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Wystan Hugh Auden – Sotto un abietto salice

Wystan Hugh Auden
Sotto un abietto salice

Sotto un abietto salice
non ti affliggere più, innamorato:
segua al pensiero rapida azione.

A che serve pensare?
La tua incessante prostrazione
mostra quanto sei freddo;
alzati, su, e ripiega
la tua mappa di desolazione.

I rintocchi che scorrono sui prati
da quella fosca guglia
suonan per queste ombre senza amore
che all’amore non servono.

Ciò che è vivo può amare: perché ancora
piegarsi alla sconfitta
con le braccia incrociate?

Attacca e vincerai.
Stormi di anatre in volo sul tuo capo
e sanno dove andare,
freddi ruscelli in corsa ai tuoi piedi
e vanno verso l’oceano.

Cupa e opaca è la tua costernazione:
cammina, dunque, vieni,
non più così tarpato
in preda alla tua soddisfazione.

Wystan Hugh Auden – Malinconie di fuoriuscito

  Wystan Hugh Auden
Malinconie di fuoriuscito

Poniamo che in questa città siano dieci milioni di anime,
v’ è chi abita in palazzi, v’ è chi abita in tuguri:
ma per noi non c’è posto, mia cara, ma per noi non c’è posto.

Avevamo una volta un paese e ci pareva bello,
tu guarda nell’atlante e lì lo troverai:
non ci possiamo – più andare, mia cara, non ci possiamo più andare.

Nel cimitero del villaggio si leva un vecchio tasso,
a ogni primavera s’ingemma di nuovo:
i vecchi passaporti non possono farlo, mia cara, i vecchi passaporti non
possono farlo.

Il console batté il pugno sul tavolo e disse:
« Se non avete passaporto voi siete ufficialmente morti»:
ma noi sIamo ancora vivi, mia cara, ma noi siamo ancora vivi.

Mi presentai a un comitato; m’offrirono una sedia;
cortesemente m’invitarono a ritornare l’anno venturo:
ma oggi dove andremo, mia cara, ma oggi dove andremo?

Capitai a un pubblico comizio, il presidente s’alzò in piedi e disse:
«Se li lasciamo entrare, ci ruberanno il pane quotidiano » :
parlava di te e di me, mia cara, parlava di te e di me.

Mi parve d’udire il tuono rombare nel cielo;
era Hitler su tutta l’Europa, e diceva: «Devono morire »;
ahimé, pensava a noi, mia cara, ahimé, pensava a noi.

Vidi un barbone, e aveva il giubbino assicurato con un fermaglio ,
vidi aprire una porta e un gatto entrarvi dentro:
ma non erano ebrei tedeschi, mia cara, ma non erano ebrei tedeschi.

Scesi al porto e mi fermai sulla banchina,
vidi i pesci nuotare in libertà:
a soli tre metri di distanza, mia cara, a soli tre metri di distanza .

Attraversai un bosco, vidi gli uccelli tra gli alberi,
non sapevano di politica, e cantavano a gola spiegata:
non erano la razza umana, mia cara, non erano la razza umana.

Vidi in sogno un palazzo di mille piani,
mille finestre e mille porte;
non una di esse era nostra, mia cara, non una di esse era nostra.

Mi trovai in una vasta pianura sotto il cader della neve;
diecimila soldati marciavano su e giù:
cercavano te e me, mia cara, cercavano te e me.

