Archivi categoria: Cecoslovacchia

Jaroslav Seifert – Ho veduto solo una volta

Jaroslav Seifert

Ho veduto solo una volta

Ho veduto solo una volta
un sole così insanguinato.
E poi mai più.
Scendeva funesto sull’orizzonte
e sembrava
che qualcuno avesse sfondato la porta dell’inferno.
Ho domandato alla spècola
e ora so il perché.
*
L’inferno lo conosciamo, è dappertutto
e cammina su due gambe.
Ma il paradiso?
Può darsi che il paradiso non sia null’altro
che un sorriso
atteso per lungo tempo,
e labbra
che bisbigliano il nostro nome.
E poi quel breve vertiginoso momento
quando ci è concesso di dimenticare velocemente
quell’inferno.
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Marax Mateaiski – La nascita della tragedia

  Marax Mateaiski
La nascita della tragedia

Quando Aristotele constatò l’esatto stato delle cose
e stabilì in che modo il sereno si trasforma in nuvoloso,
quando il sorriso si tramutò in spasimo
e la parola in spada
già esisteva il dolore
Perché da tempo ormai la mano si era modellata sulla mano
e la parola con la parola
per scacciare il male dal mondo
Ma il male stava dentro
nei regolamenti spietati
e nei procedimenti inevitabili
Ubriaco di vino e di sole, Dionisio
da tempo agitava in giro il fallo e la spada
costringendo a cantare le belve scoiate
E così nacque il canto
Mentre le donne si vestivano a lutto
mentre le torri bruciavano e affondavano le navi
i cavalli pestavano i frutti della terra
e il cuore si trasformava in sorba secca
anche il sangue abbandonò il corpo
Questo non aveva chissà quale relazione con l’eroismo
né il pianto della solitudine né le lacrime sparse sul focolare
abbandonato
Ma l’antico filosofo anche adesso situerebbe
tutto quel macello fra le belle regole
del gioco
mentre il pubblico continua
ad applaudire la morte

slavia

Izet Sara – Nati nel ventitré, fucilati nel quarantadue

Izet Sara

Nati nel ventitré, fucilati nel quarantadue

Stasera ameremo per loro.

Erano 28.

Erano cinquemila e 28,

erano più di quanto amore fosse mai stato in una poesia.

Ora sarebbero padri.

Ora non ci sono più.

Noi, che sui binari di un’epoca abbiamo sofferto la solitudi­ne

di tutti i Robinson del mondo,

noi, che siamo sopravvissuti ai carri armati senza mai uccidere,

piccola mia grande,

stasera ameremo per loro.

E non chiedere se potevano tornare.

Non chiedere se potevano ritornare mentre per l’ultima vol­ta, rosso

come il comunismo, si spegneva l’orizzonte dei loro desideri.

Attraverso i loro anni puri, trafitto e retto,

è trascorso il futuro dell’amore.

Non c’erano stati segreti sull’erba schiacciata.

Non c’erano stati segreti sulla camicia sbottonata.

Non c’erano stati segreti sulla mano spossata col giglio colto.

C’era la notte, c’era il filo spinato, c’era il cielo

visto per l’ultima volta, c’erano i treni

che tornavano vuoti, c’erano

i treni e i papaveri,

quei tristi papaveri di un’estate

militare, c’era grande senso

di ispirazione, ricordando il loro sangue.

E su Kalemegdan, su Nevskij Prospekt,

sui Viali del sud e sulle Rive degli Addii,

sulle Piazze dei Fiori e sui Ponti di Mirabeau,

belle anche quando non amano

aspettavano tante Anne, Zoe, Jeannette.

Aspettavano che tornassero i soldati.

E se non fossero tornati, le loro spalle bianche e

non acca­rezzate avrebbero dato ai ragazzi.

Non sono tornati.

Sui loro occhi spenti sono passati i carri armati.

Sui loro occhi fucilati.

Sulla loro Marsigliese non cantata.

Sulle loro illusioni crivellate.

Ora sarebbero padri.

Ora non ci sono più.

Non luoghi d’appuntamento d’amore ma sepolcri.

Piccola mia grande,

stasera ameremo per loro.

Jaroslav Seiffert – La primavera nella rete da pesca

Jaroslav Seiffert

La primavera nella rete da pesca

Nella rete da pesca orlata di sughero
sta la primavera. Coi dentini dei boccioli
un sorriso ci mandano gli alberi
quando ci voltiamo a guardarli.

Nella rete da pesca orlata di sughero
e ancora tre volte ripiegata
stanno anche le stelle; mi conoscono,
ce n’è sempre una che si ricorda

e mi fa luce quando tomo a casa
e cerco nel buio la cara soglia.
Ci riescono in pochi
ad avere amiche fra le stelle.

Nella rete da pesca orlata di sughero
s’è intrappolato il vento. Il suo riso,
ecco il riso che tutte le donne conoscono
quando parlano insieme degli uomini.

Nella rete da pesca orlata di sughero
ha impigliato le unghie una tenera paura.-
quella paura che gli uomini conoscono
quando insieme parlano delle donne.

Jaroslav Seifert – Canzone sulla guerra

Jaroslav Seifert
Canzone sulla guerra

Strozzate la guerra,
che le donne possano sorridere
e non invecchiare così rapidamente
come invecchiano le armi.

La guerra però dice: Io sono!
Sono dal principio,
non v’è mai stato momento
in cui non fossi

Sono vecchia come la fame
e come l’amore.
Io non mi sono creata,
ma il mondo è mio!

E lo distruggerò.
Sarò presente
quando il brandello insanguinato a fuoco
cadrà nel buio

come la saliva dei bambini
sul fondo di un pozzo
quando vogliono misurarne
la buia profondità

Ma noi – e questa speranza
Possiamo ancora un attimo
Ancora un breve attimo
Possiamo riflettere

Jaroslav Seifert – Io volli qui così cantar per voi

Jaroslav Seifert

Io volli qui così cantar per voi

Io volli qui così cantar per voi,
mentre ora il vento per l’ultima volta
senza il suggeritore ripeteva
la sua nella notte priva di luci.

Sulle labbra il tuo nome, andrò da lei
come un bambino, seppure bruciasse.
Così l’amai, come s’ama una donna
di cui la gonna il nostro corpo avvolge.

La capricciosa a cui sotto l’ascella
suona la luna come un mandolino,
e quella che veglia e monta la guardia

tenendo la mano in quell’orologio
che va e ancora va né mai più s’arresta.
Praga! Ha sapore di sorso di vino.

Jaroslav Seifert – Canzoni sulla guerra

Jaroslav Seifert
Cecoslovacchia
Canzone sulla guerra

Strozzate la guerra,
che le donne possano sorridere
e non invecchiare così rapidamente
come invecchiano le armi.
*
La guerra però dice: Io sono!
Sono dal principio,
non v’è mai stato momento
in cui non fossi
*
Sono vecchia come la fame
e come l’amore.
Io non mi sono creata,
ma il mondo è mio!
*
E lo distruggerò.
Sarò presente
quando il brandello insanguinato a fuoco
cadrà nel buio
*
come la saliva dei bambini
sul fondo di un pozzo
quando vogliono misurarne
la buia profondità.
*
Ma noi — e questa è speranza —
possiamo ancora un attimo,
ancora un breve attimo possiamo
riflettere.