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Mario Masini – Quando piangono gli angeli

Mario Masini
Quando piangono gli angeli
versi dei poeti sono lacrime
d’angelo
Quando piangono gli angeli,papaveri rossi
in un campo di grano
sfioriscono.
Quando gli angeli piangono,
gli uccelli non cantano,
…non volano più.
Quando piangono gli angeli,
quando piangono gli angeli,
la pioggia che cade
non netta le macchie
di sangue virile
fiorite sul suolo.
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Giuseppe Ungaretti – Nelle vene

Giuseppe Ungaretti
Nelle vene

Nelle vene già quasi vuote tombe
L’ancora galoppante brama,
Nelle mie ossa che si gelano il sasso,
Nell’anima il rimpianto sordo,
L’indomabile nequizia, dissolvi;
*
Dal rimorso, latrato sterminato,
Nel buio inenarrabile
Terribile clausura,
Riscattami, e le tue ciglia pietose
Dal lungo tuo sonno, sommuovi;
*
Il roseo improvviso tuo segno,
Genitrice mente, risalga
E’ riprenda a sorprendermi;
Insperata risùscitati,
Misura incredibile, pace;
*
Fa, nel librato paesaggio, ch’io possa
Risillabare le parole ingenue.

Giuseppe Giusti – A DANTE

 

Giuseppe Giusti

 

A DANTE
 

 

Allor che ti cacciò la parte Nera
coll’inganno d’un Papa e d’un Francese,
per giunta al duro esiglio, il tuo paese
ti diè d’anima ladra e barattiera:
e ciò perché la mente alta e severa
con Giuda a patteggiar non condiscese:
così le colpe sue torce in offese
chi ripara di Giuda alla bandiera.
E vili adesso e traditori ed empi
ci chiaman gli empi i vili i traditori,
ruttando sé devoti ai vecchi esempi.
Ma tu consoli noi, tanto minori
a te d’affanni e di liberi tempi,
di cuor, d’ingegno, e di persecutori.

Giuseppe Giusti – LE MEMORIE DI PISA

Giuseppe Giusti

LE MEMORIE DI PISA
Sempre nell’anima
mi sta quel giorno,
che con un nuvolo
d’amici intorno,
d’«Eccellentissimo»
comprai divisa,
e malinconico
lasciai di Pisa
la baraonda
tanto gioconda.
Entrai nell’Ussero
stanco affollato;
e a venti l’ultimo
caffè pagato,
saldai sei paoli
d’un vecchio conto;
e poi sul trespolo
lì fuori pronto,
partii col muso
basso e confuso.
Quattro anni in libera
gioia volati
col senno ingenito
agli scapati!
Sepolti i soliti
libri in un canto,
s’apre, si cómpita,
e piace tanto,
di prima uscita
quel della vita!
Bevi lo scibile
tomo per tomo,
sarai chiarissimo
senz’esser uomo.
Se in casa eserciti
soltanto il passo,
quand’esci, sdruccioli
sul primo sasso.
Dal fare al dire
oh! v’è che ire!
Scusate: io venero,
se ci s’impara,
tanto la cattedra
che la bambara:
se fa conoscere
le vie del mondo,
oh buono un briciolo
di vagabondo,
oh che sapienza
la negligenza!
E poi quell’abito
róso e scucito;
quel tu alla quacchera
di primo acchito!
virtù di vergine
labbro in quegli anni,
che poi, stuprandosi
co’ disinganni,
mentisce armato
d’un lei gelato!
In questo secolo
vano e banchiere
che più dell’essere
conta il parere,
quel gusto cinico
che avea ciascuno
di farsi povero,
trito e digiuno
senza vergogna,
chi se lo sogna?
O giorni, o placide
sere sfumate
in risa, in celie
continuate!
Che pro, che gioia
reca una vita
d’epoca in epoca
non mai mentita!
Sempre i cervelli
come i capelli!
Spesso di un Socrate
adolescente
n’esce un decrepito
birba o demente:
da sano, è ascetico;
coi romatismi,
pretende a satiro;
che anacronismi!
Dal farle tardi
Cristo ti guardi.
Ceda lo studio
all’allegria
come alla pratica
la teoria;
o al più s’alternino
libri e mattie,
senza le stupide
vigliaccherie
di certi duri
chiotti e figuri.
Col capo in cembali,
chi pensa al modo
di farsi credito
col grugno sodo?
Via dalle viscere
l’avaro scirro
di vender l’anima,
di darsi al birro,
di far la robba
a suon di gobba.
Ma il punch, il sigaro,
qualche altro sfogo;
uno sproposito
a tempo e luogo;
beccarsi in quindici
giorni l’esame
in barba all’ebete
servitorame
degli sgobboni
ciuchi e birboni;
ecco, o purissimi,
le colpe i fasti,
dei messi all’Indice
per capi guasti.
La scapataggine
è un gran criterio,
quando una maschera
di bimbo serio
pianta gli scaltri
sul collo agli altri.
Quanta letizia
ravviva in mente
quella marmorea
torre pendente,
se rivedendola
molt’anni appresso,
puoi compiacendoti
dire a te stesso:
«Non ho piegato
né pencolato!»
Tali che vissero
fuor del bagordo,
e che ci tesero
l’orecchio ingordo,
quando, burlandoci
dei due Diritti,
senza riflettere
punto ai Rescritti,
cantammo i cori
de’ tre colori;
adesso sbraciano
gonfi e riunti,
ma in bieca e itterica
vita defunti.
E noi (che discoli
senza giudizio!)
siam qui tra i reprobi
fuor di servizio,
sempre sereni
e capi ameni.
A quelli il popolo,
che teme un morso,
fa largo, e subito
muta discorso:
a noi repubblica
di lieto umore,
tutti spalancano
le braccia e il core:
a conti fatti,
beati i matti!

Attilio Bertolucci – Portami con te

Attilio Bertolucci

Portami con te

Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l’amore,

sono gli ultimi giorni dell’inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione

se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,

sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.

Francesco Berni – Sonetto del bacciliero

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Francesco Berni
Sonetto del bacciliero
Piangete, destri, il caso orrendo e fiero’,
piangete, cantarelli, e voi, pitali,
né tenghin gli occhi asciutti gli orinali,
ché rotto è ‘1 pentolin del baccilier
dimostra apertamente il vero
di giorno in giorno a gli occhi de’ mortali,
che por nostra speranza in cose frali
troppo nasconde el diritto sentiero.
Ecco, chi vide mai tal pentolino?
Destro, galante, leggiadretto e snello:
natura il sa, che n’ha perduta l’arte;
sallo la sera ancor, sallo il mattino,
che ‘1 vedevon tal or portar in parte
ove usa ogni famoso cantarello.

Giuseppe Giusti – Sonetti

Giuseppe Giusti
Sonetti

Signor mio, Signor mio, sento il dovere
Di ringraziarvi a fin di malattia,
per avermi lasciato tuttavia
alla vita al difficile mestiere.

Se sia la meglio’ andare o rimanere
Io non lo so, per non vi dir bugia;
Voi lo sapete bene, e così sia;
Accetto, vi ringrazio, e ci ho piacere.

Che se mi tocca a star qui confinato
Perchè il polmone non mi si raffreschi,
Ci sto tranquillo e ci sto rassegnato.

Io faccende non ho, non ho ripeschi,
Non son un Oste o un Ministro di Stato,
Che mi dispiaccia il non veder Tedeschi.