Archivi categoria: Il giorno del ricordo

Nelly Sachs – Coro dei superstiti

27 GENNAIO

Nelly Sachs
Coro dei superstiti

Noi superstiti

dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,

sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –

I nostri corpi ancora si lamentano

col loro canto mozzato.

Noi superstiti

davanti a noi, nell’aria azzurra,

pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –

le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.

Noi superstiti,

ancora divorati dai vermi dell’angoscia –

la nostra stella è sepolta nella polvere.

Noi superstiti

vi preghiamo:

mostrateci lentamente il vostro sole.

Guidateci piano di stella in stella.

Fateci di nuovo imparare la vita.

Altrimenti il canto di un uccello,

il secchio che si colma alla fontana

potrebbero far prorompere il dolore

a stento sigillato

e farci schiumare via –

Vi preghiamo:

non mostrateci ancora un cane che morde

potrebbe darsi, potrebbe darsi

che ci disfiamo in polvere

davanti ai vostri occhi.

Ma cosa tiene unita la nostra trama?

Noi, ormai senza respiro,

la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte

molto prima che il nostro corpo si salvasse

nell’arca dell’istante –

Noi superstiti,

stringiamo la vostra mano,

riconosciamo i vostri occhi –

ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,

l’addio nella polvere

ci tiene uniti a voi.

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Soluzione finale

 27 GENNAIO
Soluzione Finale: sintesi
 
Ebrei provenienti dal ghetto di Lodz vengono caricati sui treni per essere deportati nel campo di sterminio di Chelmno. Lodz, Polonia, tra il 1942 e il 1944.
— National Museum of American Jewish History, Philadelphia

-Mauthausen
I Nazisti usarono spesso termini eufemistici per celare la vera natura dei loro crimini. Ad esempio, utilizzarono l’espressione “Soluzione Finale” per indicare il piano per l’annientamento della popolazione ebraica. Non è noto il momento esatto in cui i leader della Germania Nazista decisero, in via definitiva, di mettere in atto la “Soluzione Finale”. Il genocidio e la distruzione di massa degli Ebrei rappresentarono il culmine di un decennio caratterizzato da misure discriminatorie sempre più dure.
Con Adolf Hitler al potere, la persecuzione e la segregazione degli Ebrei fu messa in atto in diverse fasi. Dopo l’ascesa al potere del Partito Nazista in Germania, nel 1933, il razzismo “di stato” produsse la legislazione anti-ebraica, aggravata dal boicottaggio economico e dalla violenza scatenata durante il pogrom della cosiddetta Notte dei Cristalli (Kristallnacht). Tutto ciò mirava ad isolare in modo sistematico gli Ebrei dal resto della società e a costringerli a lasciare il paese.
Dopo l’invasione della Polonia da parte della Germania, nel 1939 – invasione che segnò l’inizio della Seconda Guerra Mondiale – le politiche anti-ebraiche vennero intensificate, fino a comprendere l’incarcerazione prima, e l’assassinio, poi, della popolazione ebraica europea. I Nazisti, in un primo momento, costituirono i Ghetti (quartieri concepiti per isolare e controllare gli Ebrei) nel Governatorato Generale (il territorio nella parte centrale della Polonia retto da un governo composto da civili tedeschi) e nel Warthegau (un’area della Polonia occidentale annessa alla Germania). Ebrei polacchi e dell’Europa orientale furono deportati nei Ghetti, dove furono costretti a vivere in condizioni di sovraffollamento e di malnutrizione.
Nel giugno 1941, dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte dei Tedeschi, le SS, insieme ad unità speciali di polizia (vere e proprie squadre mobili addette allo sterminio) cominciarono ad attuare operazioni di eliminazione di massa di intere comunità ebraiche. Nell’autunno del 1941, le SS e la polizia introdussero l’uso di camere a gas mobili, montate su autocarri. Questi veicoli blindati venivano utilizzati per uccidere coloro che si trovavano rinchiusi all’interno: il sistema di scappamento, infatti, era stato modificato in modo da pompare monossido di carbonio dentro spazi sigillati realizzati all’interno degli autocarri. Alle camere a gas mobili si aggiunsero le numerose fucilazioni di massa attuate nello stesso periodo.
Quattro settimane dopo l’invasione dell’Unione Sovietica, il 17 luglio 1941, Hitler conferì al comandante delle SS, Heinrich Himmler, l’incarico di garantire la sicurezza nelle zone occupate dell’Unione Sovietica. Hitler diede a Himmler ampio margine di manovra, al fine di eliminare fisicamente qualunque minaccia portata al dominio totale tedesco. Due settimane dopo, il 31 luglio 1941, il leader nazista Hermann Goering autorizzò il generale delle SS Reinhard Heydrich ad iniziare i preparativi per la messa in atto della “completa soluzione del problema ebraico”.
Nell’autunno del 1941, il comandante delle SS Heinrich Himmler assegnò al generale tedesco Odilo Globocnik (capo delle SS e della polizia del Distretto di Lublino) l’incarico di attuare il progetto di eliminazione sistematica degli Ebrei residenti nel Governatorato Generale. Il nome in codice dato a tale piano fu Operazione Reinhard, dal nome di battesimo di Heydrich, il quale venne successivamente assassinato da partigiani cecoslovacchi, nel maggio del 1942. Tre centri di sterminio, creati esclusivamente per l’eliminazione di massa, vennero costruiti in Polonia, nell’ambito dell’Operazione Reinhard: Belzec, Sobibor e Treblinka.
Il campo di Majdanek fu utilizzato, in alcune occasioni, come centro per l’eliminazione degli Ebrei residenti nel Governatorato Generale. In esso furono realizzate camere a gas dove le SS uccisero decine di migliaia di Ebrei, principalmente prigionieri precedentemente assegnati ai lavori forzati e divenuti ormai troppo deboli per continuare a lavorare. Nel centro di sterminio di Chelmno, circa 30 chilometri a nord ovest di Lodz, le SS e le forze di polizia usarono le camere a gas mobili per assassinare almeno 152.000 persone, di cui la maggior parte erano Ebrei, ma alcune migliaia appartenevano alla popolazione Rom (Zingari). Nella primavera del 1942, Himmler stabilì che anche Auschwitz II (Auschwitz-Birkenau) venisse usato come campo di sterminio; qui, le SS assassinarono approssimativamente un milione di Ebrei provenienti da diverse nazioni europee.
Le SS tedesche e le unità di polizia uccisero quasi 2.700.000 Ebrei nei campi di sterminio, tramite asfissia con gas velenoso o tramite fucilazione. Complessivamente, è evidente come la “Soluzione Finale” prevedesse l’eliminazione di tutti gli Ebrei europei con il gas, la fucilazione, o altri mezzi. Circa sei milioni di Ebrei, uomini, donne e bambini, vennero uccisi nell’Olocausto, cioè i due terzi degli Ebrei che vivevano in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale.
 

