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Salvatore Di Giacomo – Vurria…

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Salvatore Di Giacomo

Vurria…

Vurria c’ uno, ’int’ o suonno, me pugnesse
Cu n’ aco mmelenato:
doce doce accussì mme ne muresse,
senz’ essere scetato,
senza sentì e vedé…
Ma…nn’ ’o vurria sapé…
*
Nu miedico vurria ca mme dicesse:
“Tu staie buono malato!”
E ca pe mmedicina acqua mme desse,
e sanato, e ngannato
io vurria rummané…
Ma…nn’ ’o vurria sapé.
*
Vurria c’a n’ato mo te truvasse,
a n’ ato nnammurato:
ca felice e cuntenta tu campasse,
e d’ ’o tiempo passato
te scurdasse, e de me…
Ma…nn’ ’o vurria sapé!
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Francesco Berni – [Voto di Papa Clemente VII]

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Francesco Berni

[Voto di Papa Clemente VII]

[Marzo 1529]
Quest’è un voto che papa Clemente
a questa Nostra Donna’ ha sodisfatto.
Perché di man d’otto medici un tratto
lo liberò miracolosamente
Il pover’uom non aveva niente;
e se l’aveva, non l’aveva affatto;
questi sciaurati avevan tanto fatto,
che l’amazzavan resolutamente.
Al fin Dio l’aiutò, che la fu intesa;
e detton la sentenzia gli orinali,
che ‘1 papa aveva avut’un po’ di scesa.
E la vescica fu de’ cardinali,
che per venir a riformar la chiesa
s’avevan già calzati gli stivali.
Voi, maestri cotali,
medici da guarir tigna e tinconi,
sète un branco di ladri e di castroni.

Giuseppe Ungaretti – Defunti su montagne

Giuseppe Ungaretti

Defunti su montagne

Poche cose mi restano visibili
E, per sempre, l’aprile
Trascinante la nuvola insolubile,
Ma d’improvviso splendido:
Pallore, al Colosseo
Su estremi fumi emerso,
Col precipizio alle orbite
D’un azzurro che sorte più non eccita
Né turba.
*
Come nelle distanze
Le apparizioni incerte trascorrenti
Il chiarore impegnando
A limiti d’inganni,
Da pochi passi apparsi
I passanti alla base di quel muro
Perdevano statura
Dilatando il deserto dell’altezza,
E la sorpresa se, ombre, parlavano.
*
Agli echi fondi’ attento
Dello strano tamburo,
A quale ansia suprema rispondevo
Di volontà, bruciante
Quanto appariva esausta?
Non, da remoti eventi sobbalzando,
M’allettavano, ancora familiari
Nel ricordo, i pensieri dell’orgoglio:
Non era nostalgia, né delirio;
Non invidia di quiete inalterabile.
*
Allora fu che, entrato in San Clemente,
Dalla crocefissione di Masaccio
M’accolsero, d’un alito staccati
Mentre l’equestre rabbia
Convertita giù in roccia ammutoliva,
Desti dietro il biancore
Delle tombe abolite,
Defunti, su montagne
Sbocciate lievi da leggere nuvole.
*
Da pertinaci fumi risalito
Fu allora che intravvidi
Perché m’accende ancora la speranza.

Rocco Scotellaro – Io non bramo

Rocco Scotellaro
Io non bramo

Io non bramo una sera
nel vivaio delle stradicciuole
che porti una fanciulla,
e non piango depresso
la solitudine del riquadro
che si vede rigato d’alberi,
dove lunghe processioni
e variopinte confraternite
approdano con l’incubo
delle campane.
Or sono i tetti ispessiti di neve
e i monti nel fazzoletto di mamma,
e capre nelle stalle
attingono balle di fieno,
e passi s’ingolfano
nell’eterno mattino
e l’ora non oscura.

1943

Giacomo Trinci – Da «Autobiografia di un burattino. Pinocchio in versi» – Canto IV

Giacomo Trinci

Da «Autobiografia di un burattino. Pinocchio in versi»

Canto  IV

La vita per Pinocchio è tutta salti
adesso, e corse, e campi, e verde mondo;
e non vedeva intorno che gli smalti

dei muri vecchi da saltare a fondo,
e i fossi, e i pruni tenerini e vivi,
e i greppi altissimi, che nel giocondo

tornado superava, là oltre i rivi.
Salta salta la vita, arrivi sempre
a casa, e dopo aver percorso privi

di peso campi e fossi torna sempre
la forza delle cose a farti suo.
Pinocchio spinge l’uscio come sempre,

entra e si butta in terra, e il fiato suo
rimbomba nella stanza ormai deserta;
mai dalla contentezza il fuoco tuo

hai sospirato, come quando certa
d’averla fatta in barba è la tua gioia;
che pure durò poco, perché esperta

di un’uggiosa pena, a furor di noia,
stanca e vecchia una voce di lontano
colpì del burattino il fil di gioia.

