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Aharon Shabtai – La nostra terra

“In tempi oscuri, quando uno stato
costringe il suo popolo alla sottomissione, arriva
il momento in cui il poeta non può accettare il silenzio.
I coraggiosi poemi di Shabtai perforano la cupa oscurità
di Israele come un raggio laser. Shabtai scrive in ebraico ,
ma parla in nome di tutti gli oppressi.”
Tariq Ali (poeta Palestinese)

 


La nostra terra
Aharon Shabtai
Poeta Israeliano



Ricordo come,
nel 1946, mano nella mano
uscimmo nel campo
al margine di Frishman Street
per scoprire l’autunno.
Sotto i raggi del sole
traversanti obliqui le nuvole di ottobre
un fallah scavava un solco
con un aratro di legno.
Il suo amico indossava una jallabiya
arrotolato fino alle ginocchia
nell’accovacciarsi su una montagnola.
Presto ci incontreremo tutti
nella Tel Aviv là sotto,
Weinstein il lattaio,
e Haim l’uomo del ghiaccio,
Solganik
e il personale della cooperativa di granaglie:
Hannah e Frieda e Tzitron;
e l’uomo monco da un braccio
del negozio di abbigliamento
all’angolo
vicino al Caffè Ditza;
il dottor Levova
e l’infermiera Krasnova;
il gentile
dottor Gottlieb.
E incontreremo Stoller
il macellaio,
e suo figlio Baruch;
e Muzikant il barbiere,
e Lauterbach, il bibliotecario;
e la bella signora dalla pelle scura
dello Hahn Restaurant.

E incontreremo lo spazzino
il signor Yaretzky,
la cui vedova teneva
appeso nell’ingresso
il dipinto-parabola
che mostrava le fasi della vita.
Per questi fallahin,
e anche per i bambini del villaggio di Sumel,
che aggreggiavano le capre
in Frug Street,
il cuore farà posto
come un tavolo
che apre le sue ali.
Poichè noi apparteniamo
a un unico corpo,
arabi e ebrei.
Tel Aviv e Tulkarem,
Haifa e Ramallah,
che cosa sono
se non un unico paio di spalle,
petti gemelli?
Litigavamo
come le parti del corpo dell’uomo
che portè il latte della leonessa
giù dalle montagne
nella leggenda narrata da Bialik.
Attraverso le crepe nella terra,
alzeremo allora lo sguardo verso di voi;
sotto i vostri piedi
la nostra terra viene straziata
con catene d’acciaio,
e al di sopra delle vostre teste non vi è un cielo
come una camicia azzurra,
ma solo le larghe natiche dell’assassino.

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Aharon Shabtai – Rosh ha-Shanah

 Rosh ha-Shanah

Aharon Shabtai

Neanche dopo l’omicidio del piccolo Muhammad
A Rosh ha-Shanah
La carta si è fatta nera,
Nei giorni in cui
I franchi tiratori si lavano la divisa
Io mi metto su una pasta,
Verso dell’olio d’oliva
Ci faccio rosolare delle bacche di ginepro
Cucino il tutto per un paio di minuti
Aggiungo qualche pomodoro essiccato,
Dell’aglio tritato, e un pugno di erbe aromatiche
E mentre mangio appare
In tivvù il nostro dottor ministro
Degli affari esteri e della polizia,
E appena finisce
Io mi metto a scrivere una poesia,
Perché è sempre stato così,
Gli assassini uccidono
L’intellettuale si vanta
E il poeta canta.

(da “J’Accuse”, 2001)

Aharon Shabtai – Quattro blocchi stradali

Aharon Shabtai

Quattro blocchi stradali

A chi prende l’Ariel
Capiterà di vedere
All’imbocco di ognuna delle quattro magre
Diramazioni che portano ai villaggi
Un’opera d’arte israeliana:
Un blocco stradale fatto con un cumulo
Di spazzatura e pietrame.
Uno a Marda,
Uno sulla strada per Zeita,
Tra Tapuach e Ya’asuf,
E sotto il ponte
Di Iskaka.
Io li ho portati tutti
A casa da me,
Ed ora prima di addormentarmi
I quattro blocchi
Sono davanti ai miei occhi
Tra il letto
E il guardaroba.
Su quello di Iskaka
E’ appesa la carcassa
Di un lupo,
Il blocco di Zeita invece
È fatto di cinque
Cubi di cemento
Ordinati con freddezza
Perfettamente allineati
Ed equidistanti tra loro
Come le braccia del candelabro di Hanukkah.

