Archivi categoria: Il giorno del ricordo

F. G. Harper – Seppellitemi in terra libera

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F. G. Harper

Seppellitemi in terra libera

Fatemi una tomba dove volete,

in una bassa pianura o su una
collina elevata;
fatemela fra le tombe piu umili,
ma non in una terra dove gli uomini
sono schiavi.
Non potrei riposare se intorno alla
mia tomba
udissi i passi di uno schiavo
tremante;
la sua ombra sul mio sepolcro
silenzioso
lo farebbe diventare un luogo di
terrore.

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Mordecai Gebirtig – La nostra primavera

 

27 GENNAIO
Mordecai Gebirtig
La nostra primavera
Primavera negli alberi, nei campi, nei boschi,
Ma qui, nel ghetto, fa freddo ed è sempre autunno,
Ma qui, nel ghetto, tutto è desolazione e tristezza,
Come una casa in lutto – abitata dal dolore.
Primavera! Fuori i campi sono stati seminati,
Qui, intorno a noi, cresce solo la disperazione,
Qui, intorno a noi, crescono solo mura presidiate,
Sorvegliate, come in una prigione, nella notte più scura.
E’ Primavera, di già! Presto sarà maggio,
Ma qui, l’aria è gonfia di polvere da sparo e piombo.
La morte miete di continuo con la sua falce insanguinata
Un gigantesco cimitero – la terra.

 

Mordecai Gebirtig, autore di poesie e canzoni in Yiddish, era nato nel 1877 a Cracovia, in Polonia. Gebirtig fu confinato nel ghetto di Cracovia nel marzo 1942 e scrisse “La nostra primavera” nell’aprile dello stesso anno. Le parole descrivono la desolazione e la disperazione della vita nel ghetto.

Alexander Wertynski e Aron Liebeskind – Ninna nanna del crematorio

 

27 GENNAIO

 

Alexander Wertynski e Aron Liebeskind

 

Ninna nanna del crematorio

 

Crematorio nera porta
che all’inferno porterà
vi trascino neri corpi
che la fiamma brucerà
Vi trascino il mio figliolo
con i suoi capelli d’or
coi suoi pugni in mezzo ai denti
figlio mio come farò
*
O mi sbaglio e dormi tu
ed allora figlio tu
dormi e intanto ninna-ò
io ti cullerò
*
E tu sole perché taci
tu che sai la verità
era solo di tre anni
ma non ebbero pietà
I suoi occhi silenziosi
che ti guardano lassù
hanno lacrime di pietra
che non scenderanno più
*
O mi sbaglio e dormi tu
ed allora figlio tu
dormi e intanto ninna-ò
io ti cullerò

 

Questa ninna nanna venne composta
nel 1942 da Alexander Wertynski e
Aron Liebeskind. Quest’ultimo era un
ventiquattrenne portatore di cadaveri
nel lager di Treblinka, dove vennero
uccisi e cremati la moglie Edith e il
figlio di tre anni. Quasi impazzito,
Liebeskind riuscì a scrivere questa nin-
na nanna che verrà eseguita dal coro
di Rosebery D’Arguto. Traduzione di
L. Settimelli.

Elie Wiesel – La notte

 

 

27 GENNAIO

Elie Wiesel

La notte

 

Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime.

Tranne che una volta. L’Oberkapo del 52° commando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due metri. Settecento detenuti lavoravano ai suoi ordini e tutti l’amavano come un fratello. Mai nessuno aveva ricevuto uno schiaffo dalla sua mano, un’ingiuria dalla sua bocca.

Aveva al suo servizio un ragazzino un pipel, come lo chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello, incredibile in quel campo.

(A Buna i pipel erano odiati: spesso si mostravano più crudeli degli adulti. Ho visto un giorno uno di loro, di tredici anni, picchiare il padre perché non aveva fatto bene il letto. Mentre il vecchio piangeva sommessamente l’altro urlava: «Se non smetti subito di piangere non ti porterò più il pane. Capito?». Ma il piccolo servitore dell’olandese era adorato da tutti. Aveva il volto di un angelo infelice).

Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell’Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi.

L’Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si senti più parlare.

Ma il suo piccolo pipel era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.

Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l’angelo dagli occhi tristi.

Le S.S. sembravano più preoccupate. Più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva.

Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia.

Tre S.S. lo sostituirono.

I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.

– Viva la libertà! – gridarono i due adulti.

Il piccolo, lui, taceva.

– Dov’è il Buon Dio? Dov’e? – domandò qualcuno dietro di me.

A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.

Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.

Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.

– Copritevi!

Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…

Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.

Dietro di me udii il solito uomo domandare:

– Dov’è dunque Dio?

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:

– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…

Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.

 

La notte è un romanzo autobiografico di Elie Wiesel che racconta le sue esperienze di giovane ebreo ortodosso deportato insieme alla famiglia nei campi di concentramento di Auschwitz e Buchenwald negli anni 19441945, al culmine dell’Olocausto, fino alla fine della seconda guerra mondiale.

Attila József – Un cuore puro

27 GENNAIO

Attila József

Un cuore puro

Non ho padre né madre
né Dio né patria
né culla né sepolcro
né amante né baci.

E’ da tre giorni che non mangio
né troppo né poco,
sono potere i miei vent’anni.

Se nessuno li vuole
se li compri il diavolo,
con cuore puro scardino
servisse, uccido anche l’uomo.

Mi catturino e m’impicchino
con terra benedetta mi coprano
erba mortale cresca
sul mio bellissimo cuore.

Anonimo – Canto dei deportati

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Anonimo
Canto dei deportati
Fosco è il cielo sul livore
di paludi senza fin
tutto intorno è già morto o muore
per dar gloria agli aguzzin.
Sul suolo desolato
con ritmo disperato zappiam.
Una rete spinosa serra
il deserto, in cui moriam
non un fiore su questa terra
non un trillo in cielo udiam.
Sul suolo desolato
con ritmo disperato zappiam
Botte grida lamenti e pianti
sentinelle notte e di’
suon di passi di mitra e schianti
e la morte a chi fuggi’.
Sul suolo desolato
Con ritmo disperato zappiam
Pure un giorno la sospirata
primavera tornerà
dei tormenti la desiata
libertà rifiorirà.
Dai campi del dolore
rinascerà la vita doman
Dai campi del dolore
rinascerà la vita doman