Monotona e sottile, piano piano,
sembra lo scricchiolare di una sedia,
se qui sedia vi fosse, e non un vano

arrampicare di fastosa inedia
per muri marci, trucioli, e corbelli;
– Crì-crì-crì! – come una stessa commedia,

sera qualcuno sui puntelli
recitava a se stesso, ed or Pinocchio
si voltò impaurito verso gli appelli strani:

– Chi è che mi chiama? -  Son io! –
e un grosso grillo vide sulla crosta
del muro salir lento, acceso l’occhio

stanco come una lanterna indisposta
alla luce, ma chiara: – Sono il grillo
parlante a vuoto, e tengo qui nascosta

la coscienza dei morti, ogni cavillo
abbandonato e vivo da mill’anni. –
– Ora vorrai farmi dormir tranquillo! –

disse Pinocchio già dentro gli affanni;
– Questa stanza è la mia. Vattene dunque! –
– Per quanto sappia già che tu mi scanni –

disse il Grillo lontano – sappi dunque
l’acuto denso vero che è qui posto
e che ti metto avanti: da chiunque

sarai spinto a perdonarti, scomposto
di ragione ogni elemento, non avrai
che l’amaro, e il dolore ben disposto –

ai peccati del mondo! – Pinocchio mai
si era sentito cosi offeso in pieno,
e disse al Grillo: – Pensa un po’ ai tuoi guai!

Io voglio i miei mattini, l’alba, il fieno
di ogni giorno, sregolarmi nei sensi,
partir da qui per sempre, dal terreno

piagato dal dovere, dai melensi
frutti delle scuole, perché mia scuola
è il vento, l’aria che mi porta ai densi

giochi delle farfalle; e la tua gola
secchi dell’aspro succo di tue note.
Il Grillo prese luce dalla stuoia

di sciocchezze che giravan le ruote
mentali di Pinocchio, e disse allora:
– Povero grullo! Queste son carote

per tenerti ben schiavo, sotto prora
ad ogni padrone, come un somaro. –
– T’ammazzo, Grillo! – gli gridava ancora

il burattino duro, e dentro il chiaro
lumeggiare del grillo si affannava
la morte e la saggezza, come un riparo

estremo: – Puoi trovar dentro la cava
di un mestiere, l’onore o il disonore,
fa lo stesso se catena t’inchiava. –

Pinocchio disse: – Schiava del sudore
non sarà la mia vita, ma soltanto
del mangiar, del dormire e dell’ amore. –

Dalla sua morte il Grillo n’ebbe un pianto:
– Ho pena assai per te, ché sei già vinto!-
Il burattino sente l’arma intanto

che gli monta da dentro il corpo finto:
– Bada, t’ammazzo! – e già con il martello
spiaccicata ha la testa sullo stinto

Cesare Pavese – Gente che non capisce

Cesare Pavese

Gente che non capisce

Sotto gli alberi della stazione si accendono i lumi.
Gella sa che a quest’ora sua madre ritorna dai prati
col grembiale rigonfio. In attesa del treno,
Gella guarda tra il verde e sorride al pensiero
di fermarsi anche lei, tra i fanali, a raccogliere l’erba.

Gella sa che sua madre da giovane è stata in città
una volta: lei tutte le sere col buio ne parte
e sul treno ricorda vetrine specchianti
e persone che passano e non guardano in faccia.
La città di sua madre è un cortile rinchiuso
tra muraglie, e la gente s’affaccia ai balconi.
Gella torna ogni sera con gli occhi distratti
di colori e di voglie, e spaziando dal treno
pensa, al ritmo monotono, netti profili di vie
tra le luci, e colline percorse di viali e di vita
e gaiezze di giovani, schietti nel passo e nel riso padrone.

Gella è stufa di andare e venire, e tornare la sera
e non vivere né tra le case né in mezzo alle vigne.
La città la vorrebbe su quelle colline,
luminosa, segreta, e non muoversi più.
Così, è troppo diversa. Alla sera ritrova
i fratelli che tornano scalzi da qualche fatica,
e la madre abbronzata, e si parla di terre
e lei siede in silenzio. Ma ancora ricorda
che, bambina, tornava anche lei col suo fascio dell’erba:
solamente, quelli erano giochi. E la madre che suda
a raccogliere l’erba, perché da trent’anni
l’ha raccolta ogni sera, potrebbe una volta
ben restarsene in casa. Nessuno la cerca.

Anche Gella vorrebbe restarsene sola, nei prati,
ma raggiungere i più solitari, e magari nei boschi.
E aspettare la sera e sporcarsi nell’erba
e magari nel fango e mai più ritornare in città.
Non far nulla, perché non c’è nulla che serva a nessuno.
Come fanno le capre strappare soltanto le foglie più verdi
e impregnarsi i capelli, sudati e bruciati,
di rugiada notturna. Indurirsi le carni
e annerirle e strapparsi le vesti, così che in città
non la vogliano più. Gella è stufa di andare e venire
e sorride al pensiero di entrare in città
sfigurata e scomposta. Finché le colline e le vigne
non saranno scomparse, e potrà passeggiare
per i viali, dov’erano i prati, le sere, ridendo,
Gella avrà queste voglie, guardando dal treno.

Trilussa – La libberta de pensiero

Trilussa
La libberta de pensiero
Un Gatto bianco, ch’era presidente
der circolo der Libbero Pensiero,
sentì che un Gatto nero,
Libbero pensatore come lui,
je faceva la critica
riguardo a la politica
ch’era contraria a li principi sui.
Giacché nun badi a li fattacci tui,
je disse er Gatto bianco inviperito

rassegnerai le propie dimissione
e uscirai da le file der partito:
ché qui la pói pensà libberamente
come te pare a te, ma a condizzione
che t’associ a l’idee der presidente
e a le proposte de la commissione!
È vero, ho torto, ho aggiro malamente… —
rispose er Gatto nero.
E pe’ restà ner Libbero Pensiero
da quela vorta nun pensò più gnente.