Archivi categoria: Italia – Resistenza

David Maria Turoldo – Ma tu sempre

David Maria Turoldo
Ma tu sempre
Tu sempre m’intendi

pur se mormoro o grido:
tu l’Ineffabile
perfino Tenebra luminosa!…
Così varcherò l’ultima soglia
l’anima danzando…

Salmo 8
Come splende, Signore Dio nostro

il tuo nome su tutta la terra.
Lasciami anche dalla tomba un pertugio,
che io possa ancora vedere
il sole che sorge
una nuvola d’oro,
Espero che riluce la sera
in un limpido cielo.
E mai abbia fine questa Coscienza
cge i cieli immensi comprende
e più riflesso di te
che lo orni di divino splendore;
senza, non c’è voce che ti canti.

Preghiera
Svegliati, mia arpa,

che voglio destare l’aurora:
cantare i silenzi dell’alba
chiamare le genti sulle porte,
e salutare il giorno:
e dare speranza agli umili
e dire insieme la preghiera
del pane che basti per oggi:
allora anche i poveri ne avranno d’avanzo.
Amen.

Annunci

Franco Fortini – Al di là della speranza

Franco Fortini

Al di là della speranza

Nam neque nos agere hoc patria tempore iniquo
possumus aequo animo…

1.
Non la paura di tornare eguali
a noi stessi, cristiane anime in cenere,
né ritegno di errore ci trattiene
fra gli errori. Dai nostri ultimi mali
altro sangue, non gelo, hanno le vene;
non orgoglio, ma irta carità.
*
Era dei falsi asceti il falso ardore
che repugnava: univano l’infame
disprezzo per i moti chiusi in cuore
a tutti (la "spontaneità", la "fame
di storia"!) con l’elogio dei "semplici". Onore
della ragione, il nostro, non virtù
*
astratta, non orgoglio.
Questo, almeno, sperato. E se ora chiedi
a me il mio cuore antico, se mi chiedi
chi sono, e quale orgoglio,
io ti rispondo che il mio pianto, vedi,
non si vergogna più.

2.
E anch’io ho saputo in una torma oscura
come la tua, ma a Bologna, una festa
di bandiere rapprese; e poi, fra i resti
dei cori, i vecchi-infanti nella dura
ira del neon… Il socialismo tristi
corpi mi parve, un’altra chiusa età
*
come la vecchia inascoltata e nera
che usciva dalla livida novena
di incenso e cera e buio, dove la pena
dell’agonia si culla nella sera
dei sensi e tutto è vano
strazio d’infanzia, cieca verità…
*
Anch’io so, più dite so, che sia questo
orrore della povera speranza
dei poveri, degli ingannati, senza
possibile riscatto; di chi presto
sarà vissuto, misera sapienza
orba di verità.
*
Ma tu chi sei che di pietà impietosa
dài grazia ai versi dove sono ciechi,
fuor di te, tutti? Nei vicoli biechi
e teneri ti sciogli, dell’afosa
notte di Roma, e poi torni e ti rechi
intatto al verso. Quella libertà
*
che ti perdoni, ad altri tu la togli
e del nulla sei complice e del male
del tuo popolo. A corte, poi, ti vale
leggere come l’anima disciogli
nei tuoi poemi in limpide querele,
fra chi, come te, sa…

3.
Mi provo ad un non mio discorso, vedi,
credendo che anche a me la rima e il verso
fingano forza ad essere diverso
dai miei vizi. Non credo a quel che credi.
Altre vie dalle tue m’hanno converso
a questa nostra eguale volontà.
*
La nostra storia non è mai finita.
Quando tu lo chiedevi, io scrissi in odio
alla pietà che ti vinceva, in odio
a chi vanta nel verso tuo la Vita
miele dei morti e del peccato, vischio
che fa dolce la nausea e la pietà:
*
Non la speranza ti dico, la cagna
affamata che non si sazia mai
e vagabonda ai confini. Tu sai
quanta con lei si celebra vergogna
quanta con lei viltà.
*
Una volta, sperare era sperare
aria d’amore o d’ozio o di campagna
o d’infanzia risorta o un pianto o un mare
dove spunti una vela, una montagna
bruna per la distanza, una città
*
dove perdersi in pace. Piano, un passo
dopo l’altro, è mutata, spenti i simboli
ridicoli, quei miti blandi limbi.
E la speranza ora è convulso passo
di bestia, entro di noi, che viene e va.
…………………………………………………