Wystan Hugh Auden – Lo scudo di Achille ‎

Wystan Hugh Auden

Lo scudo di Achille
Lei cercò, dietro le spalle di lui,
i vigneti e gli alberi di ulivo,
città di marmo bene amministrate,
e navi sopra il mai domato mare.
Ma lì, sopra il metallo scintillante,
le mani avevano sistemato una
distesa desolata, innaturale,
e il cielo aveva il colore del piombo.
‎*
Una spianata anonima, spoglia e scura, senza
un filo d’erba, e nulla lì vicino, non c’era
da mangiare, né un posto dove stare seduti.
Ma radunata già nel suo vacuo aspetto
stava una moltitudine difficile a distinguersi,
un milione di occhi e di stivali in fila
senza espressione in faccia, in attesa di un segno.
‎*
Una voce al megafono dimostrò – senza volto,
statistiche alla mano, con toni secchi e piatti
come il luogo – che alcune cause erano giuste.
Non ci furono applausi, nulla venne discusso;
colonna su colonna marciaron nella polvere
portando stretta in cuore la loro convinzione
la cui logica, altrove, li portò alla rovina.
‎*
Lei cercò, dietro le spalle di lui,
le devozioni rituali, i fiori
bianchi delle giovenche inghirlandate,
le offerte e i sacrifici per gli dei.
Ma lì, sopra il metallo scintillante,
dove doveva esserci un altare
vide nel luccicar della fucina
una scena del tutto differente.
‎*
Una zona era chiusa con del filo spinato;
lì ufficiali poltrivano annoiati (qualcuno
raccontava storielle) e le guardie sudavano
nel giorno caldo. In massa, gente umile e comune,
stava fuori a guardare, immobile e muta.
E tre figure pallide, erano spinte intanto,
legate, verso pali piantati nel terreno.
‎*
Tutto quanto al mondo ha misura o qualità,
ciò che sopporta un peso, e pesa sempre uguale
stava in mano altrui; e loro, miseri, non potevano
sperare aiuto, né aiuto venne. I nemici fecero
quel che vollero, e quanto di peggio poteva esserci
fu: la vergogna; persero l’orgoglio e morirono,
nel loro essere uomini, prima dei loro corpi.
‎*
Lei cercò, dietro le spalle di lui,
gli atleti intenti ai loro giochi, danze
aggraziate dove uomini e donne muovono
le membra a tempo, veloci, veloci…
Ma lì, sopra lo scudo scintillante,
non c’era posto per piste da ballo
le sue due mani avevano disposto
un campo soffocato dalle erbacce.
‎*
Un porcospino irsuto bighellonava in quel
niente, inutile e solo; un uccello si alzò
in volo, sfuggendo alla sua pietra preferita:
ragazze violentate, due ragazzi che ne
accoltellano un terzo; roba di tutti i giorni
per lui, che mai conobbe un mondo di promesse
mantenute, o di lacrime piante sul pianto altrui.
‎*
L’armaiolo dalle labbra sottili,
Efesto, zoppicò via, e la sua angoscia
gridò Teti dal petto scintillante
di fronte a ciò che il dio aveva forgiato
per Achille, suo figlio, l’uccisore
di uomini, il forte dal cuore d’acciaio
che non avrebbe avuto vita lunga.‎

W. H. Auden – Blues in memoria

W. H. Auden

BLUES IN MEMORIA

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.
*
Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.
*
Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.
*
Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.

William Shakespeare – Tu sei per la mia mente come il cibo per la vita

William Shakespeare

Tu sei per la mia mente come il cibo per la vita

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Tu sei per la mia mente come il cibo per la vita,
Come le piogge di primavera sono per la terra;
E per goderti in pace combatto la stessa guerra
Che conduce un avaro per accumular ricchezza.

*

Prima orgoglioso di possedere e, subito dopo,
Roso dal dubbio che il tempo gli scippi il tesoro;
Prima voglioso di restare solo con te,
Poi orgoglioso che il mondo veda il mio piacere.

*

Talvolta sazio di banchettare del tuo sguardo,
Subito dopo affamato di una tua occhiata:
Non possiedo nè perseguo alcun piacere
Se non ciò che ho da te o da te io posso avere.

*

Così ogni giorno soffro di fame e sazietà,
Di tutto ghiotto e d’ogni cosa privo.

Thomas Dylan – Non andartene docile in quella buona notte

Thomas Dylan
Non andartene docile in quella buona notte
Non andartene docile in quella buona notte,
vecchiaia dovrebbe ardere e infierire
quando cade il giorno;
infuria, infuria contro il morire della luce.
*
Benchè i saggi infine conoscano che il buio è giusto,
poichè dalle parole loro non diramò alcun conforto,
non se ne vanno docili in quella buona notte.
*
I buoni che in preda all’ultima onda
splendide proclamarono le loro fioche imprese,
avrebbero potuto danzare in una verde baia,
e infuriano, infuriano contro il morire della luce.
*
I selvaggi, che il sole a volo presero e cantarono,
tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,
non se ne vanno docili in quella buona notte.
*
Gli austeri, vicini a morte, con cieca vista scorgono
che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare
ed esser gai; e infuriano
infuriano contro il morire della luce.
*
E te, padre mio, là sulla triste altura io prego,
maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime,
non andartene docile in quella buona notte.
Infuria, infuria contro il morire della luce

Stevie Smith – Non salutando ma annegando

Stevie Smith

Non salutando ma annegando

Nessuno lo ha sentito, il morto,

eppure era steso gemendo:

ero molto più lontano che pensaste

e non stavo salutando ma annegando.

Poveraccio, gli piaceva sempre scherzare

e ora è morto

deve essere stato troppo freddo e il suo cuore cedette,

hanno detto.

Oh no no no, era troppo freddo sempre

(e il morto era ancora steso gemendo)

ero molto più lontano tutta la vita

e non stavo salutando ma annegando.