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Kum’a N’Dumbe – Lamento di una donna

Kum’a N’Dumbe

Lamento di una donna

Ha camminato sino alla nascita
attraverso le savane
le praterie in fiore
la foresta selvaggia e folta
le liane e le spine
che s’intrecciavano
all’eternità

Ti ho portato
per nove mesi durante i quali
il tuo corpo era il mio corpo
il mio calore ti covava
lontano dal freddo della notte
la mia freschezza ti ricopriva
da vicino
lontano dalla canicola
Ho visto il sole
dal suo grido celeste
è uscito il raggio della mia vita
inondando questo mondo di quella coltre
che ti è servita da specchio
Ti ho guardato
mi sono riconosciuta
vai, corri, vola
ed abbraccia l’universo
infinito e minuscolo
con le due mani
bevi alla fonte
la vita ti guarda
t’interroga
ti aspetta
vai, corri, vola
e mordi nell’abbondanza
Allontana le liane e le spine
schiaccia la vipera ed il pitone
sputa fuoco sul drago
e percorri il tuo cammino
attraverso le fiamme scatenate
perché esse mai ti toccheranno.

Attraversa il fiume dei coccodrilli
nuota sul dorso del caimano
prosegui la tua marcia verso la riva
e ti ho portato
per nove mesi per darti la vita
Il leone ruggisce nella selva
la pantera si aggira ondeggiando nella sua ronda
minaccia e spicca il salto dall’alto del suo trono
i maestri della giungla danzano
il loro macabro balletto.

Non ti ho portato per nove mesi
perché un giorno
tu servissi loro da esca

Angola
Ti abbiamo liberato
Matlala
Svegliati
Mozambico
Ti abbiamo liberato

Matlala
Svegliati
Zimbabwe
Ti abbiamo liberato
Matlala Svegliati
Namibia
Circonderemo
il mostro
Con passo sicuro
I soldati combattono
l’ultima battaglia
Matlala
Ascolta dunque
Il mostro agonizzante
che esala gli ultimi respiri
Dalle città e dai villaggi
Dalle bidonville e dalla macchia
Le tue sorelle, i tuoi fratelli
Raggiungono le fila
Matlala
Ascolta l’eco dei passi
L’assalto lo prepariamo
Contro
Il loro fortino
I mostri
di tutti i continenti
Accorrono
Fratello mio, fratello mio
Perché non mi rispondi
Fratello mio, fratello mio
Non senti la voce
La voce delle foglie
Sugli alberi

Ho attinto dell’acqua
dal fiume
L’acqua che ti accompagnerà
Ho alimentato le fiamme
Le fiamme che ti guideranno
Fratello mio, fratello mio
Perché non mi rispondi?

L’assalto finale
si avvicina di ora in ora
Unisciti a noi, Matlala
Perché gli Dei
Distruggano
Ciò che resta del mostro Perché l’inferno
Consumi
Il marciume fascista
Unisciti a noi Matlala
Perché una brezza
Soffi e spazzi via
La nausea del mondo.

Svegliati
Matlala
Svegliati
E guarda
O guarda
Il sole che abbaglia
I fili della libertà
All’alba della vita.

Justin Wandja – Lettere

Justin Wandja

Lettere

Figlio mio,
ogni giorno rileggo le lettere che scrivi,
ma da due anni ormai non odo la tua voce,
e l’ultimo ricordo che ho delle tue mani
fu quando mi stringesti e mi dicesti: «Addio».

«Ragazzo mio», ti dissi, «perché vuoi abbandonare
così la famiglia, la tua gente, la tua terra?
Sempre da tua madre hai trovato un riparo,
un piatto di fonio
un letto se eri stanco.

Con Oko’o ballavi alla festa del villaggio,
i suoi sguardi e il suo sorriso non eran che per te.
Vedi i tuoi fratellini, tu sei la loro guida».

Mi rispondesti: «Mamma, qui per me non c’è futuro,
l’avvenire è in Occidente, là è possibile avanzare:
andrò a Roma, terra di storia e civiltà:
i cristiani accoglieranno i fratelli africani.

Studierò duramente, troverò un buon lavoro
e a te e ai miei fratelli non mancherà più nulla.
Figlio mio, quel che ci manca è solo il tuo sorriso,
il tuo passo gioioso quando andavi nei campi,
le tue storie e i tuoi canti la sera attorno al fuoco.
E quando in quel paese di storia e civiltà
avrai finito i tuoi studi, trovato il tuo lavoro,
ricordati di noi, e torna alla tua terra
d’Africa.

Madre mia.

