Archivi categoria: Italia – Risorgimento

Gaetano Esposito (Pasqualotto) – La sedia elettrica (Mamma sfortunata)

Gaetano Esposito (Pasqualotto)
La sedia elettrica (Mamma sfortunata)

Quando lessi il nome sul giornali
urlai forte davanti a tutti
No, non è vero. Mio figlio è innocente…
Chi lo ha accusato commette un’infamia!
I cuori di tutte le mamme non sentono ragione:
Nessuno può dire alle mamme che i loro figli non sono bravi ragazzi
ma quella mamma si accorse subito
che suo figlio andava a morire sulla sedia elettrica
*
Tutti i gioielli e tutte le cose care,
questo l’ha venduto, quell’altro lo ha impegnato,
sperando che la parola dell’avvocato
rendesse possibile il ritorno a casa del figlio.
Io solo a lui tengo, diceva a tutta la gente,
voglio vivere da pezzente ma voglio che mio figlio esca!
Io che sono madre, posso dire chi è mio figlio:
No! non deve morire sulla sedia elettrica
*
Questa mamma moribonda nel suo letto
mentre il figlio è sul banco degli imputati.
A uno a uno i giurati ritornano:
"omicidio di primo grado, deve morire"
Non lo dite a mia madre che non tornerò a casa,
ditele: "un giorno lo vedrai ritornare"
La madre malata prega e aspetta la grazia…
Ma suo figlio sta morendo sulla sedia elettrica!

Note
La canzone, scritta nel 1924, non è mai stata inserita in nessun fascicolo di Piedigrotta (in questa data), poiché la polizia americana perseguita chiunque spendesse una parola a favore di Sacco e Vanzetti.

Tratto da
Canzoni contro la guerra
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Alessandro Manzoni – Marzo 1821

Alessandro Manzoni

Marzo 1821

ALLA ILLUSTRE MEMORIA
DI
TEODORO KOERNER
POETA E SOLDATO
DELLA INDIPENDENZA GERMANICA
MORTO SUL CAMPO DI LIPSIA
IL GIORNO XVIII D’OTTOBRE MDCCCXIII
NOME CARO A TUTTI I POPOLI
CHE COMBATTONO PER DIFENDERE
O PER CONQUISTARE
UNA PATRIA

Soffermati sull’arida sponda
Vòlti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell’antica virtù,
Han giurato: non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!
*
L’han giurato: altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell’ombra le spade
Che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno strette le destre;
Già le sacre parole son porte;
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol.
*
Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell’Orba selvosa
Scerner l’onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella
E dell’Oglio le miste correnti,
Chi ritorgliergli i mille torrenti
Che la foce dell’Adda versò,
*
Quello ancora una gente risorta
Potrà scindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati,
Risospingerla ai prischi dolor;
Una gente che libera tutta
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
*
Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto
Con che stassi un mendico sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo:
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato un segreto d’altrui;
La sua parte servire e tacer.
*
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v’è.
Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de’ barbari piè?
*
O stranieri! sui vostri stendardi
Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
Un giudizio da voi proferito
V’accompagna a l’iniqua tenzon;
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
Dio rigetta la forza straniera;
Ogni gente sia libera e pèra
Della spada l’iniqua ragion.
*
Se la terra ove oppressi gemeste
Preme i corpi de’ vostri oppressori,
Se la faccia d’estranei signori
Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v’ha detto che sterile, eterno
Saria il lutto dell’itale genti?
Chi v’ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v’udì?
*
Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
Che non disse al Germano giammai:
Va’, raccogli ove arato non hai;
Spiega l’ugne; l’Italia ti do.
*
Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio;
Dove ancor dell’umano lignaggio
Ogni speme deserta non è:
Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor nel segreto matura,
Dove ha lacrime un’alta sventura,
Non c’è cor che non batta per te.
*
Quante volte sull’alpe spïasti
L’apparir d’un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne’ deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
Stretti intorno ai tuoi santi colori,
Forti, armati dei propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.
*
Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor delle menti segrete:
Per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito dei popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l’orrida verga starà.
*
Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d’altrui,
Come un uomo straniero, le udrà!
Che a’ suoi figli narrandole un giorno,
Dovrà dir sospirando: «io non c’era»;
Che la santa vittrice bandiera
Salutata quel dì non avrà.

Giacomo Leopardi – La quiete dopo la tempesta

Giacomo Leopardi
La quiete dopo la tempesta

Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe lá da ponente, alla montagna:
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
risorge il romorio,
torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
con l’opra in man, cantando,
fassi in su l’uscio; a prova
vien fuor la femminetta a côr dell’acqua
della novella piova;
e l’erbaiuol rinnova
di sentiero in sentiero
il grido giornaliero.
Ecco il sol che ritorna, ecco sorride
per li poggi e le ville. Apre i balconi,
apre terrazzi e logge la famiglia:
e, dalla via corrente, odi lontano
tintinnio di sonagli; il carro stride
del passeggier che il suo cammin ripiglia.
***
Si rallegra ogni core.
Sí dolce, sí gradita
quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
l’uomo a’ suoi studi intende?
o torna all’opre? o cosa nova imprende?
quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
gioia vana, ch’è frutto
del passato timore, onde si scosse
e paventò la morte
chi la vita abborria;
onde in lungo tormento,
fredde, tacite, smorte,
sudâr le genti e palpitâr, vedendo
mossi alle nostre offese
folgori, nembi e vento.
***
O natura cortese,
son questi i doni tuoi,
questi i diletti sono
che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
è diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
spontaneo sorge e di piacer, quel tanto
che per mostro e miracolo talvolta
nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
prole cara agli eterni! assai felice
se respirar ti lice
d’alcun dolor; beata
se te d’ogni dolor morte risana.

