Archivi categoria: Italia – Giusepppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti – I Fiumi –

Giuseppe Ungaretti –

I Fiumi

Mi tengo a quest’albero mutilato

abbandonato in questa dolina

che ha il languore

di un circo

prima o dopo lo spettacolo
e guardo

il passaggio quieto

delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso

in un’urna d’acqua

e come una reliquia

ho riposato

L’Isonzo scorrendo

mi levigava

come un suo sasso.

Ho tirato su

le mie quattro ossa

e me ne sono andato

come un acrobata

sull’acqua.

Mi sono accoccolato

vicino ai miei panni

sudici di guerra

e come un beduino

mi sono chinato

a ricevere
il sole

Questo è l’Isonzo

e qui meglio

mi sono riconosciuto

una docile fibra

dell’universo

Il mio supplizio

è quando

non mi credo

in armonia.

Ma quelle occulte

mani

che m’intridono

mi regalano

la rara

felicità

Ho ripassato

le epoche

della mia vita.
Questi sono

i miei fiumi
Questo è il Serchio

al quale hanno attinto

duemil’anni forse

di gente mia campagnola

Il mio padre e mia madre.

Questo è il Nilo

che mi ha visto

nascere e crescere

e ardere d’inconsapevolezza

nelle estese pianure.

Questa è la Senna

e in quel suo torbido

mi sono rimescolato

e mi sono conosciuto.

Questi sono i miei fiumi

contati nell’Isonzo.

Questa è la mia nostalgia

che in ognuno

mi traspare

ora ch’è notte

che la mia vita mi pare

una corolla

di tenebre.

Giuseppe Ungaretti – 12 Settembre 1966

Giuseppe Ungaretti
12 Settembre 1966
Sei comparsa al portone

in un vestito rosso
per dirmi che sei fuoco
che consuma e riaccende.

Una spina mi ha punto

delle tue rose rosse
perché succhiassi al dito,
come già tuo, il mio sangue.

Percorremmo la strada

che lacera il rigoglio
della selvaggia altura,
ma già da molto tempo
sapevo che soffrendo con temeraria fede,
l’età per vincere non conta.

Era di lunedì,

per stringerci le mani

E parlare felici

non si trovò rifugio
che in un giardino triste
della città convulsa.

Giuseppe Ungaretti – L’impietrito e il velluto

Giuseppe Ungaretti

L’impietrito e il velluto

Ho scoperto le barche che molleggiano

Sole, e le osservo non so dove, solo.

Non accadrà le accosti anima viva.

Impalpabile dito di macigno

Ne mostra di nascosto al sorteggiato

Gli scabri messi emersi dall’abisso

Che recano, dondolo nel vuoto,

Verso l’alambiccare

Del vecchissimo ossesso

La eco di strazio dello spento flutto

Durato appena un attimo

Sparito con le sue sinistre barche.

Mentre si avvicendavano

L’uno sull’altro addosso

I branchi annichiliti

Dei cavalloni del nitrire ignari,

Il velluto croato

Dello sguardo di Dunja,

Che sa come arretrarla di millenni,

Come assentarla, pietra

Dopo l’aggirarsi solito

Da uno smarrirsi all’altro,

Zingara in tenda di Asie,

Il velluto dello sguardo di Dunja

Fulmineo torna presente pietà.

Giuseppe Ungaretti – Distacco

Giuseppe Ungaretti
Distacco

Locvizza il 24 settembre 1916

Eccovi un uomo
Uniforme

Eccovi un’anima
deserta
uno specchio impassibile

M’avviene di svegliarmi
e di congiungermi
e di possedere

Il raro bene che mi nasce
così piano mi nasce

E quando ha durato
così insensibilmente s’è spento

Giuseppe Ungaretti – Nelle vene

Giuseppe Ungaretti
Nelle vene

Nelle vene già quasi vuote tombe
L’ancora galoppante brama,
Nelle mie ossa che si gelano il sasso,
Nell’anima il rimpianto sordo,
L’indomabile nequizia, dissolvi;
*
Dal rimorso, latrato sterminato,
Nel buio inenarrabile
Terribile clausura,
Riscattami, e le tue ciglia pietose
Dal lungo tuo sonno, sommuovi;
*
Il roseo improvviso tuo segno,
Genitrice mente, risalga
E’ riprenda a sorprendermi;
Insperata risùscitati,
Misura incredibile, pace;
*
Fa, nel librato paesaggio, ch’io possa
Risillabare le parole ingenue.

Giuseppe Ungaretti – La pietà romana a Rafaele Contu

Giuseppe Ungaretti
La pietà romana

a Rafaele Contu

1932
In mezzo ai forsennati insorse calma
Ciascuno richiamando a voce dura,
E in giorni schietti cambiò tristi fati.

Nella casa provata
portò la palma,
Rinfrancò i piangenti.

Come Roma la volle,
Formando senza tregua l’indomani,
E’ la pietà che rammentando i padri,
Ha la sorte dei figli nel pensiero.

Negli opifici libera speranze,
Li si dorano spighe nelle mani
E porta il proprio altare nel suo cuore.

Giuseppe Ungaretti – Defunti su montagne

Giuseppe Ungaretti

Defunti su montagne

Poche cose mi restano visibili
E, per sempre, l’aprile
Trascinante la nuvola insolubile,
Ma d’improvviso splendido:
Pallore, al Colosseo
Su estremi fumi emerso,
Col precipizio alle orbite
D’un azzurro che sorte più non eccita
Né turba.
*
Come nelle distanze
Le apparizioni incerte trascorrenti
Il chiarore impegnando
A limiti d’inganni,
Da pochi passi apparsi
I passanti alla base di quel muro
Perdevano statura
Dilatando il deserto dell’altezza,
E la sorpresa se, ombre, parlavano.
*
Agli echi fondi’ attento
Dello strano tamburo,
A quale ansia suprema rispondevo
Di volontà, bruciante
Quanto appariva esausta?
Non, da remoti eventi sobbalzando,
M’allettavano, ancora familiari
Nel ricordo, i pensieri dell’orgoglio:
Non era nostalgia, né delirio;
Non invidia di quiete inalterabile.
*
Allora fu che, entrato in San Clemente,
Dalla crocefissione di Masaccio
M’accolsero, d’un alito staccati
Mentre l’equestre rabbia
Convertita giù in roccia ammutoliva,
Desti dietro il biancore
Delle tombe abolite,
Defunti, su montagne
Sbocciate lievi da leggere nuvole.
*
Da pertinaci fumi risalito
Fu allora che intravvidi
Perché m’accende ancora la speranza.