Archivi categoria: Poeti nel Mondo

Fabrizio De André Cantico dei drogati

Fabrizio De André

 

Cantico dei drogati

 

Ho licenziato Dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell’anima e nel cuore.
Le parole che dico
non han più forma né accento
si trasformano i suoni
in un sordo lamento.
Mentre fra gli altri nudi
io striscio verso un fuoco
che illumina i fantasmi
di questo osceno giuoco.

 

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

 

Chi mi riparlerà
di domani luminosi
dove i muti canteranno
e taceranno i noiosi.
Quando riascolterò
il vento tra le foglie
sussurrare i silenzi
che la sera raccoglie.
Io che non vedo più
che folletti di vetro
che mi spiano davanti
che mi ridono dietro.

 

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

 

Perché non hanno fatto
delle grandi pattumiere
per i giorni già usati
per queste ed altre sere.
E chi, chi sarà mai
il buttafuori del sole
chi lo spinge ogni giorno
sulla scena alle prime ore.
E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?

 

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

 

Quando scadrà l’affitto
di questo corpo idiota
allora avrò il mio premio
come una buona nota.
Mi citeran di monito
a chi crede sia bello
giocherellare a palla
con il proprio cervello.
Cercando di lanciarlo
oltre il confine stabilito
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell’infinito.

 

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

 

Tu che m’ascolti insegnami
un alfabeto che sia
differente da quello
della mia vigliaccheria.
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Maria Teresa di Calcutta – E Natale

E Natale

E’ Natale ogni volta che sorridi
a un fratello e gli tendi una mano.

E’ Natale ogni volta che rimani
in silenzio per ascoltare l’altro.

E’ Natale ogni volta che non accetti
quei principi che relegano gli oppressi
ai margini della società.

E’ Natale ogni volta che speri
con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.

E’ Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza.

E’ Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri.

(Madre Teresa di Calcutta)

**

SAMIR AL-QASIM (Giordania, 1939) Lettera di un morto in esilio

SAMIR AL-QASIM
(Giordania, 1939)
Lettera di un morto in esilio
Un giorno mi sorpresero:
spinsero via la madre e la sorella
mi arrestarono.
*
Erano quali statue di polvere,
dei visi che han perduto la luce degli occhi,
quando vennero all’improvviso
mi arrestarono.
*
Mio padre era allora lì a pregare
il Signore della terra:
pregava nel podere da noi ereditato dai nonni
quando vennero all’improvviso e mi arrestarono.
*
Mi portarono lontano
mi buttarono nel buio di un carcere dove m’incoronarono di spine.
Ciò malgrado, la mia fronte rimase alta.
*
Sul fango e sui fili spinati
mi trascinarono tutta la notte;
Ciò malgrado la mia fronte rimase alta.
*
Sfregarono con sabbia e con sale le mie ferite
in un angolo odioso mi scalciarono.
Le loro scarpe nere erano estranee:
erano dei resti dei maledetti schutztaffel dei Nazisti (di Bonn)…

Diventai un giardino di ferite

Yussef Al-Khal (Libano) L’ultima cena

Yussef Al-Khal
(Libano)
L’ultima cena
Abbiamo il vino e il pane, non abbiamo il maestro,
sono un fiume d’argento le nostre ferite.
Sulle finestre un vento.
Nei muri della causalità ci sono profonde fessure,
davanti alla porta un visitatore notturno.
Mangiamo e beviamo.
Le nostre ferite sono un fiume d’argento.
La causalità sta per crollare. Il vento le finestre ha divelto.
Il visitatore sfonda la porta.
Diciamo: ora mangiamo e beviamo!
Il nostro dio è morto, che ci sia un altro dio per noi!
Siamo stanchi della parola,
le nostre anime aspirano alla vacuità della vena.
Diciamo: abbasso la causalità e che perisca! Il vento avrà pietà di noi.
Il visitatore è seduto con noi, affamato per il pane,
assetato per l’invecchiato vino.
Diciamo: forse il visitatore è il nostro nuovo dio
e questi venti sono fiori piacevoli che si aprono nell’ignoto.
Riprendiamo a mangiare e a bere, e non abbiamo con noi il maestro.
Le nostre ferite sono un fiume d’argento.
Al canto del gallo, sono pochi a testimoniare per il regno della terra.