Sogni fra i corpi e credi alloro sangue
buono a bere, al calore
vile e dolce. Cammini giudicando
non giudicando, intriso
d’altri, per umiliarti e, in fondo, vincere.
Non è la colpa che insapora questo
vagare per le tenebre dolcissime
di parchi, di balconi, d’archivolti,
le notti aride; non è più che un ansito
per ricordare. Sei solo ed e quello
che vuoi…
Anima bella che si frusta! Il fuoco
d’essere abbietto e leccare il calcagno,
lo spasimo in protesi nervi, il roco
grazie e il devoto alito nel lagno
ultimo, tu lo sai bene, non è
*
se non rovescia furia d’infinito
potere che a sé solo in sogno crede,
quando chi dorme in suo ansito stritola
i denti di suo padre sotto il piede
e d’ombre della carne si fa re…

4.
(Veramente si fu servi delle ore,
veramente si fu servi di stolti,
veramente contriti i nostri volti
veri e tradito il nostro vero amore,
e l’ultima parola che ora ascolti
*
non fu detta, compagno, per viltà,
non l’ho mai detta, perché era più libera
troppo e più grande di questa esistenza
nostra, ed era menzogna dirla senza
dire anche l’altro, dire anche di no…)

5.
Ma chi spera di leggere domani
una consolazione nelle righe
di piombo dei giornali; e chi le scrive
nell’afa delle redazioni, con mani
di assassini devoti; e chi le nemiche
parole spia per farne scusa a sé,
*
sono compagni nostri! Che non credono
a nulla più se non alle parole
che hanno insegnato agli operai, parole
che ritornano a loro come fede
stravolta o ira o grido di chi vuole
quel che non ha ma più quel che non sa…

6.
Pure, più forti dei loro brusii, più sottili
dei nostri ragionamenti, più astute
del dolore, ritessono la muta
realtà con le tenaci fila
le forze produttive e si tramutano
in rapporti di produzione, e sta
*
questa, ‘in ultima analisi’, in rapporto
col ritmo che ti scrivo. Alle officine
di Varsavia i geli di mattine
disperate fra binari, abrasivi, acciai, reparti
di ruggine, odono forse ora la fine
dei nostri tempi nelle cifre che
*
Gozdzik spezza al microfono su folle
protese e ferme come l’altre, allora,
sui graniti di Pietrogrado; e chi ora
va nei parchi di Buda e guarda le zolle
péste di cingoli e passi, lavora
in suo cuore, poeta, anche per te.

7.
Non ti dico speranza. Ma è speranza.
Questa parola che ti porgo è niente,
la sperde il giorno e me con essa. E niente
ci consola di essere sostanza
delle cose sperate. In queste lente
sere di fumo e calce la città
*

che mi porta s’intorbida nei viali
sui battistrada di autotreni, muore
fra ponti di bitume, fari, scorie…
Qui sarò stato io vivo; e ai generali
destini che mi struggono, l’errore
che fu mio, e il mio vero, resterà.

Medaglia d’oro al valor militare alla Città di Firenze

Medaglia d’oro al valor militare alla Città di Firenze
Motivazione
Generosamente e tenacemente nelle operazioni militari che ne assicurarono la Liberazione, prodigò se stessa in ogni forma: resistendo impavida al prolungato, rabbioso bombardamento germanico, mutilata nelle persone e nelle insigni opere d’arte. Combattendo valorosa l’insidia dei franchi tiratori e dei soldati germanici. Contribuendo con ogni forza alla Resistenza e all’insurrezione: nel centro, sulle rive dell’Arno e del Mugnone, a Careggi, a Cercina e dovunque; donava il sangue dei suoi figli copiosamente perché un libero popolo potesse nuovamente esprimere se stesso in una libera nazione.
10 agosto 1945

11 Agosto 1943 – Firenze Libera

clip_image001

DALL’1 1 AGOSTO 1944
NON DOMATA MA RICONQUISTATA
A PREZZO DI ROVINE, DI TORTURE, DI SANGUE
LA LIBERTA’
SOLA MINISTRA DI GIUSTIZIA SOCIALE
PER INSURREZIONE DI POPOLO
PER VITTORIA DEGLI ESERCITI ALLEATI
IN QUESTO PALAZZO DEI PADRI
PIÙ ALTO SULLE MACERIE DEI PONTI
HA RIPRESO STANZA
NEI SECOLI

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione,
andate nelle montagne dove caddero i partigiani,
nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.
Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità,
andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

Firenze Ospedale di Careggi 4 Agosto 1944

Ospedale di Careggi 4 Agosto 1944

Mi si permetta di ricordare

Un pezzo importante della mia vita

All’inizio di agosto la linea del fronte passa attraverso Firenze, i partigiani scendono dalle montagne e convergono sulla città, alleati e tedeschi si fronteggiano in riva all’Arno. La popolazione si prepara alla battaglia di Firenze.

