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Czestaw Milosz – Il senso

Czestaw Milosz

Il senso

– Quando morirò, vedrò la fodera del mondo.
L’altra parte, dietro l’uccello, il monte e il tramonto del sole.
Letture che richiamano il vero significato.
Ciò che non corrispondeva, corrisponderà.
Ciò che era incomprensibile, sarà compreso.
Ma se non c’è la fodera del mondo?
Se il tordo sul ramo non è affatto un indizio
Soltanto un tordo sul ramo, se il giorno e la notte
Si susseguono non curandosi del senso
E non c’è niente sulla terra, tranne questa terra?
Se così fosse, resterebbe tuttavia
La parola una volta destata da effimere labbra,
Che corre e corre, messo instancabile,
Verso campi interstellari, nel mulinello delle galassie

E protesta, chiama, grida.

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Czestaw Milosz . – Elegia

Czestaw Milosz

.

Elegia

Non con l’eterno oblio, non con la memoria o il chiasso
di città, non con la nebbia dei monti il mondo ti darà pace.
Finché dopo anni di lotte una croce oppure un masso,
ove un uccello come sui resti di Troia canterà fugace.
Amor, cibo, bevande ci seguono lungo la strada,
ma non verso di loro l’acuto sguardo è rivolto.
Le pesanti palpebre brucia la luce spietata
e sommesso il tempo avverte, prima di passar sul corpo.
Gentili animali fedeli, l’effimera gente
invano strappano le mani nell’estasi rapprese.
E da terra una voce si leva: ombra, nostro erede,
ti avremmo forse chiamato sì a lungo per niente?

(1935, Parigi)

Czestaw Milosz – A Jonathan Swift

 

Czestaw Milosz

 

A Jonathan Swift
A te mi rivolgo, o decano,
E i tuoi buoni consigli imploro.
Per un incontro così strano
Non mi ornerò di alcun decoro.
Vedo l’oceano verdeggiante
Sferzare gli scogli ben saldi,
Sopra dita di spuma bianche
Le isole come smeraldi.
Oltreirlanda il masso amaranto
E cangiante della torbiera,
Nelle case – del gufo il canto
Per l’umile pasto della sera.
Guizza la parrucca d’argento
E dalla penna una mappa scorre
Per l’arte e per l’insegnamento.
Mai stando all’idea che ricorre.
Nella mappa, in ciò ch’è tracciato,
La mia nave non s’è sperduta.
Brobdingnag ho visitato
Senza trascurare Laputa.
Degli Jahu ho visto la gente
Cui la propria merda è diletta,
Nel timor servile vivente
Progenie di spie maledetta.
In fasi affatto ineguali
La mia vita s’è frantumata ,
Nel cuore il sale dei fortunali
Ma ancor non è tutta svotata.
Dell’accecamento misterioso
Sugli occhi non ho messo le bende.
E un franco sdegno furioso
Irraggia il dover che mi attende.
Tu puoi indicarmi, o decano,
Come si crea quel fluido raro,
Come oltre all’inchiostro rimane
Un di più in fondo al calamaro.
Del tuo tempo svelami il volto,
Perché io non faccia una figura oscena
Come fa chi dell’uomo parla molto
E solo in sogno guaisce appena.
Il Principe dei suoi versetti
Si degna di volere adulatori
E piegano i loro culetti
I cortigiani Whigs e Tories.
Il Principe, o decano, sbaglia spesso
Pur se ragione e forza arreca.
Con un soffio dalla gloria verrà messo
Nell’inferno d’una cartoteca.
Il gufo, il tuo tetto scarno,
La notte che sparge la pioggia,
Duran più dei prìncipi di marmo
E d’ogni lusinghevole foggia.
Ancor oggi la tua voce detta:
La cosa umana non è ultimata.
Chi dice che la storia è perfetta
Muoia di morte disarmata.
Coraggio, o figlio. Tu guiderai
La buffa flotta sui mari agitati
E i falli degli stati-formicai
Saran dalle nubi lapidati.
Finché il cielo sarà e l’uomo
Per nuove città prepara uno scalo.
Oltre a questo non c’è perdono.
Cercherò di farlo, o mio decano.
(1947, Washington, D.C.)

Czestaw Milosz – Campo de fiori

Czestaw Milosz
Campo de fiori
A Roma in Campo de Fiori

Ceste di olive e limoni,

Selciato con spruzzi di vino

E con schegge di fiori.

Frutti rosati di mare

Ammassati sui banchi,

Bracciate d’uva nera

Sulle pesche vellutate.

Proprio su questa piazza

Fu arso Giordano Bruno,

Il boia accese il rogo

Fra il popolino curioso.

E appena il fuoco si spense,

La folla tornò a bere,

Ceste di olive e limoni

Sulle teste dei venditori.

Rammentai Campo de Fiori

A Varsavia presso la giostra,

Una chiara sera d’aprile,

Al suono d’una gaia orchestra.

La musica soffocava

Gli spari dal ghetto,

Volavano le coppie

Alte nel cielo terso.

