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Pablo Neruda – Solo la morte,

Pablo Neruda

Solo la morte,

Vi sono cimiteri solitari,
tombe piene d’ossa senza suono,

/se il cuore passa da una galleria

buia,buia,buia,
come in un naufragio dentro di noi moriamo

come annegando nel cuore

/come scivolando dalla pelle all’anima.
[…]
A volte vedo

solo bare a vela

salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte
con panettieri bianchi come angeli,

con fanciulle assorte spose di notai,
bare che salgono il fiume verticale dei morti,

il fiume livido
in su con le vele gonfiate dal suono verticale della morte.
La morte arriva a risuonare
come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo,
riesce a bussare come un anello senza pietra né dito,
riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola.
[…]
La morte sta sulle brande;

sui materassi che affondano, sulle coltri nere
vive distesa, e all’improvviso soffia:

soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;
e ci sono letti che navigano verso un porto

/dove sta in attesa vestita da ammiraglio.

Pablo Neruda – Ode al primo giorno dell’anno

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Pablo Neruda

Ode al primo giorno dell’anno

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.

Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.

Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.

Giorno dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.

Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!

Gabriella Mistral – Pane

Gabriella Mistral

Pane

Han lasciato un pane sul desco,
metà arso, metà bianco,
sbocconcellato di sopra e aperto
in grosse candide molliche.
Mi sembra nuovo o come non visto
e non mi son nutrita d’altro,
ma girando le briciole, sonnambula,
tatto e odore m’ero scordata.

Ho la mano ricolma d’esso,
lo sguardo fisso alla mia mano;
lascio scorrere un pianto pentito
per l’oblio di tanti anni
e la faccia mi s’invecchia
o mi rinasce in quest’incontro.

Poiché si trova vuota la casa
restiamo insieme noi ritrovati
al desco senza carne e frutta,
tutti e due in questo silenzio umano,
fino a tornare ancora uno,
finché il giorno sarà terminato.

Gabriella Mistral – Lutto

Gabriella Mistral

Lutto

In una notte spuntò dal mio petto,
salì, crebbe la pianta di lutto,
urtò le ossa, aprì le carni,
la sua cima raggiunse il mio capo.

Nel tempo che dura una notte
cadde il mio sole, sparì il mio giorno,
la mia carne si fece fumo
che un bimbo taglia con la mano.

Il colore sfuggì alle mie vesti,
svanirono il bianco, l’azzurro,
e al mattino mi trovai
ch’ero un pino di faville.

Vedono andare un pino di fumo,
m’odono dietro il mio fumo parlare
e saran stanchi di amarmi,
di vivere e di mangiare
sotto un triangolo oscuro
ingannevole e crocefisso
che non getta più la resina
e non ha radici e germogli.
Un solo colore nelle stagioni,
nient’altro che un fianco di fumo
e mai un grappolo di pigne
per fare il fuoco, la cena e la gioia.

Violeta Parra – Arauco sente una pena

Violeta Parra

Arauco sente una pena

Arauco sente una pena,
che io non posso tacere,
sono ingiustizie di secoli
che tutti vedono fare,
nessuno vi ha rimediato,
potendovi rimediare.
Alzati, Huenchullán.
*

Un giorno viene da lontano
Huescufe
** conquistatore,
in cerca di montagne d’oro,
che l’indio non ha mai cercato,
all’indio basta l’oro
che riverbera dal sole.
Alzati, Curimón.

Allora il sangue scorre,
l’indio non sa cosa fare,
gli toglieranno la terra,
lui la dovrà salvare;
l’indio cade a terra morto
e lo straniero resta in piedi.
Alzati, Manquilef.

Dov’è andato Lautaro,
perduto nel cielo azzurro,
e l’anima di Galvarino,
se l’è presa il vento Sur,
perciò passano piangendo
le pelli del suo kultrun***.
Alzati, dunque, Callfull.

È dal millequattrocento
che l’indio vive angosciato,
all’ombra della sua ruca****,
si vede piagnucolare,
Totora di cinque secoli
non si potrà mai seccare.
Alzati, Callupán.

Arauco sente una pena
più nera del suo chamal*****;
non sono più gli spagnoli
quelli che lo fanno piangere,
oggi sono gli stessi cileni
a privarlo del suo pane.
Alzati, Pailahuán.

Ora ruggiscono le elezioni,
si ascoltano per non mollare,
ma il lamento dell’indio,
perché non viene ascoltato?
Benché risuoni nella tomba
la voce di Caupolicán
Alzati, Huenchullán

Violeta Parra – Rodríguez y Recabarren

Violeta Parra

Rodríguez y Recabarren

Signori e signorine
in questa grande circostanza
vi darò testimonianza
di un tradimento infinito
che consumò la maledetta
canaglia del carnevale
contro la forza leale
e il corpo di cinque emblemi.
Che vivevano i problemi
della ragione popolare.

Così il mondo si trovò in lutto
e sta piangendo a dirotto
per Federico García
con un dolente fazzoletto;
non trovano consolazione
le anime per questa impresa
che lutto per la Spagna
che vergogna per il pianeta,
avere ucciso un poeta
nato dalle proprie viscere.

Un fiume di sangue scorre
lungo i contorni del mondo
e un grido sorge iracondo
da tutte le alte torri;
non c’è temporale che cancelli
le mani dell’ingiustizia
che con accresciuta malizia
profanò il negro Lumumba.
il suo corpo è nella tomba
e la sua anima reclama giustizia.

Si oscurarono i templi,
la luna e gli astri
quando spensero la stella
più chiara del firmamento;
tacquero gli strumenti
per la morte di Zapata,
la sentenza più ingrata
che in Messico si contempli.
per lavare quest’affronto
non c’è acqua in nessuna patria.

Vado lasciando, pellegrina,
il mio pianto di rosa in rosa
per Vicente Peñaloza
della nazione argentina
bandiere di popeline
per raccogliere tanto sangue;
che nessun vento le strappi
perché devono continuare a sventolare,
ché il Cile continua a piangere
Rodríguez e Recabarren.

Violeta Parra – Sposalizio di negri

Violeta Parra

Sposalizio di negri

C’è stato uno sposalizio
tutto coperto di nero:
negri sposi e  testimoni,
negri suoceri e cognati,
e il prete che li ha sposati,
era negro pure lui.

Quando cominciò la festa
misero tovaglie nere,
al momento della torta
si servirono fichi secchi
e poi andarono a dormire
sotto un cielo tutto nero.

Lì ci sono le due teste,
della negra con il negro,
si svegliarono col freddo,
dovettero fare un fuoco.
Carbone portò la negra,
carbone, anch’esso nero.

La negra sta poco bene,
venne il medico condotto,
ordinò impiastri di fango,
ma che fosse fango nero,
e che dessero alla negra,
succo di maqui
* del bosco.

Ora è morta la negretta,
che pena, povero negro.
La mise dentro a una cassa,
cassa dipinta di nero.
Non accesero candele:
ahi, che nera veglia funebre !