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SAMIR AL-QASIM (Giordania, 1939) Lettera di un morto in esilio

SAMIR AL-QASIM
(Giordania, 1939)
Lettera di un morto in esilio
Un giorno mi sorpresero:
spinsero via la madre e la sorella
mi arrestarono.
*
Erano quali statue di polvere,
dei visi che han perduto la luce degli occhi,
quando vennero all’improvviso
mi arrestarono.
*
Mio padre era allora lì a pregare
il Signore della terra:
pregava nel podere da noi ereditato dai nonni
quando vennero all’improvviso e mi arrestarono.
*
Mi portarono lontano
mi buttarono nel buio di un carcere dove m’incoronarono di spine.
Ciò malgrado, la mia fronte rimase alta.
*
Sul fango e sui fili spinati
mi trascinarono tutta la notte;
Ciò malgrado la mia fronte rimase alta.
*
Sfregarono con sabbia e con sale le mie ferite
in un angolo odioso mi scalciarono.
Le loro scarpe nere erano estranee:
erano dei resti dei maledetti schutztaffel dei Nazisti (di Bonn)…

Diventai un giardino di ferite

Bertold Brecht – Lettera al drammaturgo Odets

Bertold Brecht

Lettera al drammaturgo Odets

Compagno, nel tuo dramma Paradise Lost mostri t

Che le famiglie degli sfruttatori

vanno in rovina.

Come sarebbe?

forse le famiglie degli sfruttatori

vanno in rovina. E se non fosse così?

Non sfruttano più, se vanno in malora, o

Ci riesce meno gravoso l’essere sfruttati,

se non sono in malora? L’affamato deve seguitare

ad avere fame, se chi gli toglie il pane

è1 , un uomo sano?

O vuoi dirci che i nostri oppressori

sono già fiaccati? Dobbiamo

posare le nostre mani in grembo?

Così quali li dipin­geva

il nostro imbianchino, compagno, e tempo una notte

ci toccò sentire la forza dei nostri oppressori in sfacelo.

O magari senti pietà per loro? E noi,

mentre vediamo le cimici sloggiare,

dovremmo versare lacrime?

Tu, compagno, che hai mostrato pietà per l’uomo

che non ha da mangiare, adesso hai pietà

di chi si è abboffato?

SAMIR AL-QASIM (Giordania, 1939) Lettera di un morto in esilio

SAMIR AL-QASIM
(Giordania, 1939)
Lettera di un morto in esilio
Un giorno mi sorpresero:
spinsero via la madre e la sorella
mi arrestarono.
*
Erano quali statue di polvere,
dei visi che han perduto la luce degli occhi,
quando vennero all’improvviso
mi arrestarono.
*
Mio padre era allora lì a pregare
il Signore della terra:
pregava nel podere da noi ereditato dai nonni
quando vennero all’improvviso e mi arrestarono.
*
Mi portarono lontano
mi buttarono nel buio di un carcere dove m’incoronarono di spine.
Ciò malgrado, la mia fronte rimase alta.
*
Sul fango e sui fili spinati
mi trascinarono tutta la notte;
Ciò malgrado la mia fronte rimase alta.
*
Sfregarono con sabbia e con sale le mie ferite
in un angolo odioso mi scalciarono.
Le loro scarpe nere erano estranee:
erano dei resti dei maledetti schutztaffel dei Nazisti (di Bonn)…



Diventai un giardino di ferite

Devisio Deli – Lettera per un cuore amato da 8 anni

Devisio Deli
Lettera per un cuore amato da 8 anni
Scritta in zona di operazione Fine 1940

 

Questa, precisa Delfi, fu scritta sul monte Tamori, a quota 2019. «Erano momenti brutti: fame, freddo e pericolo!
I superiori cordiali, ma si marciava anche per sei gior­ni senza viveri». È firmata: Zona Cap. magg. Delfi Delvísio.
I

 