Non posso più mentirti, il mio rimpianto è grande,
nel mio pensiero tornano sempre le tue parole,
e il ricordo del paese e della nostra gente
lascia spesso il mio cuore malato di nostalgia.

Questa terra promessa, questa terra sognata,
agognata, e che tanti sogneranno ancora
si è mostrata ingrata coi suoi fratelli stranieri
ed il suo freddo penetra nel corpo e nell’anima.

Passo le mie giornate – ed è un dolore dirlo
a te, madre mia cara – solitario, vagando
per strada, senza meta, senza un posto dove stare,
fra la gente che guarda, diffidente o incuriosita.

Noi siamo gli stranieri, noi siamo i vagabondi,
senza casa, lavoro, senza una famiglia,
senza le carte in regola, senza nessun diritto,
nemmeno quello di non essere uccisi impunemente.

Come vorrei tornare nella mia terra avita,
ballare con Oko’o alla festa del villaggio,
giocare coi miei fratelli, raccontare loro storie,
e cantare la sera attorno al focolare.

Ma ho vergogna ora a mendicare un passaggio
e tornare alla mia gente sconfitto ed avvilito.
Madre, perdonami, preferisco restare
dove nessuno mi conosce, in questa fredda terra
d’Europa.

Joseph M. Tala – Domani avremo fame

Joseph M. Tala
Domani avremo fame

Domani
Avremo fame domani Fame di un mondo
Che apra alla gioia ed alla condivisione
Avremo fame domani
Fame di amare
Fame di speranza
Fame di orgoglio
Fame di un mondo senza ambiguità.

Avremo fame domani
Della presenza di altri
Della presenza di tutti gli uomini
Di questa vita disabitata
Morsa dalla solitudine.

Avremo fame domani
Non di bassezze e di tristi vergogne
Avremo fame domani Di tenerezza sbocciata
Lontano dal filo spinato della segregazione.

Avremo fame domani
Non di falsi amici dal cuore doppio
Non di cuori vigliacchi e volgarmente avidi
Disseccati dall’egoismo.

Avremo fame domani
Fame di guarire il mondo
Dalla sua trasudante miseria
Fame di combattere il male
Ed i suoi molti complici.

Avremo fame domani
Fame di preparare il mondo
Alla fastosa fortuna della Fraternità.
Fame di uno sforzo su noi stessi
Perché nasca l’Uomo
E rinasca il mondo
Fame perché sbocci la speranza
Di un mondo nuovo e stellato.

Avremo fame domani
Di quelle strade scoscese
Che portano alla città
Lontano dai rovi del disprezzo
Dell’odio
Del rancore.

Avremo fame domani
Di generosi costruttori di cittadelle
Che in luogo d’intonare
I canti tribali
Dell’odio e della razza
Faranno crescere
Fraternamente
Fianco a fianco
Malgrado le loro diversità
Tutte le razze
La gialla e la bianca e la nera
In una sinfonia
Di Fraternità.

Avremo fame domani
Perché tutti gli uomini
Spezzando le loro catene
E facendo una catena
Conducano il mondo alla fonte della condivisione.

Teodoro Ndjock Ngana – L’Africano

Teodoro NDJOCK NGANA

CAMERUN

Stranieri, non eravate uomini.
Conoscevate tutti i libri del mondo ma non l’amore.
Non sapevate, macellai, che sotto le vostre boriose canzoni
nei villaggi negri che predavate
nell’Africa squartata
maturava la speranza, nostra sola fortezza.

Avvoltoi

David Diop,

 

L’Africano
,Scendo dal raggio di sole,
sgorgo dalla roccia solida,
parlo la lingua della vita,
ed emano odio ed amore;
lasciatemi vivere.

Dov’è la mia storia,
la vostra storia, nostra storia?

Cerco la pace,
compagna del passato,
utopia del presente,
sogno del futuro,
sogno, semplice sogno;
lasciatemi sognare.

Dove sono gli eroi della mia terra?
voglio sapere ciò che è nascosto
per ritrovare me stesso,
lasciatemi indagare.

Non sono miei quelli che sono caduti
per i propri interessi,
o per aiutare l’impostore;
rivoglio i miei caduti
per onorarli.

Percorro una via ignota
Perchè un’involucro
Mi ricopre l’anima:
dove sono i miei preti ?
i miei intellettuali?
La mia anima?
La mia strada?

Ndjock Ngana – Hitler è vivo

Ndjock Ngana

Hitler è vivo

Cìvìltà!