L’autore è testimone diretto di quell’esperienza e della vita della zona di Firenze vicina all’Ospedale di Careggi di quegli anni.

"“Il 4 o 5 agosto 1944 i tedeschi fecero sfollare e racchiudere dentro l’ospedale di Careggi tutti gli abitanti della zona. Con barroccini portammo materasse o altro e ci adattammo nelle corsie nei padiglioni di Careggi, laddove le cliniche erano vuote.”"

"“In quell’area avevano trovato rifugio anche dei partigiani che stavano chiusi nella clinica che noi si chiamava "Il Lazzeretto". Grande fu l’aiuto che il personale, dottori ed infermieri dettero a tutti ricoverando perfino nel reparto tubercolotici dei partigiani, credo della Brigata Fanciullacci, per coprirli usavano uno stratagemma.”"

"“I partigiani e gli altri uomini validi mettevano in bocca della polvere d’uovo e tossendo sputavano delle patacche gialle, in questo modo i tedeschi scansavano quel reparto da come ne erano terrorizzati.”"

"“Per venticinque giorni abbiamo vissuto sotto l’arbitrio e la dominazione tedesca e sotto l’incubo dei cannoneggiamenti di chi non si sa.”"

"“In questi bombardamenti a casaccio morirono sfollati e malati, morì anche la compagna Primetta Bartolini, staffetta partigiana. Per sostenerci fummo costretti a mangiare granturco in chicchi, tralci di vite, erba dei giardini. Ma quando li trovammo facemmo grande festa agli animali da laboratorio: fra i quali i polli, i conigli e le cavie del reparto sperimentazione dell’ospedale.”"

"“In particolare ricordo il maiale: a detta di mio padre macellaio era di una grossezza spaventosa, fu ucciso e lo mangiammo in tanti. E in tanti il giorno dopo si affollavano nei locali di decenza e prati vari.”"

"“Dopo l’insurrezione di Firenze, l’11 di agosto, e l’avvicinamento del fronte le persone che avevano trovato rifugio nell’ospedale cominciarono a scappare per la fogna. La via di fuga era un po’ scomoda: 1500 metri nelle fogne dall’interno dell’Ospedale fino a Piazza Dalmazia.”"

"“Fu tirata una corda e si cominciò l’esodo. Qualcuno vide e fece la spia, i tedeschi minarono le fogne per impedire la fuga dall’ospedale, ferirono e catturarono due sfollati, li curarono e poi li fucilarono alla presenza dei familiari.”"

"“Il 27 agosto i tedeschi mi presero ma mi fu possibile fuggire: grazie ad una carica di mortaio che ferì i rastrellatori e il mio amico Mario. Lui, che era di costituzione più robusta della mia, venne ripreso da un tedesco ferito che gli montò a cavalcioni e si fece portare al comando situato in una delle ville signorili sopra Careggi. Mario tornò a casa nel luglio 1945.”"

"“Poi la mattina del 31 agosto arrivarono i partigiani della 3° Rosselli. Liberarono e rastrellarono il complesso ospedaliero tra lacrime di gioia, saluti, urla: come erano belli!”"

"“Oddio, il primo che vidi non era certo un bel "Ribelle della Montagna", piccolo e secco, scuro al di fuori dei canoni dell’immaginazione popolare. Seppi dopo che era un calabrese che aveva fatto tutta la trafila in montagna dall’8 settembre in poi e che aveva posato l’occhio su una bella "Luger" che avevo alla cintola dei pantaloni.”"

"“Arrivarono anche dei compagni conosciuti e mi senti meglio, il calabrese mi guardò con l’occhio meno cupido e tutto fu risolto.”"

"“La vita riprese e si ritornò nelle case, si facevano grandi progetti.”"

"“Intanto i tedeschi avevano fatto saltare delle abitazioni, in particolare il casamento in angolo tra Via delle Panche e Via Michelazzi, e nascosto sotto le macerie delle mine. Erano dappertutto: nei campi, dietro le porte, sotto i letti, sugli alberi. Le "mine" divennero il terrore delle genti.”"

"“Tante furono individuate e segnalate secondo le istruzioni ricevute dal Gen. Alexander, segnalate con un cartello "MINEN" e ci prendemmo le prime critiche per la strana dizione italiana.”"

