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Luis Aragon – La rosa e la reseda

Luis Aragon

La rosa e la reseda

Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva
Entrambi adoravano la bella prigioniera dei soldati
Colui che saliva sulla scala e colui che aspettava in basso

Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva
Che importa come si chiama questa chiarezza sui loro passi
Che uno fosse di chiesa e l’altro si defilasse

Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva
Entrambi erano fedeli nelle labbra nel cuore nelle braccia
Ed entrambi dicevano che essa viva e chi vivrà vedrà

Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva
Quando il grano è sotto la grandine è pazzo chi fa il difficile
E’ pazzo colui che si occupa dei suoi litigi nel cuore della lotta comune

Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva
Dall’alto della cittadella la sentinella sparò
per due volte e l’uno cancella l’altra tomba che morirà

Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva
Sono in prigione l’uno ha il più triste giaciglio
L’uno più dell’altro si congela, l’altro preferisce i topi

Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva
Un ribelle è un ribelle due singulti fanno un solo rintocco funebre
E quando viene l’alba crudele passano dalla vita al trapasso

Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva
Ripetendo il nome di colei che nessuno dei due sbagliò
E il loro sangue gronda con uno stesso colore con uno stesso scoppio

Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva
Gronda, gronda, si mescola alla terra che amò
Affinché alla nuova stagione maturi un’uva moscata

Colui che credeva al cielo e colui che non ci credeva
L’unico corre e l’altro ha delle ali della Bretagna o del Jura
E lampone o mirabella il grillo canterà di nuovo
dite flauto o violoncello il doppio amore che bruciò
l’allodola e la rondine la rosa e la reseda.
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Yves Bonnefoy – La tomba di Leopardi

Yves Bonnefoy
La tomba di Leopardi
Nel nido di Fenice, quanti si sono

Bruciati le dita smuovendo ceneri!
Lui, è al consenso a tanta notte
Che dovette il ritrovamento di tanta luce.

E hanno innalzato, quelle parole fiduciose,

Non il qualsiasi onice verso un cielo nero
Ma la coppa formata dai suoi due palmi
Per un po’ d’acqua terrestre e il tuo riflesso,

O luna, sua amica. Ti offre quest’acqua,

E tu china su di essa, vuoi volentieri
Bere al suo desiderio, alla sua speranza.

Io ti vedo andargli accanto su queste colline

Deserte, il suo paese. Talora davanti
A lui, e volgendoti, ridente; talora la sua ombra.

Renèè Vivien – I solitari

Renée Vivien
(Francia)
(1877-1909)
I solitari

Coloro che hanno per mantello lenzuoli funerari
provano la voluttà divina di essere solitari.

La loro castità ha pena dell’ebbrezza delle coppie,
della stretta di mano, dei passi dal ritmo lieve.

Coloro che nascondono la fronte nei lenzuoli funerari
sanno la voluttà divina di essere solitari.

Contemplano l’aurora e l’aspetto della vita
senza orrore, e chi li compatisce prova invidia.

Coloro che cercano la pace della sera e dei lenzuoli funerari,
conoscono la spaventosa ebbrezza di essere solitari.

Sono i benamati della sera e del mistero.
Ascoltano nascere le rose sottoterra

e percepiscono l’eco dei colori, il riflesso
dei suoni… Si muovono in un’atmosfera grigio-viola.

Gustano il sapore del vento e della notte,
hanno occhi più belli delle torce funerarie.

Renée Vivien (Francia) -I solitari

Renée Vivien
(Francia)
(1877-1909)

I solitari
 Coloro che hanno per mantello lenzuoli funerari
provano la voluttà divina di essere solitari.
 La loro castità ha pena dell’ebbrezza delle coppie,
della stretta di mano, dei passi dal ritmo lieve.
 Coloro che nascondono la fronte nei lenzuoli funerari
sanno la voluttà divina di essere solitari.
 Contemplano l’aurora e l’aspetto della vita
senza orrore, e chi li compatisce prova invidia.
 Coloro che cercano la pace della sera e dei lenzuoli funerari,
conoscono la spaventosa ebbrezza di essere solitari.
 Sono i benamati della sera e del mistero.
Ascoltano nascere le rose sottoterra
 e percepiscono l’eco dei colori, il riflesso
dei suoni… Si muovono in un’atmosfera grigio-viola.
 Gustano il sapore del vento e della notte,
hanno occhi più belli delle torce funerarie.

