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Pasternak – Le onde

Pasternak

Le onde

Tu mi stai accanto, lontananza del socialismo.
Dici d’esser vicina? Frammezzo alle angustie,
in nome della vita, in cui ci siamo legati,
trasportaci, ma solo tu.

Tu mandi fumo tra una nebbia di teorie,
terra fuori di ciarle e di calunnie,
come una porta sul mondo e una porta sul mare,
e una porta sulla Georgia da Mleti.

Tu sei il paese ove le donne di Putivl’
non piangono prima del tempo come i cuculi,
e con tutta la verità io le rendo felici,
e ad essa non occorre distoglierne lo sguardo.

Dove respirano l’una accanto all’altra,
e i ganci della passione non scricchiano
e non danno un residuo di frazioni
per sventura delle madri e dei bambini.

Dove io non ricevo alcun resto
in vita spicciola dall’esistenza,
ma segno solo ciò che spendo
e spendo tutto quello che conosco.

Dove la voce, mandata a rincorrere
una novità indistruttibile,
con l’esultanza del mio bambino
mi fa eco dall’avvenire.

Qui sarà tutto: ciò che ho vissuto
nei presagi e nella realtà,
e coloro di cui non sono degno,
e ciò per cui fra di essi ho un nome.

Tu sei ancora qui, e mi hanno detto
ove sei adesso e ove sarai alle cinque.
Io ti potrei trovare nel Kursaal,
piuttosto che ciarlare invano.

Tu ascolteresti ritornando giovane,
grande, libera, audace,
dell’uomo giunto al limite
da una formica che è cresciuta troppo.

Vi sono nell’esperienza dei grandi poeti
tali tratti di naturalezza
che non si può, dopo averli conosciuti,
non finire con una mutezza completa.

Imparentati a tutto ciò che esiste, convincendosi
e frequentando il futuro nella vita di ogni giorno,
non si può non incorrere alla fine, come in un’eresia,
in un’incredibile semplicità.

Ma noi non saremo risparmiati,
se non sapremo tenerla segreta.
Più d’ogni cosa è necessaria agli uomini,
ma essi intendono meglio tutto ciò che è complesso…

Giuseppe Giusti – I sette peccati mortali

Giuseppe Giusti

I sette peccati mortali
Qui la Superbia, piena di se stessa,
dura, arcigna e diritta come un fuso,
passa e calpesta la folla sommessa.
Lì l’Avarizia, che raggrinza il muso,
e conta e trema in veste ricucita,
pascendo l’occhio d’un sacchetto chiuso.
Poi la Lussuria, stracca e rifinita,
co’ borsoni di piombo all’occhio osceno
e colla pelle incartapecorita.
Vien dopo l’Ira, che sputa veleno,
e grida al diavol che la porti via,
ogni sbarra spezzando ed ogni freno.
La Gola arrota i denti per la via:
lurida, guercia e secca allampanata,
Si lecca i labbri e annusa un’osteria.
L’Invidia, gialla come una frittata,
si mangia dentro e s’arrovella invano,
e tra gente che balla è disperata.
Con una trippa da Padre Guardiano,
l’alma Poltroneria, sudicia, grulla,
sbadiglia e canta colle mani in mano.

David Maria Turoldo – Vivi di noi.

David Maria Turoldo
Vivi di noi.

Sei
La verità che non ragiona.
Un Dio che pena
Nel cuore dell’uomo.
Da “Udii una voce”
Non per me il pulito verso.

Uno scabro sasso la parola
nelle mie mani.
Intanto che gli effetti dissepolti
marciscono come foglie staccate
dalla pianta..

Questi i miei giorni vuoti di pudore,
i miei canti senza note
la verità senza amore.

Parole, inerti macerie,
brandelli d’esistenze
isamorate, panorama
del mio paese
ove neppure il gesto
sacrificale più rompe
la immota somiglianza dei giorni,
né le vesti sante coprono
la nudità degli istinti.

E i poeti non hanno più canti
Non un messaggio di gioia,
nessuno una speranza.

