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Carlo Betocchi – Ora ad altre speranze

Carlo Betocchi
Ora ad altre speranze

Ora ad altre speranze ecco si leva
non veduta la luna
e il cieco sguardo mio di cruna in cruna
delle finestre mena

come a spente farfalle,
ed alle assurde mura
trasumanate come aperta valle
da un riflesso di luna.

E le attese e gli eventi
nell’alzato mio volto errano un poco
sostando e dubitando eguali al fioco
sospirare dei venti,

e in me è tutt’uno
l’animo e questo moto, incerto e bruno
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Giuseppe Giusti – A Radeschi

Giuseppe Giusti

A Radeschi

 

 

Oh mio Poerio!

O dolce amico!

Appena il veneto

leone antico

ruppe i silenzi

del curvo lito,

ti crebbe l’animo

del suo ruggito.

Non ti ritennero

le forze affrante,

i lieti studi,

la madre amante.

Là per la patria

lasciasti l’ossa,

e doppio lauro

t’ornò la fossa.

Della vittoria

le nostre genti

quel dì mandarono

inni e lamenti;

quel dì sull’Adria

calossi a volo

di santi spiriti

giovine stuolo;

di santi spiriti,

che mesto e lieto,

cadendo, fecero

Arno e Sebeto,

quando l’attonito

spettro d’Armino

riscosse il fulmine

del ciel latino.

In man recavano

l’eterna fronde

colta del Mincio

là sulle sponde;

e circuivano

l’amato letto,

e ti baciavano

la fronte e il petto;

e sciolta l’anima

dal corpo anelo,

teco ripresero

la via del cielo.

Oh! se l’esempio

non cada indarno;

se un giorno il Tevere

la Dora e l’Arno,

e l’onde sicule,

in sé rubelle,

concordi uniscano

l’onde sorelle!

Ecco la collera

di Dio discende:

vecchio, riscuotiti,

leva le tende!

Fuggi, t’incalzano

cavalli e fanti:

via dall’Italia,

ladroni erranti!

Chi sa? nell’ultima

ora pentito,

quando il presagio

dell’infinito

balena all’anima

sgomenta e sola,

che al suo principio

nuda rivola;

forse una lacrima

sui nostri guai,

feroce vecchio,

versar dovrai.

Avrai, carnefice,

la morte allato,

di tante vittime

più sconsolato.

Giuseppe Giusti – La terra dei morti

Giuseppe Giusti

La terra dei morti
A G.C.

A noi, larve d’Italia,
mummie dalla matrice,
è becchino la balia,
anzi la levatrice;
con noi sciupa il priore
l’acqua battesimale,
e quando si rimuore
ci ruba il funerale.
Eccoci qui confitti
coll’effigie d’Adamo;
si par di carne, e siamo
costole e stinchi ritti.
O anime ingannate,
che ci fate quassù?
Rassegnatevi, andate
nel numero dei più.
Ah d’una gente morta
non si giova la storia!
Di libertà, di gloria,
scheletri, che v’importa?
A che serve un’esequie
di ghirlande o di torsi?
Brontoliamoci un requie
senza tanti discorsi.
Ecco, su tutti i punti
della tomba funesta
vagar di testa in testa
ai miseri defunti
il pensiero abbrunato
d’un panno mortuario.
L’artistico, il togato,
il regno letterario
è tutto una morìa.
Niccolini è spedito,
Manzoni è seppellito
co’ morti in libreria.
E tu giunto a compieta,
Lorenzo, come mai
infondi nella creta
la vita che non hai?
Cos’era Romagnosi?
Un’ombra che pensava,
e i vivi sgomentava
dagli eterni riposi.
Per morto era una cima,
ma per vivo era corto;
difatto, dopo morto
è più vivo di prima.
Dei morti nuovi e vecchi
l’eredità giacenti
arricchiron parecchi
in terra di viventi;
campando in buona fede
sull’asse ereditario,
lo scrupoloso erede
ci fa l’anniversario.
Con che forza si campa
in quelle parti là!
La gran vitalità
si vede dalla stampa.
Scrivi, scrivi e riscrivi,
que’ Geni moriranno
dodici volte l’anno,
e son lì sempre vivi.
O voi, genti piovute
di là dai vivi, dite,
con che faccia venite
tra i morti per salute?
Sentite, o prima o poi
quest’aria vi fa male,
quest’aria anco per voi
è un’aria sepolcrale.
O frati soprastanti,
o birri inquisitori,
posate di censori
le forbici ignoranti.
Proprio de’ morti, o ciuchi,
è il ben dell’intelletto:
perché volerci eunuchi
anco nel cataletto?
Perché ci stanno addosso
selve di baionette
e s’ungono a quest’osso
le nordiche basette?
Come! guardate i morti
con tanta gelosia?
Studiate anatomia,
che il diavolo vi porti.
Ma il libro di natura
ha l’entrata e l’uscita;
tocca a loro la vita
e a noi la sepoltura.
E poi, se lo domandi,
assai siamo campati:
Gino, eravamo grandi,
e là non eran nati.
O mura cittadine,
sepolcri maestosi,
fin le vostre ruine
sono un’apoteosi.
Cancella anco la fossa,
o barbaro inquïeto,
ché temerarie l’ossa
scuotono il sepolcreto.
Veglia sul monumento,
perpetuo lume, il sole,
e fa da torcia a vento:
le rose, le vïole,
i pampani, gli olivi,
son simboli di pianto:
oh che bel camposanto
da fare invidia ai vivi!
Cadaveri, alle corte,
lasciamoli cantare,
e vediam questa morte
dov’anderà a cascare.
Tra i salmi dell’Uffizio
c’è anco il Dies irae:
o che non ha a venire
il giorno del Giudizio?

