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Salvatore Di Giacomo – Vurria…

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Salvatore Di Giacomo

Vurria…

Vurria c’ uno, ’int’ o suonno, me pugnesse
Cu n’ aco mmelenato:
doce doce accussì mme ne muresse,
senz’ essere scetato,
senza sentì e vedé…
Ma…nn’ ’o vurria sapé…
*
Nu miedico vurria ca mme dicesse:
“Tu staie buono malato!”
E ca pe mmedicina acqua mme desse,
e sanato, e ngannato
io vurria rummané…
Ma…nn’ ’o vurria sapé.
*
Vurria c’a n’ato mo te truvasse,
a n’ ato nnammurato:
ca felice e cuntenta tu campasse,
e d’ ’o tiempo passato
te scurdasse, e de me…
Ma…nn’ ’o vurria sapé!
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Sergej Aleksandrovič Esenin – Confessione di un teppista

Sergej Aleksandrovič Esenin –

Confessione di un teppista

Non a tutti è dato cantare,
Non a tutti è dato cadere
Come una mela ai piedi altrui.

È questa la più grande confessione
Che possa fare un teppista.
Io vado a bella posta spettinato,
Col capo, come un lume a petrolio, sulle spalle.
Mi piace rischiarare nelle tenebre
Lo spoglio autunno delle vostre anime.
Mi piace che i sassi dell’ingiuria
Mi volino addosso come grandine
Di eruttante bufera.

Allora stringo solo con le mani più forte
La bolla dondolante dei capelli.
M’è così dolce allora ricordare
Lo stagno erboso e il fioco stormire dell’alno,
Che ho un padre e una madre lontani,
Cui non importa di tutti i versi miei,
Cui son caro come un campo e la carne,
Come la pioggerella,
Che a primavera fa soffici i verdi.
Loro verrebbero a infilzarvi
Con le forche per ogni vostro grido
Scagliato contro me.

Poveri, poveri genitori contadini!
Siete di certo diventati brutti,
Temete Iddio
E le viscere palustri.
Poteste almeno capire
che vostro figlio in Russia
è il miglior poeta!
Non vi brinava il cuore
Per la sua vita,
Quando coi piedi nudi si bagnava
Nelle pozze autunnali?
Ora invece cammina in cilindro
E scarpe di vernice.
Ma vive ancora in lui l’antica foga
Del monello campagnolo,
Che ogni cosa vuol rimettere a posto.
Ad ogni mucca sulle insegne di
macelleria
Egli manda un saluto di lontano.
E incontrando in piazza i vetturini
E ricordando l’odore di letame
Dei campi natali,
È pronto a reggere la coda a ogni
cavallo,
Come lo strascico d’un abito nuziale.
Io amo la patria,
Amo molto la patria!
Anche se copre i suoi salici
Rugginosa mestizia.
Mi sono cari i grugni imbrattati dei maiali
E nella quiete notturna la voce
Risonante dei rospi.
Io sono teneramente malato
Dei ricordi d’infanzia,
Sogno la bruma
Delle umide sere d’aprile
come per riscaldarsi
Il nostro acero si è accoccolato
Al rogo del tramonto.
Quante volte mi sono arrampicato sugli
rami
a rubare le uova dai nodi dei corvi!
È sempre lo stesso, anche ora,
Con la sua cima verde?
La sua corteccia è dura come allora?
E tu, mio prediletto,
Fedele cane pezzato?!
Per la vecchiaia ora sei stridulo e cieco
E vaghi nel cortile,
Trascinando la coda penzolante,
Senza più ricordare
Dove sia la porta e dove la stalla.
Come mi son care quelle birichinate,
Quando ho rubato alla mamma un
cantuccio di pane,
Lo mordevamo insieme, uno alla volta,
Senza lasciar cadere una briciola
L’uno all’altro.
Io non sono mutato.
Non è mutato il mio cuore
Come i fiordalisi nella segala,
Fioriscono gli occhi nel viso.
Stendendo stuoie dorate di versi,
Sì, voglio dirvi una parola tenera.
Buona notte!
A tutti, buona notte!
Più non tintinna nell’erba del crepuscolo
La falce del tramonto.
La sera ho tanta voglia di pisciare
Dalla finestra mia contro la luna.
Azzurra luce, luce tanto azzurra!
In quest’azzurro anche il morir
Non duole. Che importa
Se ho l’aria d’un cinico
Dal cui sedere penzola un fanale!
Mio vecchio, bravo Pegaso spossato,
M’occorre forse il tuo morbido trotto?
Io son venuto come un maestro austero
A decantare e celebrare i sorci.
E la mia testa, simile a un agosto,
S’effonde in vino di capelli ribelli.

E voglio essere una gialla vela
Per quel paese verso cui navighiamo.
[1920]

Vladimir Majakovskij – A voi

Vladimir Majakovskij

A voi

Voi che passate da un’orgia all’altra,
che avete il bagno e il gabinetto caldo!
Non provate vergogna a leggere sui giornali
le proposte per la croce di San Giorgio?!