Benché mi trovo al campo di battaglia,
Mi voglio ricordar d’una creatura.
Sotto il canto poi della mitraglia,
Canto lo stesso con disinvoltura.
Mi ricordi quando ero canaglia.
Nemmeno adesso mi metto paura.
Voglio dirti della mia vita.
Ti prego, però, sii sempre ardita.
Il
Quando la battaglia l’è finita,
Torna su di noi quella vittoria.
Arriverà la festa tanto ardita
Ché la Patria porterà la gloria.
Allora sì che ritorna la vita,
Rileggeremo pagine di storia.
Così ritornerà fra noi l’amore,
Che adesso l’è rinchiuso dentro al core.
III
Se venisse disdetta del tuo amore,
Tieni sul tuo labbro sempre il riso.
Mai ti abbandona questo cuore,
Ma bensì ti ricordo in paradiso.
Se questo avvien ne porterò rancore
Del nostro giuramento che fu inciso
Benché fosse sepolto questo fiore
IV
Non piangerai se questo cuore
Combatte con affetto di patriotto.
Benché mancasse al tuo giardino il fiore,
Ricorda sempre il combattente vostro.
Sempre seguì con grande ardore,
Conosciuto un amore di anni otto.
Questo accende su me una grande fiamma,
Sempre ti prego di mia cara mamma.
V
Il vostro amore è qui che sempre canta,
Segue il destino del suo protettore.
Il manto divino che l’ammanta
Gli fa sempre avere ardito core.
Forse sarà preghiera di mia mamma,
Oppure sarà la tua, mio dolce amore.
Sempre spero su me questa fortuna,
Prego di cuore sotto il chiar di luna.
VI
Ma sopra tutto la Madonna buona,
Quella che abita giù al fiume.
Sopra di me sua grazia dona.
Sul mio cammino accenderà suo lume.
‘S’e questo avvien Delvisio gli ridona,
E un dono offrirò al suo nome,
Ringraziando della sua grandezza,
Per la sua santità la mia salvezza.
Tratto da
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Miklós Radnóti – Lettera alla sposa

Miklós Radnóti

(Ungheria)

Lettera alla sposa

Nei mondi taciturni della profondità muta
il silenzio urla nel mio orecchio, lancio un grido,
ma non può rispondermi nessuno dalla distante
Serbia svenuta in guerra
e tu sei lontana. La tua voce intreccia il mio sogno –
e di giorno la ritrovo di nuovo nel mio cuore –
dunque taccio, mentre mi ronzano attorno ritte
tante felci orgogliose dal tocco fresco.

Non so più quando potrò vederti di nuovo,
tu che eri certa e pesante come il salmo,
e bella come la luce, bella come l’ombra,
colei che ritroverei anche da cieco e muto,
ora ti nascondi nel paesaggio e affiori dall’interno
nei miei occhi, è così che ti proietta la mente;
eri realtà, e sei diventata di nuovo sogno,
ricadendo nel pozzo dell’adolescenza

ti interrogo geloso, mi ami?
un giorno alla fine della mia giovinezza
sarai la mia sposa, spero di nuovo –
torno in me,
so che lo sei. Sposa e amica –
solo sei lontana. Oltre tre confini selvaggi.
E sta già arrivando l’autunno. Anche l’autunno mi dimentica qui?
Dei nostri baci il ricordo è più acuto;

avevo creduto nei miracoli e ho dimenticato i loro giorni,
squadre di bombardieri sfilano sopra di me;
stavo ammirando nel cielo l’azzurro dei tuoi occhi,
ma s’è annuvolato, e le bombe in alto dagli aerei
avevano voglia di precipitare. Vivo contro di loro –
e sono prigioniero. Ho ponderato tutto quello in cui spero,
ciò nonostante so che ti ritroverò,
ho percorso per te la lunghezza interminabile dell’anima -,

e strade di paesi; se serve con una magia attraverserò
braci di porpora, fiamme che precipitano, ma tornerò;
se serve sarò coriaceo, come il callo sull’albero,
mi tranquillizza la calma degli uomini selvaggi
che vivono nei guai e in pericolo costante,
aspirando alle armi e al potere,
e come un’onda fredda
mi cade addosso il buon senso del 2 x 2.

(Lager Heideman sulle montagne di Žagubica, 1944)

Wislawa Szymborska – Le lettere dei morti

Wislawa Szymborska

Le lettere dei morti

Leggiamo le lettere dei morti come dèi impotenti,
ma dèi, comunque, perché conosciamo il seguito.
Sappiamo quali debiti non furono pagati.
Con chi corsero a rimaritarsi le vedove.
Poveri morti, morti accecati,
ingannati, fallibili, goffamente previdenti.
Vediamo le smorfie e i segni fatti alle loro spalle.
Cogliamo il fruscio dei testamenti stracciati.
Ci siedono davanti buffi come su tartine al burro,
o rincorrono i cappelli portati via dal vento.
Il loro cattivo gusto, Napoleone, il vapore
e l’elettricità,
*
le loro cure micidiali per malattie guaribili,
la sciocca apocalisse secondo san Giovanni,
il falso paradiso in terra secondo Jean-Jacques…
Osserviamo in silenzio i loro pedoni sulla scacchiera,
però spostati tre caselle più in là.
Ogni loro previsione è andata in modo
totalmente diverso,
o un po’ diverso, il che significa anche
totalmente diverso.
I più zelanti ci fissano fiduciosi negli occhi,
perché secondo i loro calcoli vi troveranno
la perfezione.

Salvatore Quasimodo – Lettera alla madre

Salvatore Quasimodo

Lettera alla madre

«Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dulcissima mater.»