Giorgio Caproni – Foglie

Giorgio Caproni

Foglie

Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.

Rocco Scotellaro – Ti rubarono a noi come una spiga

Rocco Scotellaro

Ti rubarono a noi come una spiga

Vide la morte con gli occhi e disse:
non mi lasciate morire
con la testa sull’argine
della rotabile bianca.
Non passano che corriere
veloci e traini lenti
ed autocarri pieni di carbone.
Non mi lasciate con la testa
sull’argine recisa da una falce.
Non lasciatemi la notte
con una coperta sugli occhi
tra due carabinieri
che montano di guardia.
Non so chi m’ha ucciso
portatemi a casa,
i contadini come me
si ritirano in fila nelle squadre
portatemi sul letto
dov’è morta mia madre.
O mettetevi qui attorno a ballare
e succhiate una goccia del mio sangue
di me vi farà dimenticare.
Lungo è aspettare l’aurora e la legge
domani anche il gregge
fuggirà questo pascolo bagnato.
E la mia testa la vedrete, un sasso
rotolare nelle notti
per la cinta delle macchie.
Così la morte ci fa nemici!
Così una falce taglia netto!
(Che male vi ho fatto?)
Ci faremo scambievole paura.
Nel tempo che il grano matura
al ronzare di questi rami
avremmo cantato, amici, insieme.
E il vecchio mio padre
non si taglierà le vene
a mietere da solo
i campi di avena?

Salvatore Di Giacomo – Marechiare

Salvatore Di GiacomoMarechiare
Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fanno a l’ammore…
se revotano ll’onne de lu mare:
pe la priézza cagneno culore,
quanno sponta la luna a Marechiare.
A Marechiare nce sta ‘na fenesta:
la passiona mia nce tuzzulea…
nu carofano addora ‘int’a na testa,
passa l’acqua pe’ sotto e murmuléa…
a  Marechiaro nce sta na fenesta.
Chi dice ca li stelle so’ lucente,
nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte!
sti doje stelle li ssaccio io sulamente:
dint’a lu core ne tengo li pónte…
Chi dice ca li stelle só’ lucente?
Scétate, Carulíì, ca l’aria è doce…
quanno maje tantu tiempo aggio aspettato?
P’accumpagná li suone cu la voce,
stasera na chitarra aggio portato…
Scetate, Carulí’, ca ll’aria è doce!…

Rocco Scotellaro – Sera lontana

Rocco Scotellaro
Sera lontana

Batte già il mulo il ferro sopra il ciotolo
mentre si assestano i guanciali
nelle bisaccie. Si parte così
nel Sud per le campagne la mattina,
per la stazione rossa sull’arena
del fiume, ogni anno mi parto anch’io.
Io non so se posso per il mondo
tenere il pugno chiuso nell’attesa
di sgranarlo nel gioco della morra,
di tracannare oltre il desiderio
e sentire la lama del coltello
più calda della fetta rovesciata
sul tavolo a bocconi dei compagni.
Di certo non potrò sentire i canti
le nenie della mamma e le assonnate
tiritere con zampogna e tamburino.
E…La stazione non e già montagna.
Tu non risali sull’imbrunire
con frutti acerbi, paglia e fiasco vuoto
non rivedi le quattro luci a segno
di tutto il lungo borgo addormentato.
Han perduto sapore, spaesato
le tue parole. La tua terra, cara
terra, che lì questa notte respira
con grilli ridestati e le stelle,
passa qui per un inutile inferno.
Tricarico, settembre 1946