Apollinaire – Ombra

Apollinaire
(Francia, 1880-1918)
Ombra
Rieccovi accanto a me
Compagni miei morti in guerra
Oliva del tempo
Ricordi che ormai fate un ricordo solo
Come cento pelli fanno una sola pelliccia
Come queste migliaia di ferite fanno un solo articolo di giornale

Impalpabile e buia apparenza avete preso
La forma instabile della mia ombra
Un indiano in agguato per l’eternità
E ombra mi strisciate accanto
Ma non mi sentite più
Non conoscerete più i poemi divini che canto
Mentre io vi sento vi vedo ancora
Destini

Ombra multipla il sole vi conservi
Voi che tanto mi amate da non lasciarmi mai
E che ballate al sole senza far polvere
Ombra inchiostro del sole
Scrittura della mia luce
Cassone di rimpianti
Un dio che si umilia.

Louis Aragon – Le rose di Natale

Louis Aragon
Le rose di Natale
Quando eravamo il bicchiere rovesciato

Un ciliegio sfiorito nei turbini bigi
La terra sotto l’erpice il pane spezzato
O gli annegati che traversano Parigi
Quando eravamo fieno giallo pestato
Il grano saccheggiato e l’imposta battente
Il canto che smuore la folla piangente
Quando eravamo il cavallo stramazzato
Quando privi in Patria di cittadinanza
Andavamo raminghi senza domani
Quando tendevamo a spettri di speranza
La vergognosa nudità delle mani
Allora quelli che scesero in strada
Foss’anche un momento per subito cadere
Furono in pieno inverno le nostre primavere
Il loro sguardo fu il lampo di una spada
Natale Natale quelle aurore furtive
Restituirono a voi uomini di poca fede
Il grande amore per cui si muore e si vive
Il domani che di ieri si fa erede
Oserete ciò che il loro dicembre osa
Mie belle primavere di scampato pericolo
Ricordate l’intenso profumo di rosa
Quando la stella ai pastori fu veicolo
In pieno sole scorderete la stella
Scorderete come finì quella notte
Quando il vento tenderà le scotte
Scorderete la morte d’Ifigenia bella
Piange la porpora sulle ciglia delle prataiole
O se s’imperlano d’un sudor di sangue
Scorderete la scure sempre in cerca di gole
Le vedrete con occhio che assente langue
Non può a lungo tacere il sangue versato
Scorderete donde venne il raccolto
E l’uva delle labbra sul terreno sconvolto
E il gusto amaro che il vino ne ha serbato

Louis Aragon – Arrivo dove sono straniero

Louis Aragon
Arrivo dove sono straniero
Nulla è precario come vivere

Nulla è effimero come esistere
E’ un po’ come lo squagliarsi della brina
Come per il vento essere leggero
Io arrivo dove sono straniero

Un giorno tu passi la frontiera

Ma da dove vieni, o dove vai dunque
Domani che importa e che importa ieri
Il cuore cambia con il cardo
Tutto è senza rima né perdono

Passa il dito sulla tua tempia

Tocca l’infanzia dei tuoi occhi
E’ meglio lasciare basse le lampade
La notte ci piace assai più
E’ il lungo giorno che diventa vecchio

Gli alberi sono belli in autunno

Ma il bambino che cosa è diventato
Io mi riguardo e mi stupisco
Di questo viaggiatore sconosciuto
Del suo viso e dei suoi piedi nudi

Poco a poco tu ti fai silenzio

Ma non così in fretta tuttavia
Per non sentire la tua dissonanza
E per non sentire cadere sul te stesso
di una volta il colpo del tempo

E’ duro invecchiare al termine del conto

La sabbia ci scappa tra le dita
E’ come un’acqua fredda che sale
E’ come una vergogna che cresce
Una pelle che grida? Mi sbatti?

E’ duro essere un uomo una cosa

E’ duro rinunciare a tutto
Le senti le metamorfosi
Che accadono dentro di noi
Come piegano lentamente le nostre ginocchia

O mare amaro o mare profondo

Qual è l’ora delle tue maree
Quanti anni occorrono all’uomo
quanti secondi per abiurare l’uomo
perché perché queste sgomitate

Nulla è precario come vivere

Niente è effimero come essere
E’ un po’ come lo squagliarsi della brina
E per il vento esser leggero
Giungo dove sono straniero.