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, DC

Zanus Zachemburg – Infanzia miserabile

27 GENNAIO

Zanus Zachenburg
Infanzia miserabile

Infanzia miserabile, catena
che ti lega al nemico e alla forca.
Miserabile infanzia, che dentro il suo squallore
già distingue il bene e il male.
Laggiù dove l’infanzia dolcemente riposa
nelle piccole aiuole di un parco
laggiù, in quella casa, qualcosa si è spezzato
quando su me è caduto il disprezzo:
laggiù, nei giardini o nei fiori
o sul seno materno,
dove io sono nato per piangere…
Alla luce di una candela m’addormento
forse per capire un giorno
che io ero una ben piccola cosa,
piccola come il coro dei 30.000,
come la loro vita che dorme
laggiù nei campi,
che dorme e si sveglierà,
aprirà gli occhi
e per non vedere troppo
si lascerà riprendere dal sonno.

Zanus Zachenburg 1929.19. luglio – Auschwitz 1943. 18. dicembre

F. G. Harper – Seppellitemi in terra libera

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F. G. Harper

Seppellitemi in terra libera

Fatemi una tomba dove volete,

in una bassa pianura o su una
collina elevata;
fatemela fra le tombe piu umili,
ma non in una terra dove gli uomini
sono schiavi.
Non potrei riposare se intorno alla
mia tomba
udissi i passi di uno schiavo
tremante;
la sua ombra sul mio sepolcro
silenzioso
lo farebbe diventare un luogo di
terrore.