Da “Gli occhi miei lo vedranno”

Carlo Betocchi – Io un’alba guardai il cielo e vidi

Carlo Betocchi

Io un’alba guardai il cielo e vidi

Io un’alba guardai il cielo e vidi
uno spazioso aere sulla terra perduta;
negletta cosa stava tra i suoi lidi,
tra gli spenti smeraldi oscura e muta.

Innumerevoli angioli neri vidi
volanti insieme ad una plaga sconosciuta
recando seco trasparenti e vivi
diamanti d’ombra eternamente muta.

Andava questo furioso stuolo
estenuandosi verso il fil d’occidente
e lo seguia un intenerito volo
di cerulee colombe alte e lente.

E apparvero, con le puntute ali
di bianco fuoco vivo drizzate e ardenti
gli angeli dalle vallate orientali,
le estreme piume rosee e languenti.

In un immenso lago alto e candido
nascean singolari fronde meravigliose,
le rovesce vallate un lume madido
di rugiade correa, fonde e muschiose.

E dentro i nostri cuori era come
dentro valli ripiene di nebbie e di sonno
un lento ascendere dello splendore
che poscia illuminò i monti del mondo.

Carlo Betocchi – Pastorale

Carlo Betocchi

Pastorale

Al vento alla pruina
l’acqua rovina al bosco,
la bestia s’inacerba,
e s’arrovella al fosco
giorno, e s’indura, l’erba:

col cuor dove già inalba
come scialba lanterna
l’inverno, il pecoraro
col flauto amaro sverna
mandrie dal passo avaro.

Ed ora andranno i prati
di belati e di rosei
musi fiutanti incolmi,
e neri gli olmi ai crocei
albori, e bianchi i sommi

crinali: e dove inconca
la neve dolca al vento,
diran d’avere udita
della smarrita al tempo
d’estate ancor, la squilla.

Evgenij Evtušenko. – Esorcismo

Evgenij Evtušenko.

Esorcismo

Nelle notti di primavera
pensa a me
Nelle notti d’estate
pensa a me
Nelle notti d’autunno
pensa a me
Nelle notti d’inverno
pensa a me.
Se anche non sono con te, ma in un dove
lontano tanto, metti un’altra terra, —
sopra il lungo, fresco lenzuolo
riposa, supina come in mare,
all’onda calma e blanda abbandonata
con me, come con il mare, tutta sola.

Non voglio che pensi di giorno.
Il giorno metta pure tutto sottosopra
pervada di fumo e inondi di vino,
costringa a pensare a tutt’altro.
A ciò che vuoi puoi pensare di giorno,
ma di notte — a me solo.

Senti, attraverso i fischi dei treni,
attraverso il vento che sfiocca le nuvole,
quanto, caduto in una morsa, mi necessiti
che nella così angusta stanza,
tu, per felicità e tristezza, socchiuda gli occhi,
serrate con le palme le tempie, fino a far male.

Ti supplico — nel silenzio più silenzioso
o sotto la pioggia che nell’aria scroscia
o sotto la neve che nel riquadro scintilla,
nel sonno già, ma ancora non nel sogno —
Nelle notti di primavera
pensa a me
Nelle notti d’estate
pensa a me
Nelle notti d’autunno
pensa a me
Nelle notti d’inverno
pensa a me

Pasternak – Le onde

Pasternak

Le onde

Tu mi stai accanto, lontananza del socialismo.
Dici d’esser vicina? Frammezzo alle angustie,
in nome della vita, in cui ci siamo legati,
trasportaci, ma solo tu.

Tu mandi fumo tra una nebbia di teorie,
terra fuori di ciarle e di calunnie,
come una porta sul mondo e una porta sul mare,
e una porta sulla Georgia da Mleti.

Tu sei il paese ove le donne di Putivl’
non piangono prima del tempo come i cuculi,
e con tutta la verità io le rendo felici,
e ad essa non occorre distoglierne lo sguardo.

Dove respirano l’una accanto all’altra,
e i ganci della passione non scricchiano
e non danno un residuo di frazioni
per sventura delle madri e dei bambini.

Dove io non ricevo alcun resto
in vita spicciola dall’esistenza,
ma segno solo ciò che spendo
e spendo tutto quello che conosco.

