attaccano con brio alle nove,
facendo sgattaiolare lo scolaro che si tira su le calze,
spaventando.1a bambina in ritardo col grembiule
macchiato d’inchiostro.
Devo esser pazzo; io imparo dalla margherita.
Severe campane alle dieci disturbano cornacchie e
colombe.
Guardo il sacrestano che chiude le porte, e quando
sento gemere all’organo il primo amen,
canto la mia religione – la stessa dei piccioni.
Schiamazzi di tromba lacerano i miei pomeriggi.
A fatica i soldati si trascinano fuori in plotoni,
cercando di tenere il passo al ritmo di svelte canzonette.
Ma io siedo tranquillo; ho fatto la mia esercitazione.
Gong vibrano e tintinnano come coperchi di pentole al
crepuscolo,
vedo un porco da ingrasso arrotare le zanne piene d’oro
per mangiare meno pane e più biscotti di lusso.
[ ]
Poi, a tarda notte, talvolta la mia finestra sbatacchia
quando s’addestra l’artiglieria, e il mio piccolo cuore
sussulta
agli urli delle granate e agli scoppi,
ma non è tutto.
Sporgendomi dal davanzale ieri a mezzanotte
ho udito i sospiri di uomini che non sanno
parlare del loro dolore, e nemmeno ne han voglia!
Una voce conosco. Stavolta devo proprio andare.

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