Civiltà delle civiltà lontane,

Civiltà trafitta dalle pallottole

Del tempo che passa,

Del tempo che trasforma e forgia,

Tempo della distruzione,

Dell’esperienza e del ricordo…

Ricordo gli aborigeni australiani,

Ricordo i polinesiani, gli egiziani e gli indiani,

Ricordo i cinesi, i pigmei, gli zulu e gli altri;

Ricordo l’Africa, l’America e l’Europa;

Tutti secoli di ricordi naufragati

In una pozzanghera vergognosa dì cecità voluta,

In un mare di avidità.

Civiltà!

Civiltàà dell’incivílt civile

Maturata su secoli di storia incivile!

Dove sono gli aborigeni?

Dove sono gli indiani d’America?

Dove sono gli indios del Sud America?

Gli eschimesi, i boscimani … ?

Cancellati dalla faccia della terra,

Perché la faccia della terra è civiltà,

Cancellati dalla cìvìltà?

Civiltà, civiltà,

Istituzione associale

Che con il pretesto della razza eletta,

Del diritto della furbizia sulla umanità,

Hai dato il diritto ad un porco

Di sputare su una capra

Perché è capra e non porco!

Ma che vantaggio c’è ad essere porco

Civiltà?

Civiltà,

Civiltà storica di una storia dimenticata

Chi rammenta

Quando uno specchio costava più dello smeraldo?

Chi rammenta

Quando la bibbia era più importante della terra?

Chi rammenta ancora la colonizzazione

Civiltà?

La civiltà trovò Hitler nel suo cammino

E lo uccise!

Ma non è forse stato Hitler

A sterminare gli indiani d’America

Per rubare la loro terra?

A deportare i negri

Per metterli nei campi di concentramento in America?

A prendere il potere in Cile?

A turbare la pace in Afganistan?

E poi chi c’è in Africa del Sud?

Chi c’è in Africa del Sud?

E qualcuno si illude di aver ucciso Hitler

Per portare sulla terra, un po’ più di civiltà.

Ma alla faccia di noi tutti,

Hitler è qui tra noi,

Più satanico che mai,

Più satanico di Hitler:

Lui aveva mostrato alla grande razza

Che cos’è soffrire;

Gli fece lezione sul diritto

Della forza bruta

Della forza delle armi,

Della forza che impone alle persone

Di pagare quando sono innocenti.

Ed essa ha imparato bene,

Ha creato la civiltà dell’amore sulla carta,

Civiltà delle leggi disuguali per la maggioranza,

Civiltà della pace che tutti inseguono,

Civiltà della morte uguale per tutti!

Civiltà che impariamo ad amare

Per necessità.

Civiltà, civiltà,

Quand’è che diventerai civile?

Oh civiltà!

Ndjock Ngana – Colui che tutto ha perduto

Avrei potuto raccontarvi
la storia dell’usignolo assassinato
avrei potuto raccontarvi
la storia…
ma mi hanno tagliato tutte e due le labbra.
Samir Al Qasim
 

Colui che tutto ha perduto


Ndjock Ngana
Poeta del Camerun
 

I
Risa di sole nella mia capanna
E le mie donne belle e flessuose
Eran palme alla brezza della sera
Scivolavano i figli sul gran fiume
Come morte profondo
E le mie piroghe lottavano coi coccodrilli
Materna, la luna s’univa alle danze
Frenetico e grave del tam-tam il ritmo
Tam-Tam di gioia Tam-Tam spensierato
Fra i fuochi di libertà
II
Poi un giorno, il silenzio…
Del sole i raggi parvero oscurarsi
Nella capanna d’ogni senso vuota
Le bocche rosse delle mie donne premevano
Le labbra dure e sottili dei conquistatori dagli occhi d’acciaio
E i figli miei lasciarono la quieta nudità
Per l’uniforme di ferro e di sangue
E più non ci siete, neppur voi
Tam-Tam delle mie notti, Tam-Tam dei miei padri
Le catene della schiavità han straziato il mio cuore!

Ndjock Ngana – Prigione

Avrei potuto raccontarvi
la storia dell’usignolo assassinato
avrei potuto raccontarvi
la storia…
ma mi hanno tagliato tutte e due le labbra.

Samir Al Qasim



Prigione


Ndjock Ngana –
Poeta del Camerun

Vivere una sola vita in una sola città
in un solo Paese
in un solo universo
vivere in un solo mondo è prigione.

Amare un solo amico,
un solo padre, una sola madre,
una sola famiglia
amare una sola persona è prigione.

Conoscere una sola lingua,
un solo lavoro,
un solo costume,
una sola civiltà
conoscere una sola logica è prigione.

Avere un solo corpo,
un solo pensiero,
una sola conoscenza,
una sola essenza
avere un solo essere è prigione.