AVIANO (Impero Romano) Il soldato e la tromba

AVIANO
(Impero Romano)
Il soldato e la tromba

Una volta un soldato, logorato in battaglie,
fece voto di mettere sul fuoco tutte le armi
avute vincitore dai morenti
o prese ai nemici fuggitivi. Il tempo passa,
la sorte gli sorride; e memore comincia
a portare tra le fiamme le armi ad una ad una.
Ed ecco una tromba che con roco mormorio
respinge ogni colpa e si dice prima indegna delle
fiamme:
«Nessun dardo mai raggiunse le tue braccia, che puoi dire
scagliato dai miei muscoli. Io sol con arie e canti
raccolsi le armi, ed anche lo feci – lo attestano le stelle ‑
con tono moderato». Ma il milite, aggiungendola,
mentre gli resisteva, al fuoco scoppiettante:
«Pena e dolore adesso ti prendono piú gravi
perché se anche non puoi da sola né osi nulla,
per questo sei piú bieca, che fai malvagi gli altri».

Mario Luzzi–11 settembre

Mario Luzzi

11 settembre

Dimettete la vostra alterigia
sorelle di opulenza
gemelle di dominanza,
cessate di torreggiare
nel lutto e nel compianto
dopo il crollo e la voragine,
dopo lo scempio.
Vi ha una fede sanguinosa
in un attimo
ridotte a niente.
Sia umile e dolente,
non sia furibondo
lo strazio dell’ecatombe.

Si sono mescolati
in quella frenesia di morte
dell’estremo affronto i sangui,
l’arabo, l’ebreo,
il cristiano, l’indio.
E ora vi richiamerà
qualcuno ai vostri fasti.
Risorgete, risorgete,
non più torri, ma steli,
gigli di preghiera.
Avvenga per desiderio
di pace. Di pace vera.

Mario Luzi

Cesare Pavese – Gente che non capisce

Cesare Pavese

Gente che non capisce

Sotto gli alberi della stazione si accendono i lumi.
Gella sa che a quest’ora sua madre ritorna dai prati
col grembiale rigonfio. In attesa del treno,
Gella guarda tra il verde e sorride al pensiero
di fermarsi anche lei, tra i fanali, a raccogliere l’erba.

Gella sa che sua madre da giovane è stata in città
una volta: lei tutte le sere col buio ne parte
e sul treno ricorda vetrine specchianti
e persone che passano e non guardano in faccia.
La città di sua madre è un cortile rinchiuso
tra muraglie, e la gente s’affaccia ai balconi.
Gella torna ogni sera con gli occhi distratti
di colori e di voglie, e spaziando dal treno
pensa, al ritmo monotono, netti profili di vie
tra le luci, e colline percorse di viali e di vita
e gaiezze di giovani, schietti nel passo e nel riso padrone.

Gella è stufa di andare e venire, e tornare la sera
e non vivere né tra le case né in mezzo alle vigne.
La città la vorrebbe su quelle colline,
luminosa, segreta, e non muoversi più.
Così, è troppo diversa. Alla sera ritrova
i fratelli che tornano scalzi da qualche fatica,
e la madre abbronzata, e si parla di terre
e lei siede in silenzio. Ma ancora ricorda
che, bambina, tornava anche lei col suo fascio dell’erba:
solamente, quelli erano giochi. E la madre che suda
a raccogliere l’erba, perché da trent’anni
l’ha raccolta ogni sera, potrebbe una volta
ben restarsene in casa. Nessuno la cerca.

Anche Gella vorrebbe restarsene sola, nei prati,
ma raggiungere i più solitari, e magari nei boschi.
E aspettare la sera e sporcarsi nell’erba
e magari nel fango e mai più ritornare in città.
Non far nulla, perché non c’è nulla che serva a nessuno.
Come fanno le capre strappare soltanto le foglie più verdi
e impregnarsi i capelli, sudati e bruciati,
di rugiada notturna. Indurirsi le carni
e annerirle e strapparsi le vesti, così che in città
non la vogliano più. Gella è stufa di andare e venire
e sorride al pensiero di entrare in città
sfigurata e scomposta. Finché le colline e le vigne
non saranno scomparse, e potrà passeggiare
per i viali, dov’erano i prati, le sere, ridendo,
Gella avrà queste voglie, guardando dal treno.