Mordecai Gebirtig – La nostra primavera

 

27 GENNAIO
Mordecai Gebirtig
La nostra primavera
Primavera negli alberi, nei campi, nei boschi,
Ma qui, nel ghetto, fa freddo ed è sempre autunno,
Ma qui, nel ghetto, tutto è desolazione e tristezza,
Come una casa in lutto – abitata dal dolore.
Primavera! Fuori i campi sono stati seminati,
Qui, intorno a noi, cresce solo la disperazione,
Qui, intorno a noi, crescono solo mura presidiate,
Sorvegliate, come in una prigione, nella notte più scura.
E’ Primavera, di già! Presto sarà maggio,
Ma qui, l’aria è gonfia di polvere da sparo e piombo.
La morte miete di continuo con la sua falce insanguinata
Un gigantesco cimitero – la terra.

 

Mordecai Gebirtig, autore di poesie e canzoni in Yiddish, era nato nel 1877 a Cracovia, in Polonia. Gebirtig fu confinato nel ghetto di Cracovia nel marzo 1942 e scrisse “La nostra primavera” nell’aprile dello stesso anno. Le parole descrivono la desolazione e la disperazione della vita nel ghetto.

Alexander Wertynski e Aron Liebeskind – Ninna nanna del crematorio

 

27 GENNAIO

 

Alexander Wertynski e Aron Liebeskind

 

Ninna nanna del crematorio

 

Crematorio nera porta
che all’inferno porterà
vi trascino neri corpi
che la fiamma brucerà
Vi trascino il mio figliolo
con i suoi capelli d’or
coi suoi pugni in mezzo ai denti
figlio mio come farò
*
O mi sbaglio e dormi tu
ed allora figlio tu
dormi e intanto ninna-ò
io ti cullerò
*
E tu sole perché taci
tu che sai la verità
era solo di tre anni
ma non ebbero pietà
I suoi occhi silenziosi
che ti guardano lassù
hanno lacrime di pietra
che non scenderanno più
*
O mi sbaglio e dormi tu
ed allora figlio tu
dormi e intanto ninna-ò
io ti cullerò

 

Questa ninna nanna venne composta
nel 1942 da Alexander Wertynski e
Aron Liebeskind. Quest’ultimo era un
ventiquattrenne portatore di cadaveri
nel lager di Treblinka, dove vennero
uccisi e cremati la moglie Edith e il
figlio di tre anni. Quasi impazzito,
Liebeskind riuscì a scrivere questa nin-
na nanna che verrà eseguita dal coro
di Rosebery D’Arguto. Traduzione di
L. Settimelli.

Elie Wiesel – La notte

 

 

27 GENNAIO

Elie Wiesel

La notte

 

Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime.

Tranne che una volta. L’Oberkapo del 52° commando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due metri. Settecento detenuti lavoravano ai suoi ordini e tutti l’amavano come un fratello. Mai nessuno aveva ricevuto uno schiaffo dalla sua mano, un’ingiuria dalla sua bocca.

Aveva al suo servizio un ragazzino un pipel, come lo chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello, incredibile in quel campo.

(A Buna i pipel erano odiati: spesso si mostravano più crudeli degli adulti. Ho visto un giorno uno di loro, di tredici anni, picchiare il padre perché non aveva fatto bene il letto. Mentre il vecchio piangeva sommessamente l’altro urlava: «Se non smetti subito di piangere non ti porterò più il pane. Capito?». Ma il piccolo servitore dell’olandese era adorato da tutti. Aveva il volto di un angelo infelice).

Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell’Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi.

L’Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si senti più parlare.

Ma il suo piccolo pipel era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.

Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l’angelo dagli occhi tristi.

Le S.S. sembravano più preoccupate. Più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva.

Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia.

Tre S.S. lo sostituirono.

I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.

– Viva la libertà! – gridarono i due adulti.

Il piccolo, lui, taceva.

– Dov’è il Buon Dio? Dov’e? – domandò qualcuno dietro di me.

A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.

Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.

Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.

– Copritevi!

Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…

Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.

Dietro di me udii il solito uomo domandare:

– Dov’è dunque Dio?

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:

– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…

Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.

 

La notte è un romanzo autobiografico di Elie Wiesel che racconta le sue esperienze di giovane ebreo ortodosso deportato insieme alla famiglia nei campi di concentramento di Auschwitz e Buchenwald negli anni 19441945, al culmine dell’Olocausto, fino alla fine della seconda guerra mondiale.