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Arthur Rimbraud – I poveri e il Signore

Arthur Rimbraud

I poveri e il Signore
Stabbiati in mezzo ai banchi, nel fondo della chiesa
Fetida e intiepidita dai fiati, con gli sguardi
Rivolti verso il coro sfavillante e i cantori
Che dalle venti fauci urlano gli inni sacri,
*
Fiutando come pane l’odore della cera,
Umiliati e contenti come cani battuti,
I Poveri al buon Dio, sommo padrone e sire,
Offrono i loro oremus risibili e cocciuti.
*
Per le donne, è un sollievo lustrare bene i banchi,
Dopo i sei giorni neri in cui Dio le tormenta!
Cullano, attorcigliati dentro pellicce strane,
Delle specie d’infanti che piangon da morire.
*
Coi seni sozzi fuori, quelle mangiaminestra
Che pregan con lo sguardo senza pregare mai,
Osservano maligne pavoneggiarsi un gruppo
Di bambine coperte da cappelli deformi.
*
Fuori, il freddo, la fame, il marito in bisboccia.
Qui, si sta bene. Un’ora. Poi, mali senza fine!
Intorno a loro, ecco la sinfonia nasale
Di vecchie pappagorge disposte in bella mostra.
*
Ecco gli stralunati, ecco qui gli epilettici
Da cui ci si distoglie se li incontri per via;
E, pascolando avidi col naso nei messali,
Ecco i ciechi che un cane guida dentro i cortili.
*
Tutti, sbavan la fede tonta degli accattoni,
Recitando un lamento infinito a Gesù
Che sogna, in alto, giallo per la vetrata livida,
Lungi da quei cattivi macilenti o panciuti,
*
Lungi da quell’afrore di carni e stoffe putride,
Dai buffoni prostrati con gesti ripugnanti;
— Le preci s’infiorettan di locuzioni scelte
E il misticismo assume un tono più incalzante
*
Quando, dalle navate dove perisce il sole,
Con sorrisi verdastri nella seta banale,
Le Dame dei quartieri distinti, fegatose,
Fan baciare le dita gialle all’acquasantiera.

Mario Melèndes – La spiaggia dei poveri

Mario Melèndes  – 

La spiaggia dei poveri
  1
I poveri trascorrono l’estate a un mare
che solo essi conoscono
Lì installano le loro tende
fatte di vimini e cellofan
e poi scendono a riva
per vedere l’arrivo delle scialuppe
indurite di addii
Sulla piaggia
la miseria si abbronza bocconi
la fame prende il sole su uno scoglio
i bambini costruiscono rifugi sulla sabbia
e le ragazze passeggiano
con i loro bikini passati di moda
Esse stendono i loro asciugamani di carta
e si sdraiano a guardare le onde che s’infrangono
che ricordano loro la forma di un pane
o una cipolla
Nuotano i sogni in alto mare
Ed esse vedono il venditore di gelati
che accarezza i loro seni
o se stesse in viaggio verso la schiuma
da cui itornano con vestiti nuovi
e un sorriso nell’anima
2
I poveri trascorrono l’estate a un mare
che solo essi conoscono
E quando scende la sera
e di fronte a loro si sveste l’orizzonte
e i gabbiani si schiodano dall’aria
per tornare a casa
e il crepuscolo è una pentola in comune
piena di pesci e colori
essi accendono i falò sulla sabbia
e cominciano a cantare e a ridere
e a respirare la breve storia dei loro nomi
e bevono vino e birra
e si ubriacano
abbracciati ai loro migliori ricordi
Nuotano i sogni in alto mare
Ed essi vedono i loro figli diretti verso la scuola
carichi di libri e scarpe e giocattoli
o se stessi di ritorno dal lavoro
con le tasche gonfie
e con un bacio dipinto sopra l’anima
E mentre essi sognano
spegne i loro falò la fame
e si mette a correre nuda sulla spiaggia
con le ossa piene di lacrime.

Carlo Betocchi – La Pasqua dei poveri

Carlo Betocchi
La Pasqua dei poveri

Forse per noi, che non abbiam che pane,
forse più bella è la tua Santa Pasqua,
o Gesù nostro, e la tua mite frasca
si spande, oliva, nelle stanze quadre.
Povero il cielo e povere le stanze,
Sabato Santo, il tuo chiaror ci abbaglia,
e il nostro cuore fa una lenta maglia
col cielo, che ne abbraccia le speranze.
Semplice vita, alle nostre domande
tu ci rispondi: Su coraggio, andate!
Noi t’ubbidiamo; e questa povertà
non ha bisogno più d’altre vivande.
Noi siamo tanti quanti alla campagna
sono gli uccelli sulle mosse piante,
cui sembra ancor che le parole sante
giungan col vento e l’acqua che li bagna.
A noi, non visti, nelle grigie stanze,
miriadi in mezzo alla città che fuma,
Sabato Santo, la tua luce illumina
solo le mani, unica festa, stanche:
a noi la pace che verrà, operosa
già dentro il cuore e sulla mano sta,
che ti prepara, o Pasqua, e che non ha
che il solo pane per farti festosa.

Charles Baudelarie – La Morte dei poveri

Charles Baudelarie
La Morte dei poveri

La Morte, ahimè, consola e dà la vita:
è il fine all’esistenza ed è la sola
speranza che ci esalta e che ci inebria,
come elisir, donandoci il coraggio
di camminare fino a sera; è luce
che trema all’orizzonte nostro oscuro,
in mezzo alla tempesta, fra la neve
e la brina; è l’ottima locanda
indicata sul libro, ove sedersi,
mangiare, si potrà, dormire; è un Angelo
che regge nelle sue dita magnetiche
l’urna del sonno e il dono dell’estatico
sognare, e che rifà alla gente misera
e nuda il letto; degli Dei è la gloria,
è il mistico granaio, è d’ogni povero
la borsa e la sua patria antica, è il portico
aperto sopra i Cieli sconosciuti.