Archivi categoria: Poeti nel Mondo

G.G.Belli – Sonetti

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G.G.Belli
Sonetti

Lustrissimi:’ co’ questo mormoriale
v’addimanno benigna perdonanza
se `gni fiasco de vino, igni pietanza
non fussi stata robba pella quale.
*
Sibbè che pe non essece abbonnanza
come ce n’è pìú meio er carnovale,
o de paia o de fieno, o bene o male
tanto c’è stato da rempí la panza;
*
Ma già ve sento a dí: "Fior d’ogni pianta,
pe la salita annamo e pe la scenta,
famo li sordi e ‘r berzitelto canta."
*
Mó sentiteme a me: "Fiore de menta,
de pacienza co’ voi ce ne vò tanta
e buggiarà pebbío chi ve contenta."

t Lustrissìmi: "attacco portiano; cfr. Berle, 20, 1" (Muscetta). – Mor­fsoriaIe: memoriale. 3 ‘gni… igni: ogni. 4 fossi: fosse. – pella quale: per la quale, di qualità. 5 Sibbè. sebbene. – essere: essercì. 6 come ce n’è, e in misura superlativa, di carnevale. 7 o de paia ecc.: `o tic paia o de fieno basti er corpo sii pieno" (proverbio). 8 rompi: riempire. 10 scenta: scesa. 11 famo: facciamo. – berniteìlo-. bel zi­tello, giovanotto (ironico). 14 baggiarà. vada a farsi buggerare. – peb­No: per Dio (eufemismo).
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G.G Belli – Er giorno der giudizzio

G.G Belli

Er giorno der giudizzio

Cuattro angioloni co le tromme in bocca
Se metteranno uno pe ccantone
A ssonà: poi co ttanto de voscione
Cominceranno a ddì: «Ffora a cchi ttocca».

Allora vierà ssù una filastrocca
De schertri da la terra a ppecorone ,
Pe rripijjà ffigura de perzone,
Come purcini attorno de la bbiocca .

E sta bbiocca sarà Ddio bbenedetto,
Che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:
Una pe annà in cantina, una sur tetto.

All’urtimo usscirà ‘na sonajjera
D’angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,
Smorzeranno li lumi, e bbona sera.

Carlo Betocchi – Rovine 1945

Carlo Betocchi
Rovine 1945

Non è vero che hanno distrutto
le case, non è vero:
solo è vero in quel muro diruto
l’avanzarsi del cielo
*
a piene mani, a pieno petto,
dove ignoti sognarono,
o vivendo sognare credettero,
quelli che son spariti…
*
Ora spetta all’ombra spezzata
il gioco d’altri tempi,
sopra i muri, nell’alba assolata,
imitarne gli incerti…
*
e nel vuoto alla rondine che passa.

Carlo Betocchi – La Pasqua dei poveri

Carlo Betocchi
La Pasqua dei poveri

Forse per noi, che non abbiam che pane,
forse più bella è la tua Santa Pasqua,
o Gesù nostro, e la tua mite frasca
si spande, oliva, nelle stanze quadre.
Povero il cielo e povere le stanze,
Sabato Santo, il tuo chiaror ci abbaglia,
e il nostro cuore fa una lenta maglia
col cielo, che ne abbraccia le speranze.
Semplice vita, alle nostre domande
tu ci rispondi: Su coraggio, andate!
Noi t’ubbidiamo; e questa povertà
non ha bisogno più d’altre vivande.
Noi siamo tanti quanti alla campagna
sono gli uccelli sulle mosse piante,
cui sembra ancor che le parole sante
giungan col vento e l’acqua che li bagna.
A noi, non visti, nelle grigie stanze,
miriadi in mezzo alla città che fuma,
Sabato Santo, la tua luce illumina
solo le mani, unica festa, stanche:
a noi la pace che verrà, operosa
già dentro il cuore e sulla mano sta,
che ti prepara, o Pasqua, e che non ha
che il solo pane per farti festosa.

Lorenzo Il Magnifico – O Dio, o sommo Bene, or come fai

Lorenzo Il Magnifico
O Dio, o sommo Bene, or come fai

O Dio, o sommo Bene, or come fai,
che te sol cerco e non ti trovo mai?
Lasso, s’io cerco questa cosa o quella,
te cerco in esse, o dolce Signor mio!

Ogni cosa per te è buona e bella
e muove, come buona, il mio disio;
tu se’ pur tutto in ogni luogo, o Dio,
e in alcun luogo non ti truovo mai.

Per trovar te la trista alma si strugge,
il dì m’affliggo e la notte non poso.
Lasso, quanto più cerco, più si fugge
il dolce e desiato mio riposo!

Deh, dimmi, Signor mio, ove se’ ascoso:
stanco già son, Signor, dimmelo omai.
Se a cercar di te, Signor, mi muovo
in ricchezze, in onore o in diletto,
quanto più di te cerco, men ne truovo,
onde stanco mai posa il vano affetto.

