Archivi categoria: Poeti nel Mondo

Erri De Luca – Considero Valore ogni forma di vita

Erri De LucaConsidero Valore ogni forma di vita

 

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
 
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.

 

Considero valore quello che domani non varrà più niente
e quello che oggi vale ancora poco.Considero valore tutte le ferite

 

.Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto
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Rainer Maria Rilke – Sonetti a Orfeo, I

Rainer Maria Rilke

Sonetti a Orfeo, I

Lì si levò un albero. Oh puro sovrastare!
Orfeo canta! Grandezza dell’albero in ascolto!
E tutto tacque. Ma proprio in quel tacere
avvenne un nuovo inizio, cenno e mutamento.

Animali di silenzio irruppero dal chiaro
bosco liberato, da tane e nascondigli
e si capì ch’essi non per astuzia
o per terrore in sé eran sì sommessi,

ma per l’ascolto. Ruglio, grido, bramito
parve piccolo nel loro cuore. E dove quasi
non v’era che una capanna al suo ricetto,

un anfratto dalle più scure brame ordito,
con un adito dagli stipiti sconnessi, –
tu creasti per loro un tempio nell’udito.

Clemente Rebora – Marzo lucendo nell’aria

Clemente Rebora

Marzo lucendo nell’aria

Marzo lucendo nell’aria
Con vena sottile rinnova
L’esangue terra invernale
E come occhio di bimbo
Tutto s’apre a guardare,
E dà i riccioli al vento4
Che val, primavera, con spire
Irrequiete turbare
L’inerte mia spoglia?
Fra quattro mura di libri e d’ombre,
Sopra pagine ingombre,
L’amabil giovinezza
Qui s’infosca e si spezza,
L’amabil giovinezza
Che tranne sé
Non ha chi non conosca;
Che val, primavera, con avida
Gioia invitare il mio senso
All’ebbrezza del sole e del vento?
Dall’incessante via
Una canzone appassionata esulta,
E un rider sento d’uomini e di donne
Che nel lavoro preparan le voglie:
Dalle pagine ingombre, ottenebrato
Il mio volto s’alza a chiedere
La verità della vita
Che l’àttimo contrasta
E il dolor solo accoglie.
Ma il dolore non basta
E l’amore non viene.

Fabrizio De André Cantico dei drogati

Fabrizio De André

 

Cantico dei drogati

 

Ho licenziato Dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell’anima e nel cuore.
Le parole che dico
non han più forma né accento
si trasformano i suoni
in un sordo lamento.
Mentre fra gli altri nudi
io striscio verso un fuoco
che illumina i fantasmi
di questo osceno giuoco.

 

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

 

Chi mi riparlerà
di domani luminosi
dove i muti canteranno
e taceranno i noiosi.
Quando riascolterò
il vento tra le foglie
sussurrare i silenzi
che la sera raccoglie.
Io che non vedo più
che folletti di vetro
che mi spiano davanti
che mi ridono dietro.

 

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

 

Perché non hanno fatto
delle grandi pattumiere
per i giorni già usati
per queste ed altre sere.
E chi, chi sarà mai
il buttafuori del sole
chi lo spinge ogni giorno
sulla scena alle prime ore.
E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?

 

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

 

Quando scadrà l’affitto
di questo corpo idiota
allora avrò il mio premio
come una buona nota.
Mi citeran di monito
a chi crede sia bello
giocherellare a palla
con il proprio cervello.
Cercando di lanciarlo
oltre il confine stabilito
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell’infinito.

 

Come potrò dire a mia madre che ho paura?

 

Tu che m’ascolti insegnami
un alfabeto che sia
differente da quello
della mia vigliaccheria.

Maria Teresa di Calcutta – E Natale

E Natale

E’ Natale ogni volta che sorridi
a un fratello e gli tendi una mano.

E’ Natale ogni volta che rimani
in silenzio per ascoltare l’altro.

E’ Natale ogni volta che non accetti
quei principi che relegano gli oppressi
ai margini della società.

E’ Natale ogni volta che speri
con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.

E’ Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza.

E’ Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri.

(Madre Teresa di Calcutta)

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SAMIR AL-QASIM (Giordania, 1939) Lettera di un morto in esilio

SAMIR AL-QASIM
(Giordania, 1939)
Lettera di un morto in esilio
Un giorno mi sorpresero:
spinsero via la madre e la sorella
mi arrestarono.
*
Erano quali statue di polvere,
dei visi che han perduto la luce degli occhi,
quando vennero all’improvviso
mi arrestarono.
*
Mio padre era allora lì a pregare
il Signore della terra:
pregava nel podere da noi ereditato dai nonni
quando vennero all’improvviso e mi arrestarono.
*
Mi portarono lontano
mi buttarono nel buio di un carcere dove m’incoronarono di spine.
Ciò malgrado, la mia fronte rimase alta.
*
Sul fango e sui fili spinati
mi trascinarono tutta la notte;
Ciò malgrado la mia fronte rimase alta.
*
Sfregarono con sabbia e con sale le mie ferite
in un angolo odioso mi scalciarono.
Le loro scarpe nere erano estranee:
erano dei resti dei maledetti schutztaffel dei Nazisti (di Bonn)…

Diventai un giardino di ferite

Yussef Al-Khal (Libano) L’ultima cena

Yussef Al-Khal
(Libano)
L’ultima cena
Abbiamo il vino e il pane, non abbiamo il maestro,
sono un fiume d’argento le nostre ferite.
Sulle finestre un vento.
Nei muri della causalità ci sono profonde fessure,
davanti alla porta un visitatore notturno.
Mangiamo e beviamo.
Le nostre ferite sono un fiume d’argento.
La causalità sta per crollare. Il vento le finestre ha divelto.
Il visitatore sfonda la porta.
Diciamo: ora mangiamo e beviamo!
Il nostro dio è morto, che ci sia un altro dio per noi!
Siamo stanchi della parola,
le nostre anime aspirano alla vacuità della vena.
Diciamo: abbasso la causalità e che perisca! Il vento avrà pietà di noi.
Il visitatore è seduto con noi, affamato per il pane,
assetato per l’invecchiato vino.
Diciamo: forse il visitatore è il nostro nuovo dio
e questi venti sono fiori piacevoli che si aprono nell’ignoto.
Riprendiamo a mangiare e a bere, e non abbiamo con noi il maestro.
Le nostre ferite sono un fiume d’argento.
Al canto del gallo, sono pochi a testimoniare per il regno della terra.