"“Il 1° settembre di sera ci fu uno scontro con una pattuglia di guastatori tedeschi, uno fu preso prigioniero. Ma non fu possibile consegnarlo agli alleati perché fece un tentativo di fuga.”"

"“Fu stabilito di organizzare per il 3 settembre una festa per i partigiani e ci demmo da fare. Con Nino andammo a caccia di bevande. In una casa vinicola trovammo una vasca di marsala, ma trovammo anche una diecina di soldati inglesi che bevevano usando il tipico elmetto a scodella, dopo un poco erano sufficientemente ubriachi per farsi portar via un revolver a tamburo che avrebbe fatto invidia ad un cowboy, e una piccola damigiana di marsala.”"

"“Ritornammo verso la casa del popolo, si doveva passare sulle macerie, all’andata un anziano era scivolato, la mina non era scoppiata e gli "esperti" che ci sono sempre in ogni momento dissero che erano finte. Ma Nino mi disse "dammi la damigiana la porto io, tu vai avanti". io ubbidii. Avevo appena passato le macerie quando fui investito da uno spostamento d’aria e sassi che mi scaraventò a 5 metri più in là.”"

"“Mi alzai stordito e dolorante, mi girai e Nino non c’era più; era stato squartato e buttato a venti-venticinque metri sulle macerie, il busto senza gambe, la testa mezza staccata: come un automa cominciai a raccogliere i pezzi, piangevo e tremavo, la gente guardava come sbigottita.”"

"“Poi vennero i Fratelli della Misericordia di Rifredi e mi portarono via, mi dissero dopo che avevo raccolto quasi tutto quanto era possibile.”"

"“La madre di Nino non resse al dolore del secondo figlio morto in guerra e morì poco dopo.”"

"“A Primetta Bartolini venne dedicata una cellula femminile della Sezione delle Panche del PCI, a Vinicio Bagaglini (Nino) una cellula maschile.”"

Nota

L’autore desidera dedicare queste sue memorie ai tre caduti partigiani della zona di Firenze detta "Le Panche": Primetta Bartolini, Vinicio Bagaglini e Carlo Carmonini, quest’ultimo caduto a Montorsoli e segnalato sulla lapide come Carlo Cremonini.

4 Agosto 1944 la Brigata Sinigaglia entra in Firenze – Inno Partigiani Fiorentini

clip_image002

4 Agosto 1944
La Brigata Sinigaglia entra in Firenze

Inno Partigiani Fiorentini

Sinigaglia, Lanciotto, Potente

sono nomi coperti di gloria
trucidati sì barbaramente
dai nemici di tutta la storia.
Ma se i martiri nostri son morti
guarderan verso di noi così
e diranno: no, non siam morti,
marceremo con voi come un dì.
Siamo partigiani
si lotta, si vince, si muor
siamo gli italiani
abbiamo una fede nel cuor
per l’Italia bella
tutto daremo ancor
contro i barbari nazifascisti
inesauribile è il nostro valor.
Vai fuori d’Italia
va’ fuori ch’è l’ora
va’ fuori d’Italia,
va fuori stranier!
Fanciullacci, Caiani, Rosselli
son brigate di garibaldini
che guidati dagl’inni più belli
marcian verso i migliori destini
di un’Italia tradita vilmente
da un ventennio di lutti e di orror
liberata sarà finalmente
dal tedesco tiranno invasor.
Siamo partigiani
si lotta, si vince, si muor
siamo gli italiani
abbiamo una fede nel cuor
per l’Italia bella
tutto daremo ancor
contro i barbari nazifascisti
inesauribile è il nostro valor.
Vai fuori d’Italia
va’ fuori ch’è l’ora
va’ fuori d’Italia,
va fuori stranier!

Salvatore Quasimodo – Ancora dell’inferno

Salvatore Quasimodo
Ancora dell’inferno

Non ci direte una notte gridando

dai megafoni, una notte
di zagare, di nascite, d’amori
appena cominciati, che l’idrogeno
in nome del diritto brucia
la terra. Gli animali i boschi fondono
nell’Arca della distruzione, il fuoco
e’ un vischio sui crani dei cavalli,
negli occhi umani. Poi a noi morti
voi morti direte nuove tavole
della legge. Nell’antico linguaggio
altri segni, profili di pugnali.
Balbetterà qualcuno sulle scorie,
inventerà tutto ancora
o nulla nella sorte uniforme,
il mormorio delle correnti, il crepitare
della luce. Non la speranza
direte voi morti alla nostra morte
negli imbuti di fanghiglia bollente,
qui nell’inferno.