Tu m’hai del tuo amore acceso il petto,
poi se’ fuggito, e non ti veggo mai.
La vista, in mille varie cose volta,
ti guarda e non ti vede, e sei lucente;
l’orecchio ancor diverse voci ascolta,
il tuo suono è per tutto, e non ti sente:
la dolcezza comune a ogni gente
cerca ogni senso, e non la truova mai.

Deh, perché cerchi, anima trista, ancora
beata vita in tanti affanni e pene?
Cerca quel cerchi pur, ma non dimora
nel luogo ove tu cerchi questo bene:
beata vita onde la morte viene
cerchi, e vita ove vita non fu mai.

Muoia in me questa misera vita,
acciò che io viva, o vera vita, in te;
la morte in multitudine infinita
in te sol vita sia, che vita se’;
muoio quanto te lascio e guardo me:
converso a te, io non morrò già mai.

Degli occhi vani ogni luce sia spenta,
perché vegga te, vera luce amica;
assorda e miei orecchi, acciò che io senta
la disiata voce che mi dica:

"Venite a me, chi ha peso o fatica,
ch’io vi ristori": egli è ben tempo omai!
Allor l’occhio vedrà luce invisibile,
l’orecchio udirà suon ch’è senza voce,
luce e suon che alla mente è sol sensibile,
né il troppo offende o a tal senso nuoce.
Stando e piè fermi, correrà veloce
l’alma a quel ben che è seco sempre mai.
Allor vedrò, o Signor dolce e bello,
che questo bene o quel non mi contenta,
ma levando dal bene e questo e quello,
quel ben che resta il dolce Dio diventa.
Questa vera dolcezza e sola senta
chi cerca il ben: questo non manca mai.
La nostra eterna sete mai non spegne
l’acqua corrente di questo o quel rivo,
ma giugne al tristo foco ognor più legne:
sol ne contenta il fonte eterno e vivo.
O acqua santa, se al tuo fonte arrivo,
berrò, e sete non arò più mai.
Tanto desio non dovria esser vano,
a te si muove pure il nostro ardore.
Porgi benigno l’una e l’altra mano,
O Iesù mio: tu se’ infinito amore!
Poiché hai piagato dolcemente il core,
sana tu quella piaga che tu fai!

Federigo Tozzi – Antiche torri di Siena

Federigo Tozzi

Antiche torri di Siena

Antiche torri della mia città,

spesso pensai con molta voluttà

che io uccidessi allo sbocco d’una strada

tutti, volgendo a tondo la mia spada;

antiche torri della mia città.

***

Io trucidai l’amore a primavera,

ed ogni cosa crebbe di sue vene.

Ma un cavaliere con la lancia nera

ad aspettarlo nella notte viene.

Io trucidai l’amore a primavera.

***

Signore, adesso ho l’anima tranquilla

sì come una città nel sole afoso;

soltanto un’alta cuspide scintilla

nell’infinito puro e silenzioso.

***

Io non trovai giammai fin qui riposo;

e m’arse sempre in vece una favilla

nel mio cammino tacito e pietroso,

dove udivo soltanto la mia squilla.

***

Ed ora m’ebbi il tuo sorriso immenso

come se fosse a guisa d’orizzonte:

onde la terra è simile all’incenso.

***

E se io non vedo ancora la tua fonte

pullulata da dentro ad ogni senso,

l’anima pel tuo cielo è come un ponte.

Cristo

Con una veste rossa per dileggio

ti portano nel mezzo di una piazza.

E piove. Un uomo del bestial corteggio

batte su la tua carne pavonazza.

*

Ma, come se volesse farti peggio,

la turba ridacchiando si sollazza

se alcuno dice: O Cristo, ti schiaffeggio!

E il tuo sangue lo bagna come guazza.

*

Anche tieni una canna con le mani,

non pensando ai fuggiti tuoi seguaci

e alla pioggia che t’entra nei capelli.

*

Oh, come ti si schiudono i lontani

cieli della bontà, mentre tu taci;

e quanto ti confortano più belli!

Crocefissione

Silenzio immenso. Si ode gocciolare

il sangue dalle gambe di Gesù.

I due ladroni vogliono ascoltare;

ma le teste si piegano di più.

*

Ed ecco dalla strada lunga appare

Maria e le donne della sua tribù.

Elle si vedon molto lacrimare,

e Cristo si distorce e guarda giù.

*

I lor grandi mantelli son vermigli;

e una luce potente e misteriosa

batte su i loro volti come gigli.

*

Forse, è la luna bianca e dolorosa?

Ma par che a un tratto il sangue si rappigli

su la croce; e Gesù morto riposa.

Gaspara Stampa – Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco

Gaspara Stampa

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men stranio animale,
che vive e spira nel medesmo loco.
*
Le mie delizie son tutte e ’l mio gioco
viver ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.
*
A pena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.
*
Ed io d’arder amando non mi pento,
pur che chi m’ha di novo tolto il core
resti de l’arder mio pago e contento.