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Rebecca Matlou – Questo sentiero


Rebecca Matlou

Questo sentiero

Figlio del suolo
figlio destinato
ad attraversare questo sentiero
incrocia il ferro
sale in groppa ai leoni e afferra la criniera
in cammino le spalle alte
Il cielo nei cieli rischiara il sentiero
echi di cespugli spinosi guidano il cammino
Luthili Kotane, Mandela,Sisulul* calpestano questo sentiero
arrancano decisi, tagliano gli arbusti spinosi
fardello di perle sulla vostra fronte
Peso di pellegrino sulla tua schiena
porteranno sollievo al cuore torturato del popolo
e poteranno il prato per spargere i semi della libertà.

Nota
* Dirigenti dell’ ANc

Rebecca Matlou – Nostalgia

Rebecca Matlou

Nostalgia

Nostalgia tu non sei ripugnante
perciò mi sciogli il cuore
rompendolo in languidi frantumi
si, desidero ardentemente essere redentore
perché…..
Laggiù esseri umani vengono calpestati
Laggiù bambini vengono schiacciati
nonne macabramente polverizzate
divengono concime .
Laggiù, le strade sono vasche di sangue
Dove l’uomo viene dilaniato
dilaniato.. .
ecco anime in gabbia con catene
incatenate sino a che i loro polsi siano straziati
meccanicamente massacrate sino a ridurle cose
dolenti di fame e di animo
Tempesta sui ghetti senza tetto
veglia che piange i caduti
i caduti…..
Ecco dei modelli di dolore inflitto
Ecco gli umori contrastati dilaniati
da vermi che devono nutrire il seme del sadismo…
nostalgia tu non sei ripugnante.

Yves Bonnifoy – La mano

Yves Bonnefoy

Una mano che s’arrischia, anelante,
Nei vortici di un’acqua sia chiara sia cupa,
La sua immagine si sbriciola, si potrebbe credere
Che non abbia più la forza di trattenere.
*
E quest’altra, nello specchio? Si avvicina
Alla tua, che le va incontro, le loro dita si toccano
Quasi, ma nel nulla di questa distanza
S’apre l’abisso tra essere e apparenza.
*
Queste dita, almeno, che scuotono corde.
Un’altra mano salirà, dal fondo dei suoni,
A prenderli nei suoi, per guidarli?
*
Ma verso cosa? Io non so se è amore
O miraggio, e nient’altro che sogno, le parole
Che non hanno che acqua o specchio, o suono, per tentare d’essere.

Yves Bonnefoy – Il fulmine

Yves Bonnefoy
Il fulmine

Questa notte è piovuto.
Il sentiero ha odore di erba bagnata,
poi nuovamente la mano del calore
sulla nostra spalla, come
per dire che il tempo non ci porterà via niente.

Ma là
dove il campo inciampa nel mandorlo,
ecco, un animale è balzato
da ieri a oggi attraverso le foglie.

E noi ci fermiamo, al di fuori del mondo.
E io ti vengo vicino,
finisco di strapparti dal tronco annerito,
ramo, estate nel fulmine
da cui la linfa di ieri, divina ancora, scorre.

Sylvia Plath – Papà

Sylvia Plath
Papà
Non servi, non servi più,
O nera scarpa, tu
In cui trent’anni ho vissuto
Come un piede, grama e bianca,
Trattenendo respiro e starnuto.
*
Papà, ammazzarti avrei dovuto.
Ma tu sei morto prima che io
Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio,
Statua orrenda dal grigio alluce
Grosso come una foca di Frisco
*
E un capo nell’Atlantico estroso
Al largo di Nauset laggiù
Dove da verde diventa blu.
Un tempo io pregavo per riaverti.
Ach, du.
*
In tedesco, in un paese
Di Polonia al suolo spianato
Da guerre, guerre, guerre.
Ma il paese ha un nome molto usato.
Un mio amico polacco
*
Mi dice che ce n’è un sacco.
Cosi non ho mai saputo
Dov’eri passato o cresciuto.
Mai parlarti ho potuto.
Mi si incollava la lingua al palato.
*
Mi s’incollava a un filo spinato.
Ich, ich, ich, ich,
Non riuscivo a dir più di così.
Per me ogni tedesco era te.
E quell’idioma osceno
*
Era un treno, un treno che
Ciuff-ciuff come un ebreo portava via me.
A Dachau, Auschwitz, Belsen.
Da ebreo mi mettevo a parlare.
E lo sono proprio, magari.
*
Le nevi del Tirolo, la birra chiara di Vienna
Non sono molto pure o sincere.
Per la mia ava zingara e fortunosi sbocchi
E il mio mazzo di tarocchi e il mio mazzo di tarocchi
Qualcosa di ebreo potrei avere.
*
Ho avuto sempre terrore di Te,
Con la tua Luftwaffe, il tuo gregregrè.
E il tuo baffo ben curato
E l’occhio ariano d’un bel blu
Uomo-panzer, panzer O Tu –
*
Non un Dio ma svastica nera
Che nessun cielo ci trapela.
Ogni donna adora un fascista,
Lo stivale in faccia e il cuore
Brutale di un bruto a te uguale.
*
Tu stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento anziché
Nel piede, ma diavolo sempre,
Sempre uomo nero che
*
Con un morso il cuore mi fende.
Avevo dieci anni che seppellirono te.
A venti cercai di morire
E tornare, tornare a te.
Anche le ossa mi potevano servire.
*
Ma mi tirarono via dal sacco,
Mi rincollarono i pezzetti.
E il da farsi così io seppi.
Fabbricai un modello di te,
Uomo in nero dall’aria Meinkampf,
*
E con il gusto di torchiare
E io che dicevo sì, sì.
Papà, eccomi al finale.
Tagliati i fili del nero telefono
Le voci più non ci possono miagolare.
*
Se ho ucciso un uomo, due ne ho uccisi –
Il vampiro che diceva esser te
E un anno il mio sangue bevé,
Anzi sette, se tu
Vuoi saperlo. Papà, puoi star giù.
*
Nel tuo cuore c’è un palo conficcato.
Mai i paesani ti hanno amato.
Ballano e pestano su di te.
Che eri Tu l’hanno sempre saputo.
Papà, papà, bastardo, ho finito.

Mahmùd Hasan Ismà’il – Dalle lacrime dei rifugiati

Nel mio corpo, nella mia testa, nel mio sangue,

E tutto in me lo afferma.
Non so da dove vengo,
Ma so che arrivo.
Perpetue Kassy

Mahmùd Hasan Ismà’il

Dalle lacrime dei rifugiati

Fratello, il vento del buio
ha strappato la mia casa
e miei giorni.
Mi ha condotto in questa terra
con questo corpo insanguinato.
Questo spettro espulso
con la sua tristezza grida :
Dov’è la terra di Dio,
dove posso sostare
dov’è la terra
che mi ospita e allevia
i miei dolori ?
Qui nella tenda
della diffamazione
della crudeltà e della falsità
trovo il mio rifugio
come sepolcro dimenticato.
Bevo il mio sbigottimento,
le mie lacrime
dalle mani del ciclone.
Le mie lacrime
scorrono mute
nel silenzio delle tenebre

Leopold Pindy Mamonsono – Incubo d’inferno

Leopold Pindy Mamonsono
Incubo d’inferno

Intorno ad un cratere
Una colomba di sogno annunciò
prossimamente il fuoco
E l’alba pianse
D’un rantolo infinito
ed il mare spruzzò, inesauribile
E la terra gridò
i suo tormenti di madre
Ed il mostro ferito
Lo caricò a testa bassa
l’Apartheid era vinto.