Alessandro Manzoni – Marzo 1821

Alessandro Manzoni

Marzo 1821

ALLA ILLUSTRE MEMORIA
DI
TEODORO KOERNER
POETA E SOLDATO
DELLA INDIPENDENZA GERMANICA
MORTO SUL CAMPO DI LIPSIA
IL GIORNO XVIII D’OTTOBRE MDCCCXIII
NOME CARO A TUTTI I POPOLI
CHE COMBATTONO PER DIFENDERE
O PER CONQUISTARE
UNA PATRIA

Soffermati sull’arida sponda
Vòlti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell’antica virtù,
Han giurato: non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!
*
L’han giurato: altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell’ombra le spade
Che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno strette le destre;
Già le sacre parole son porte;
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol.
*
Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell’Orba selvosa
Scerner l’onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella
E dell’Oglio le miste correnti,
Chi ritorgliergli i mille torrenti
Che la foce dell’Adda versò,
*
Quello ancora una gente risorta
Potrà scindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati,
Risospingerla ai prischi dolor;
Una gente che libera tutta
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
*
Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto
Con che stassi un mendico sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo:
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato un segreto d’altrui;
La sua parte servire e tacer.
*
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v’è.
Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de’ barbari piè?
*
O stranieri! sui vostri stendardi
Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
Un giudizio da voi proferito
V’accompagna a l’iniqua tenzon;
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
Dio rigetta la forza straniera;
Ogni gente sia libera e pèra
Della spada l’iniqua ragion.
*
Se la terra ove oppressi gemeste
Preme i corpi de’ vostri oppressori,
Se la faccia d’estranei signori
Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v’ha detto che sterile, eterno
Saria il lutto dell’itale genti?
Chi v’ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v’udì?
*
Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
Che non disse al Germano giammai:
Va’, raccogli ove arato non hai;
Spiega l’ugne; l’Italia ti do.
*
Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio;
Dove ancor dell’umano lignaggio
Ogni speme deserta non è:
Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor nel segreto matura,
Dove ha lacrime un’alta sventura,
Non c’è cor che non batta per te.
*
Quante volte sull’alpe spïasti
L’apparir d’un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne’ deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
Stretti intorno ai tuoi santi colori,
Forti, armati dei propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.
*
Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor delle menti segrete:
Per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito dei popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l’orrida verga starà.
*
Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d’altrui,
Come un uomo straniero, le udrà!
Che a’ suoi figli narrandole un giorno,
Dovrà dir sospirando: «io non c’era»;
Che la santa vittrice bandiera
Salutata quel dì non avrà.

Neri Tanfucio (Renato Fucini) – In occasione del trasporto in Santa Croce

Neri Tanfucio

(Renato Fucini)

In occasione del trasporto in Santa Croce
delle ceneri ec. ec.

L’Avv. Sodi. …. E l’ abuso produce indigestione!….
Già sarà meglio mutare argomento.
Ma, mi dica, che razza di stagione!
Il Sig. Bassi. E non si para perchè viene a vento.

Senta, è un’ annata proprio da malanni….
Sodi. Anche lassù?
Bassi. Tosse canina a iosa.
Sa chi è morto oggi a otto? il sor Giovanni!
Sodi. Quale?
Bassi. Il marito della sora Rosa.

Sodi. Gianni Gonzi?
Bassi. Pur troppo. Ah! è stata atroce;
Anzi son qui a Firenze per vedere
Se si può trasportarlo in Santa Croce.
Che crede, lei che si potrà ottenere?

Sodi. Secondo, caro mio. Per primo punto,
Lei presenti un’ istanza e i documenti
Comprovanti la morte del defunto,
Tutti in carta bollata da uno e venti;

Ma se lei può trovar sei cavalieri,
Che attestino che il Gonzi era immortale,
Glielo piantano accanto all’ Alighieri
Senza nemmeno il processo verbale.

Firenze, 1873.

Neri Tanfucio (Renato Fucini) – Sopra un quadro non finito

Neri Tanfucio

(Renato Fucini)

Sopra un quadro non finito
rappresentante la crocifissione di N. S.

Dilettante. Bravo! me ne rallegro tanto tanto….
Pittore. Troppo buono….
Dilettante. Ah! perbacco, è un gran lavoro.
Ma che mi burla, lei! questo è un incanto:
Più che lo guardo e più me ne innamoro.

Ma la faccia del Cristo! muove il pianto.
O la figura maschia di quel moro?
Pittore. Qui ci farò i Ladroni.
Dilettante. Ah! già; qui accanto.
O come mai non li ha anche fatti loro?

Pittore. Mi lasci star, son mezzo disperato!
Vorrei du’ ghigne torve per far quelli….
Non se ne trova, e quanto n’ho cercato!

Dilettante. Come l [sic] e lei si sgomenta pei modelli?
Pittore. Mi dica…. le sarei tanto obbligato.
Dilettante. Alla Borsa, perdio; li vol più belli?

Firenze, 1872.

Argia Sbolenfi – Leda

Argia Sbolenfi

(Olindo Guerrini)

Leda

Giove, padre degli Dei,

Vide Leda e innamorato

Ebbe il gusto depravato

Di volerne gl’imenei

*

E l’aggiunse ai suoi trofei

Con l’astuzia e con l’agguato,

Poi che in cigno tramutato

Si calò nel grembo a lei.

*

Donna Leda gli diè il covo,

Ma con questo bel lavoro

Fu gallata e fece l’ovo.

*

Già l’effetto è sempre quello

Quando ruzzano fra loro

Una donna ed un uccello.