Sapete voi, incapaci, numerosi,
voi che pensate al mondo di rimpinzarvi meglio, —
che forse or ora una bomba ha dilaniato
le gambe al tenente Petròv?…

Se egli, condotto al macello,
vedesse a un tratto, crivellato di ferite,
come canticchiate lascivi Severjànin
con il labbro unto di cotoletta!

A voi dunque, amatori di donne e di pietanze,
dare la vita per farvi piacere?!
Piuttosto nel bar servirò alle puttane
succo d’ananasso!

Francesco Berni – [Voto di Papa Clemente VII]

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Francesco Berni

[Voto di Papa Clemente VII]

[Marzo 1529]
Quest’è un voto che papa Clemente
a questa Nostra Donna’ ha sodisfatto.
Perché di man d’otto medici un tratto
lo liberò miracolosamente
Il pover’uom non aveva niente;
e se l’aveva, non l’aveva affatto;
questi sciaurati avevan tanto fatto,
che l’amazzavan resolutamente.
Al fin Dio l’aiutò, che la fu intesa;
e detton la sentenzia gli orinali,
che ‘1 papa aveva avut’un po’ di scesa.
E la vescica fu de’ cardinali,
che per venir a riformar la chiesa
s’avevan già calzati gli stivali.
Voi, maestri cotali,
medici da guarir tigna e tinconi,
sète un branco di ladri e di castroni.

Giuseppe Ungaretti – Defunti su montagne

Giuseppe Ungaretti

Defunti su montagne

Poche cose mi restano visibili
E, per sempre, l’aprile
Trascinante la nuvola insolubile,
Ma d’improvviso splendido:
Pallore, al Colosseo
Su estremi fumi emerso,
Col precipizio alle orbite
D’un azzurro che sorte più non eccita
Né turba.
*
Come nelle distanze
Le apparizioni incerte trascorrenti
Il chiarore impegnando
A limiti d’inganni,
Da pochi passi apparsi
I passanti alla base di quel muro
Perdevano statura
Dilatando il deserto dell’altezza,
E la sorpresa se, ombre, parlavano.
*
Agli echi fondi’ attento
Dello strano tamburo,
A quale ansia suprema rispondevo
Di volontà, bruciante
Quanto appariva esausta?
Non, da remoti eventi sobbalzando,
M’allettavano, ancora familiari
Nel ricordo, i pensieri dell’orgoglio:
Non era nostalgia, né delirio;
Non invidia di quiete inalterabile.
*
Allora fu che, entrato in San Clemente,
Dalla crocefissione di Masaccio
M’accolsero, d’un alito staccati
Mentre l’equestre rabbia
Convertita giù in roccia ammutoliva,
Desti dietro il biancore
Delle tombe abolite,
Defunti, su montagne
Sbocciate lievi da leggere nuvole.
*
Da pertinaci fumi risalito
Fu allora che intravvidi
Perché m’accende ancora la speranza.

Rocco Scotellaro – Io non bramo

Rocco Scotellaro
Io non bramo

Io non bramo una sera
nel vivaio delle stradicciuole
che porti una fanciulla,
e non piango depresso
la solitudine del riquadro
che si vede rigato d’alberi,
dove lunghe processioni
e variopinte confraternite
approdano con l’incubo
delle campane.
Or sono i tetti ispessiti di neve
e i monti nel fazzoletto di mamma,
e capre nelle stalle
attingono balle di fieno,
e passi s’ingolfano
nell’eterno mattino
e l’ora non oscura.

1943

Vladimir Majakovskij – Frammenti

Vladimir Majakovskij
Frammenti

Io non conosco le forze delle parole
conosco della parole il suono a stormo.
Non di quelle
che i palchi applaudiscono.
A tali parole
le bare si slanciano
per camminare
sui propri
quattro piedini di quercia.
Sovente
le buttano via,
senza strapparle, senza pubblicarle.
Ma la parola galoppa
con le cinghie tese,
tintinna per secoli
e i treni strisciando s’apprestano
a leccare
le mani callose della poesia.
Io conosco la forza delle parole.
Parrebbe un’inezia.
Un petalo caduto
sotto i tacchi d’una danza.
Ma l’uomo con l’anima,
con l’anima, con le labbra, con lo scheletro…
*
Mi ama – non mi ama.
Io mi torco le mani
e sparpaglio le dita spezzate.
Così si colgono,
esprimendo un voto,
così si gettano in maggio
corolle di margherite sui sentieri.
La rasatura
e il taglio dei capelli
svelino le canizie.
Tintinni a profusione
l’argento degli anni!
Spero,
ho fiducia
che non verrà mai da me
l’ignominioso bonsenso.
*
Sono già le due.
Forse ti sei coricata.
Nella notte la Via Lattea
è come un’Oka d’argento.
Io non m’affretto
e non ho ragione
di svegliarti e turbarti
coi lampi dei telegrammi.
Come suol dirsi,
l’incidente è chiuso.
La barca dell’amore
s’è infranta contro la vita.
Tu ed io siamo pari
A che scopo riandare
afflizioni,
sventure
ed offese reciproche.
Guarda
che pace nel cosmo.
La notte
ha imposto al cielo
un tributo di stelle.
In ore come questa
ci si leva e si parla
ai secoli,
alla storia
e all’universo…