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Mario Melèndes – La spiaggia dei poveri

Mario Melèndes  – 

La spiaggia dei poveri
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I poveri trascorrono l’estate a un mare
che solo essi conoscono
Lì installano le loro tende
fatte di vimini e cellofan
e poi scendono a riva
per vedere l’arrivo delle scialuppe
indurite di addii
Sulla piaggia
la miseria si abbronza bocconi
la fame prende il sole su uno scoglio
i bambini costruiscono rifugi sulla sabbia
e le ragazze passeggiano
con i loro bikini passati di moda
Esse stendono i loro asciugamani di carta
e si sdraiano a guardare le onde che s’infrangono
che ricordano loro la forma di un pane
o una cipolla
Nuotano i sogni in alto mare
Ed esse vedono il venditore di gelati
che accarezza i loro seni
o se stesse in viaggio verso la schiuma
da cui itornano con vestiti nuovi
e un sorriso nell’anima
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I poveri trascorrono l’estate a un mare
che solo essi conoscono
E quando scende la sera
e di fronte a loro si sveste l’orizzonte
e i gabbiani si schiodano dall’aria
per tornare a casa
e il crepuscolo è una pentola in comune
piena di pesci e colori
essi accendono i falò sulla sabbia
e cominciano a cantare e a ridere
e a respirare la breve storia dei loro nomi
e bevono vino e birra
e si ubriacano
abbracciati ai loro migliori ricordi
Nuotano i sogni in alto mare
Ed essi vedono i loro figli diretti verso la scuola
carichi di libri e scarpe e giocattoli
o se stessi di ritorno dal lavoro
con le tasche gonfie
e con un bacio dipinto sopra l’anima
E mentre essi sognano
spegne i loro falò la fame
e si mette a correre nuda sulla spiaggia
con le ossa piene di lacrime.

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Mario Melèndes – Appunti per una leggenda

Mario Melèndes
Appunti per una leggenda
 

Una donna è ferma su un ponte
che non è mai esistito

La sua pelle che non fu mai baciata
galleggia sulle acque del tempo
come un ricordo senza volto


Una lettera che mai fu letta
lotta per raggiungere la riva
perché qualcuno la scopra

Un uomo che mai ha letto
che non sa leggere
che non ha mai imparato
trova la lettera e il corpo
sotto quel ponte

L’uomo piange di impotenza
mentre la lettera si disfa
tra le sue dita

Il fiume che è pieno di lacrime
ha pietà di quell’uomo
e gli rivela il segreto di quella lettera

E l’uomo pazzo d’amore
unisce le sue notti e i suoi deliri
per lanciarsi da quel ponte
che non è mai esistito.

Mario Mèlendez – Al di là della chitarra

Mario Mèlendez
AL DI LÀ DELLA CHITARRA
  a Víctor Jara

Al di là della chitarra
ci sono le mani separate dalla patria
un suono di ali che arde
un invito a orinare sulla terra
con il seme puro  del canto

Al di là della chitarra
il sangue disegna una musica violenta
e la testa del cantore si riempie di buchi
e di baci odorosi di morte

Al di là della chitarra
le strade piangono
la pioggia piange e cade in ginocchio
perché il figlio della terra
non completerà i suoi passi.

Al di là della chitarra
al di là dello scoppio
che spense i cuori
al di là di questa poesia
e con la ferita indimenticabile
di un tempo indimenticabile
gli occhi cercano Victor
al di là della chitarra
e della patria.

Violetta Parra “Grazie alla vita che mi ha dato tanto

Violetta Parra

“Grazie alla vita che mi ha dato tanto
mi ha dato due stelle che quando le apro
perfetti distinguo il nero dal bianco
e nell’alto cielo il suo sfondo stellato
e tra le moltitudini l’uomo che amo.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto
mi ha dato l’ascolto che in tutta la sua apertura
cattura notte e giorno grilli e canarini
martelli turbine latrati burrasche
e la voce tanto tenera di chi sto amando.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto
mi ha dato il suono e l’abbecedario
con lui le parole che penso e dico
madre, amico, fratello luce illuminante
la strada dell’anima di chi sto amando.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto
mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi
con loro andai per città e pozzanghere
spiagge e deserti, montagne e piani
e la casa tua, la tua strada, il cortile.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto
mi ha dato il cuore che agita il suo confine
quando guardo il frutto del cervello umano
quando guardo il bene così lontano dal male
quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto
mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto
così distinguo gioia e dolore
i due materiali che formano il mio canto
e il canto degli altri che è lo stesso canto
e il canto di tutti che è il mio proprio canto.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto”.

Gabriela Mistra – L’ora del tramonto,

Gabriela Mistra
L’ora del tramonto, l’ora che riversa
il suo sangue sulle montagne.

Qualcuno in quest’ora sta soffrendo;
piena d’angoscia, una donna sta perdendo
in questo crepuscolo il solo petto
a cui s’abbandonava.

C’è qualche cuore nel quale annega
la sera quella cima insanguinata.

La valle riposa già nell’ombra
e si colma di sereno.
Ma dal profondo guarda
accendersi di rosso la montagna.

Sempre, in quest’ora, intono
la mia immutabile canzone di dolore.
Sarò io forse che inondo
la cima di scarlatto?

Poggio la mano sul cuore, e sento
che gronda il mio costato

Pablo Neruda – Solo la morte,

Pablo Neruda

Solo la morte,

Vi sono cimiteri solitari,
tombe piene d’ossa senza suono,

/se il cuore passa da una galleria

buia,buia,buia,
come in un naufragio dentro di noi moriamo

come annegando nel cuore

/come scivolando dalla pelle all’anima.
[…]
A volte vedo

solo bare a vela

salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte
con panettieri bianchi come angeli,

con fanciulle assorte spose di notai,
bare che salgono il fiume verticale dei morti,

il fiume livido
in su con le vele gonfiate dal suono verticale della morte.
La morte arriva a risuonare
come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo,
riesce a bussare come un anello senza pietra né dito,
riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola.
[…]
La morte sta sulle brande;

sui materassi che affondano, sulle coltri nere
vive distesa, e all’improvviso soffia:

soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;
e ci sono letti che navigano verso un porto

/dove sta in attesa vestita da ammiraglio.

Pablo Neruda – Ode al primo giorno dell’anno

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Pablo Neruda

Ode al primo giorno dell’anno

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.

Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.

Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.

Giorno dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.

Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!