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Yves Bonnifoy – La mano

Yves Bonnefoy

Una mano che s’arrischia, anelante,
Nei vortici di un’acqua sia chiara sia cupa,
La sua immagine si sbriciola, si potrebbe credere
Che non abbia più la forza di trattenere.
*
E quest’altra, nello specchio? Si avvicina
Alla tua, che le va incontro, le loro dita si toccano
Quasi, ma nel nulla di questa distanza
S’apre l’abisso tra essere e apparenza.
*
Queste dita, almeno, che scuotono corde.
Un’altra mano salirà, dal fondo dei suoni,
A prenderli nei suoi, per guidarli?
*
Ma verso cosa? Io non so se è amore
O miraggio, e nient’altro che sogno, le parole
Che non hanno che acqua o specchio, o suono, per tentare d’essere.

Yves Bonnefoy – Il fulmine

Yves Bonnefoy
Il fulmine

Questa notte è piovuto.
Il sentiero ha odore di erba bagnata,
poi nuovamente la mano del calore
sulla nostra spalla, come
per dire che il tempo non ci porterà via niente.

Ma là
dove il campo inciampa nel mandorlo,
ecco, un animale è balzato
da ieri a oggi attraverso le foglie.

E noi ci fermiamo, al di fuori del mondo.
E io ti vengo vicino,
finisco di strapparti dal tronco annerito,
ramo, estate nel fulmine
da cui la linfa di ieri, divina ancora, scorre.

Yves Bonnefoy – Il pianista

Yves Bonnefoy

Il pianista

Quella tastiera, lui vi tornava ogni mattina,
Era così da quando aveva creduto
Di udire un suono che avrebbe cambiato la vita,
Ascoltava, martellando il nulla.
*
E così percorreva un suolo fradicio.
La musica, nient’altro che un bagliore
All’orizzonte di un cielo che restava cupo,
Credeva che vi si addensasse il lampo.
*
Invecchiò. E il temporale lo rinchiuse
Nella sua casa dai vetri illuminati.
Le sue mani sulla tastiera smarrirono il sogno.
*
È morto? Che si alzi, nel buio,
E socchiuda la porta, ed esca! Senza sapere
Se sia il giorno che spunti o la notte che cali.

Yves Bonnefoy – Una mano che s’arrischia, anelante,

Yves Bonnefoy

Una mano che s’arrischia, anelante,
Nei vortici di un’acqua sia chiara sia cupa,
La sua immagine si sbriciola, si potrebbe credere
Che non abbia più la forza di trattenere.
*
E quest’altra, nello specchio? Si avvicina
Alla tua, che le va incontro, le loro dita si toccano
Quasi, ma nel nulla di questa distanza
S’apre l’abisso tra essere e apparenza.
*
Queste dita, almeno, che scuotono corde.
Un’altra mano salirà, dal fondo dei suoni,
A prenderli nei suoi, per guidarli?
*
Ma verso cosa? Io non so se è amore
O miraggio, e nient’altro che sogno, le parole
Che non hanno che acqua o specchio, o suono, per tentare d’essere.

Francis Jammes – Preghiera per andare in Paradiso con gli asini

Francis Jammes

Preghiera per andare in Paradiso con gli asini

Quando dovrò venire verso di te, Signore,

fa che un bel giorno sia, che la campagna in fiore

risplenda. Il mio sentiero vorrei, come quaggiù,

scegliermi per andare, come mi piacerà,

al Paradiso, dove di giorno son le stelle.

*

Prenderò il mio bastone e sulla strada grande

andrò, dicendo ai miei amici, gli asinelli:

Io sono Francis Jammes e vado in Paradiso,

ché non c’è inferno nel paese del buon Dio.

E dirò lor: Venite, del cielo azzurro, amici,

povere bestie che con un muover d’orecchi

discacciate le api, le busse ed i tafani…

*

Che io ti apparisca in mezzo a queste bestie,

che per questo mi piacciono: che abbassano la testa

dolcemente e si fermano giungendo i lor piedini

in un modo dolcissimo e che ti fa pietà.

*

Arriverò seguito da migliaia d’orecchi,

da quelli che portarono pesanti ceste ai fianchi,

da quei che trascinarono carri di saltimbanchi,

o carretti ricolmi di pentole e piumini,

da quelli che han sul dorso dei bidoni ammaccati,

dalle asine pregne, come otri i fianchi enfiati,

da quelli ai quali infilano come dei calzoncini,

per le bluastre piaghe che fanno purulente

le mosche che testarde vi s’attaccano intorno.

*

Signore, con questi asini a te venga, quel giorno.

E fa che siano gli angeli a guidarci alla pace,

verso ruscelli erbosi che specchiano ciliegie

lisce come una carne ridente di fanciulle;

che curvo sulle tue acque divine, in quella

dimora degli eletti, agli asini somigli,

la povertà miranti, umile e dolce loro,

dentro la limpidezza del sempiterno amore.

Yves Bonnefoy – Le nostre mani nell’acqua

Yves Bonnefoy,

Le nostre mani nell’acqua

Noi agitiamo quest’acqua. In essa le nostre mani si cercano,

Talvolta si sfiorano, forme spezzate.

Più in basso, è una corrente, è qualcosa d’invisibile,

Altri alberi, altre luci, altri sogni.

*

E guarda, sono anche altri colori.

La rifrazione trasfigura il rosso.

Era un giorno d’estate? No, è il temporale

Che “cambierà il cielo”, e fino a sera.

*

Noi immergevamo le mani nel linguaggio,

Vi afferrarono parole delle quali non sapemmo

Che fare, non essendo che i nostri desideri.

*

Noi invecchiammo. Quest’acqua, nostra trasparenza.

Altri sapranno cercare più nel profondo

Un nuovo cielo, una nuova terra.

*

Yves Bonnefoy – La sciarpa rossa

Yves Bonnefoy

La sciarpa rossa

In alto un atrio nel cielo.

Il sole, al di là. Il comandante

Del vecchio mercantile riceve un viaggiatore.

Un oblò è aperto, le onde sono vicine.

*

E lui che fa? Si è alzato, lancia

Da questo oblò una cosa, poi altre.

Così: perché, mi dice, questa sciarpa,

Mio padre me la donò, alla mia partenza

*

Per il primo di tanti viaggi.

L’ho amata, mi è parso che mi dicesse,

L’ho serbata per questo giorno in cui muoio.

*

La spinge fuori, essa si ripiega

Sulla sua mano, e si rigonfia, poi si dispiega.

Per un istante su noi due tutto il cielo è rosso.