Dove la voce, mandata a rincorrere
una novità indistruttibile,
con l’esultanza del mio bambino
mi fa eco dall’avvenire.

Qui sarà tutto: ciò che ho vissuto
nei presagi e nella realtà,
e coloro di cui non sono degno,
e ciò per cui fra di essi ho un nome.

Tu sei ancora qui, e mi hanno detto
ove sei adesso e ove sarai alle cinque.
Io ti potrei trovare nel Kursaal,
piuttosto che ciarlare invano.

Tu ascolteresti ritornando giovane,
grande, libera, audace,
dell’uomo giunto al limite
da una formica che è cresciuta troppo.

Vi sono nell’esperienza dei grandi poeti
tali tratti di naturalezza
che non si può, dopo averli conosciuti,
non finire con una mutezza completa.

Imparentati a tutto ciò che esiste, convincendosi
e frequentando il futuro nella vita di ogni giorno,
non si può non incorrere alla fine, come in un’eresia,
in un’incredibile semplicità.

Ma noi non saremo risparmiati,
se non sapremo tenerla segreta.
Più d’ogni cosa è necessaria agli uomini,
ma essi intendono meglio tutto ciò che è complesso…

Mario Luzzi–11 settembre

Mario Luzzi

11 settembre

Dimettete la vostra alterigia
sorelle di opulenza
gemelle di dominanza,
cessate di torreggiare
nel lutto e nel compianto
dopo il crollo e la voragine,
dopo lo scempio.
Vi ha una fede sanguinosa
in un attimo
ridotte a niente.
Sia umile e dolente,
non sia furibondo
lo strazio dell’ecatombe.

Si sono mescolati
in quella frenesia di morte
dell’estremo affronto i sangui,
l’arabo, l’ebreo,
il cristiano, l’indio.
E ora vi richiamerà
qualcuno ai vostri fasti.
Risorgete, risorgete,
non più torri, ma steli,
gigli di preghiera.
Avvenga per desiderio
di pace. Di pace vera.

Mario Luzi

Francesco Berni – Sonetto Al Divizio

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Francesco Berni
Sonetto Al Divizio
Monsignor Angelo Divizi Da Bibbiena

[Dalla Badia di San Giovanni in Venere)

Divizio mio, io son dove il mar bagna
la riva a cui il Battista dove il nome mise
e quella donna che fu già di Anchise
non mica scaglia ma bona compagna’.
Qui non si sa che sia Francia né Spagna,
né lor rapine ben o mal divise;
se non che chi al lor giogo si summise
grattisi ‘1 cul, s’adesso in van si lagna.
Fra sterpi e sassi e villan rozzi e fieri,
pulci, pidocchi e cimici a furore,
men vo a sollazzo per aspri sentieri;
ma pur Roma ho scolpita in mezzo il cuore,
e con gli antichi miei pochi pensieri
Marte ho nella brachetta e in culo Amore.

Giuseppe Giusti – Sonetti II

Giuseppe Giusti
Sonetti II
La noméa di poeta letterato
Tì reca, amico mio, di gran bei frutti,
il più soave è l’essere da tutti
lodato e cercato e importunato.

Il grullo, l’ebete, il porco beato,
Lo spensierato, ed altri farabutti,
Fanno in pace i lor fatti o belli o brutti,
Ed hanno tempo di ripigliar fiato.

Ma l’ingegno che spopola e che spalca
E’l’asino d’un pubblico insolente
Che mai lo pasce e sempre lo cavalca.

E ‘ li bisogna, o disperatamente
e ar la,groppa a voglia della calca,
O dare in bestia come l’altra gente.

–***–
A notte oscura, per occulta Via
Volsi alla tua dimora i passi erranti,
Pur com’è stil dei dubitosi amanti
Te sospirando, o fior di leggiadria.

E mi ferì da lunge un’armonia
Di dolci suoni e di soavi canti,
Onde sull’ali del desio tremanti
Venne a starsi con te l’anima mia.

E tu parevi nelle care note
Confonderei sospiri, e dir parole
Che del pensier la mente si riscuote.

Ah compiangendo a chi per te si duole
Forse bagnavi di pietà le gote,
E le lacrime mie non eran sole.