(2004)

Aharon Shabtai – Pasqua


Aharon Shabtai

Pasqua

Invece di far bollire
Pentole e piatti
Sfregatevi i cuori
Con lana di acciaio.
Voi che leggete
Il racconto pasquale
Come maiali,
Che appena vi si serve da mangiare
Vi mettete a grattare il fondo del piatto,
Che vi sia sedano o polpette.
Ma la Pasqua è più forte di voi.
Uscite fuori, guardate:
Gli schiavi si stanno sollevando,
Una mano coraggiosa sta seppellendo
Nella sabbia l’oppressore,
Ecco il vostro Faraone
Crudele e stupido,
Che spedisce truppe e carri,
Ed ecco il mare della libertà
Che li inghiotte.

(da “J’Accuse”, 2002)

Aharon Shabtai – La cultura ebraica

  Aharon Shabtai

La cultura ebraica

La cultura ebraica assomiglia
A due sorelle
Di buona famiglia,
Entrambi maritate
A soldati,
Ufficiali di carriera.
La prima a Pinki,
La seconda a Bugi.
Di primo mattino
Pinki e Bugi s’alzano.
Il primo scorrazza in giro
Con i suoi carri armati,
Va a seminare morte
Nei quartieri poveri,
A distruggere case
Davanti a vecchi e bambini,
Mentre il secondo scruta
Da dietro gli occhiali
E dopo un esame attento
Prende di mira interi villaggi
Di piantagioni in fiore,
Trasforma intere città
In campi di concentramento.
A venti chilometri di distanza
Nulla si sente più
Se non il ronzio di un innaffiatore.
I libri sono tornati
Al loro posto sullo scaffale
Dentro le loro belle copertine,
E le due sorelle
Possono dedicarsi alle loro ricette,
Si mettono a cucinare.
La prima prepara un gulash per Bugi,
La seconda una pasta per Pinki.

(2004)

 

 

 

Aharon Shabtai – Io non odio il popolo

 

Aharon Shabtai

Io non odio il popolo

Io non odio il popolo
In gran parte sono solo cetrioli
Che van bene per l’insalata
O come sottaceti
Si vendono sempre a buon mercato.
Gli intellettuali si gonfiano
Fino a diventare zucchine,
Zucche, meloni,
Hanno poco zucchero
E tanta acqua.
I soldati che ho visto
Al posto di blocco di Sufa
Sono stati portati in jeep a Rafi’ah
Come bottiglie di birra
O scatolette di carne.
Che una volta svuotate
Saranno buttate assieme con noi
Sullo stesso mucchio.
E dovrei forse arrabbiarmi
Per una bottiglia scaduta
O per una scatoletta vuota?

(2004)

 

Aharon Shabtai – Io amo Pasqua

 

Aharon Shabtai

Io amo Pasqua

Io amo Pasqua
Perché allora torni prima.
E come ogni anno
Andremo a Kiriat-Mozkin
E tra i calici di vino
E le bottigliette del charoset
Zvi racconterà
Della “marcia della morte”.
Poi torneremo a Tel Aviv,
E mentre guiderai con il buio,
I vetri dell’auto
Saranno coperti di vapore,
Allora io poserò la mano
Sul tuo ginocchio.
Appena rincasati ci metteremo a letto
E festeggeremo il nostro
Seder pasquale privato.
Io mi vedo che
Accosto le labbra al tuo ventre
E penso al miele,
Mentre giù in strada
Si aggira ancora il nostro angelo.

(da “J’Accuse”, 2002)