A tratti il vento alle fiamme

Strappava neri aquiloni,

E la gente ridendo

La fuliggine afferrava.

Gonfiava le gonne alle ragazze

Quel vento dalle case in fiamme,

Scherzavano liete le folle

Nella domenica festosa.

Si dirà che la morale

E’ che a Varsavia o a Roma

La gente si diverte, ama

Incurante dei martiri sul rogo.

Oppure si vedrà la morale

Nella fugacità delle cose

Umane, nell’oblio che nasce

Prima ancora che il fuoco cessi.

Io invece pensavo allora

A quelli che muoiono soli,

Pensavo che quando Giordano

Salì su quel patibolo,

Non trovò nella lingua umana

Nemmeno una parola

Per dire addio all’umanità,

L’umanità che restava.

Già correvano a ubriacarsi,

A smerciare bianche asterie,

Ceste di olive e limoni

Recavan nel gaio brusìo.

E lui era già distante,

quasi fossero secoli,

La sua scomparsa nel fuoco

Essi attesero appena.

Di questi morenti, soli,

Già obliati dal mondo,

Anche la lingua ci è estranea,

Come lingua d’antico pianeta.

Finché tutto sarà leggenda

E allora dopo tanti anni

Nel nuovo Campo de Fiori

Un poeta accenderà la rivolta.

(1943, Varsavia)

Czestaw Milosz – Il popolo

Czestaw Milosz

Il popolo
Il più puro dei popoli quando li giudica il bagliore dei lampi,

E’ spensierato e scaltro nell’ardua quotidianità,

Senza pietà per le vedove e gli orfani, senza pietà per i vecchi,

Ruba di mano a un bimbo una crosta di pane.

Sacrifica la vita per attirar sui nemici l’ira dei cieli

E col pianto degli orfani e delle donne li sconfigge.

Il potere affida a gente con occhi da mercante di gioielli,

Offre onori a gente con l’anima d’un gestore di bordelli.

I suoi migliori figli resteranno sconosciuti,

Appariranno una volta sola per morir sulle barricate.

Le amare lacrime di questo popolo tagliano il canto a metà,

E quando a un tratto il canto tace, si gridano facezie.

Negli angoli delle stanze l’ombra si ferma additando il cuore,

Dietro la finestra ulula un cane a un invisibile pianeta.

Popolo grande e invincibile, popolo beffardo,

Che riconosce la verità senza parlarne.

Bivacca nei mercati, tratta con le burle,

Smercia vecchie maniglie rubate nelle rovine.

Popolo coi berretti gualciti, con tutti i beni in un fagotto,

Che cerca dimore ad occidente e nel meridione.

Non ha città né monumenti, né scultura, né pittura,

Trasmette di bocca in bocca solo la voce e i presagi dei poeti.

L’uomo di questo popolo, chino sulla cuna del figlio,

Ripete parole di speranza, sempre tuttora vane.

(1945, Cracovia)

Czesław Miłosz – Il giorno della fine del mondo

Czesław Miłosz
Il giorno della fine del mondo

Il giorno della fine del mondo
L’ape gira sul fiore del nasturzio,
Il pescatore ripara la rete luccicante.
Nel mare saltano allegri delfini,
Giovani passeri si appoggiano alle grondaie
E il serpente ha la pelle dorata che ci si aspetta.

Il giorno della fine del mondo
Le donne vanno per i campi sotto l’ombrello,
L’ubriaco si addormenta sul ciglio dell’aiuola,
I fruttivendoli gridano in strada
E la barca dalla vela gialla si accosta all’isola,
Il suono del violino si prolunga nell’aria
E disserra la notte stellata.

E chi si aspettava folgori e lampi,
Rimane deluso.
E chi si aspettava segni e trombe di arcangeli,
Non crede che già stia avvenendo.
Finché il sole e la luna sono su in alto,
Finché il calabrone visita la rosa,
Finché nascono rosei bambini,
Nessuno crede che già stia avvenendo.

Solo un vecchietto canuto, che sarebbe un profeta,
Ma profeta non è, perché ha altro da fare,
Dice legando i pomodori:
Non ci sarà altra fine del mondo,
Non ci sarà altra fine del mondo.

Czestaw Milosz – Salda notte…

Czestaw Milosz

Salda notte…

Salda notte. Non sfiorerà il tuo volto
né fuoco di labbra, né ombra furtiva.
Nelle tenebre del sogno t’ascolto
e splendi così, come giorno che arriva.

Tu sei la notte. E amandoti la mia mente
ha previsto il destino e i futuri lutti.
Fuggi il volgo, e la gloria verrà rasente
e annegherà la musica nei flutti.

Forti son gli ostili, e il mondo è troppo stretto
e tu, o amata, fedele gli resti.
Di sambuco sull’acqua un rametto,
spinto dal vento da ignote foreste.

C’è tanto senno, e non femminea clemenza
nelle tue fragili mani, o Peritura.
Sulla fronte lo splendore della scienza:
luna nascosta, non ancora matura.

(1934)