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Costantinos Kavafis – Per rimanere

Costantinos Kavafis

Per rimanere

Forse l’una di notte,

l’una e mezza.

Un cantuccio di taverna

di là dal legno di tramezzo.

Nel locale deserto noi due, soli.

Lo rischiariva appena la lampada a petrolio.

E, stranito di sonno, il cameriere, sulla porta, dormiva.

Nessun occhio su noi. Ma sì riarsi ,

già ci aveva la brama,

Glie divenimmo ignari di cautele.

A mezzo si dischiusero le vesti,

scarse (luglio flagrava).

O fruire di carni

fra, semiaperte vesti, celere

denudare di carni… il tuo fantasma

ventisei anni ha valicato. E giunge,

ora, per rimanere, in questi versi.

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Costantinos Kavafis – Sulle scale

Costantinos Kavafis

Sulle scale
Mentre scendevo l’ignobile scala,
tu entrasti dalla porta e per un istante
vidi il tuo volto sconosciuto e tu vedesti me.
Subito mi nascosi per non farmi vedere di nuovo e tu
passasti rapido nascondendo il volto
e ti infilasti nell’ignobile casa
dove non avresti trovato il piacere,
così come non l’avevo trovato io.
Eppure l’amore che volevi io l’avevo da darti,
l’amore che volevo – me l’hanno detto i tuoi occhi
stanchi e ambigui – tu l’avevi da darmi.
I nostri corpi si avvertirono e si cercarono,
il sangue e la pelle intuirono.
Ma noi, turbati, ci eclissammo.

Costantinos Kavafis – Il sole del pomeriggio

Costantinos Kavafis
Il sole del pomeriggio
Questa camera, come la conosco!

Questa e l’altra, contigua, sono affittate, adesso,
a uffici commerciali. Tutta la casa, uffici
di sensali e mercanti, e Società.
Oh, quanto è familiare, questa camera!

*
Qui, vicino alla porta,

c’era il divano: un tappeto turco davanti,
e accanto lo scaffale con due vasi gialli.
A destra… no, di fronte… un grande armadio a specchio.
In mezzo il tavolo dove scriveva;
e le tre grandi seggiole di paglia.
Di fianco alla finestra c’era il letto,
dove ci siamo tante volte amati.

*
Poveri oggetti, ci saranno ancora, chissà dove!
Di fianco alla finestra c’era il letto.

E lo lambiva il sole del pomeriggio fino alla metà.

…Pomeriggio, le quattro: c’eravamo separati

per una settimana… Ahimè,
la settimana è divenuta eterna.

Costantinos Kavafis – Itaca

Costantinos Kavafis
Itaca
Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

*
Devi augurarti che la strada sia lunga.

Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti

*
Sempre devi avere in mente Itaca –

raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

*
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

(1911)

Costantinos Kavafis. – Una notte

Costantinos Kavafis.
Una notte

Era volgare e squallida la stanza,
nascosta sull’equivoca taverna.
Dalla finestra si scorgeva il vicolo,
angusto e lercio. Di là sotto voci
salivano, frastuono d’operai
che giocavano a carte: erano allegri.
E là, sul vile, miserabile giaciglio,
ebbi il corpo d’amore, ebbi la bocca
voluttuosa, la rosata bocca
ditale ebbrezza, ch’io mi sento ancora,
mentre che scrivo (dopo sì gran tempo!),
nella casa solinga inebriare.

Kavafis – La città

Kavafis

La città

Hai detto: "Andrò per altra terra ed altro mare.

Una città migliore di questa ci sarà.

Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua

giace sepolto, come un morto, il cuore.

E fino a quando, in questo desolato languore?

Dove mi volgo, dove l’occhio giro,

macerie nere della vita miro,

ch’io non seppi, per anni, che perdere e schiantare".

*

Né terre nuove troverai, né nuovi mari.

Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:

le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,

ti farai bianco nelle stesse mura.

Perenne approdo, questa città. Per la ventura

nave non c’è né via — speranza vana!

La vita che schiantasti in questa tana

breve, in tutta la terra l’hai persa, in tutti i mari.

Seferis – L’ultimo giorno

Seferis

L’ultimo giorno

La giornata era fosca. Nessuno prendeva decisioni.
Soffiava un vento lieve: «Non è greco, è scirocco» disse qualcuno.
Qualche cipresso magro inchiodato al declivio e il mare grigio,
con lagune di luce, laggiù.
I soldati presentavano le armi quando venne una pioggia fina fina.
«Non è greco, è scirocco»: l’unica decisione che si udì.
Pure, lo sapevamo che l’indomani non avremmo avuto
più nulla, né la donna che beve al nostro fianco il sonno,
né la memoria d’essere stati uomini, una volta,
più nulla, l’indomani. «Questo vento dà l’idea di primavera» mi diceva l’amica
camminandomi a fianco e guardando lontano
«di quella primavera calò improvvisa
d’inverno presso il mare chiuso.
Tanto inattesa. Tanti anni passati. Come
morremo?» Girava una marcia funebre nella pioggia sottile.
Come muore un uomo? Strano, nessuno ci ha pensato.
E per chi ci ha pensato è stata come una reminescenza
di certe vecchie cronache
del tempo dei crociati o della naumachia di Salamina.
Pure la morte è una cosa che succede: come muore un uomo?

Pure la morte ognuno la guadagna, la sua morte che
non è di nessun altro:
questo gioco è la vita.
Declinava la luce sulla giornata fosca. Nessuno
prendeva decisioni.
E l’indomani non avremmo avuto più nulla: una totale
resa; neppure più le nostre mani;
le nostre donne schiave di stranieri alle fontane
e i nostri figli nelle latomie.
Camminandomi a fianco cantava l’amica una canzone mutilata:
«La primavera, e poi l’estate, schiavi…»
Venivano alla mente vecchi maestri che
ci lasciarono orfani.
Una coppia passò chiaccherando:
«La sera m’ha stufato, andiamo a casa,
andiamo a casa a accendere la luce».

Atene, febbraio 1939