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Giuseppe Ungaretti – 12 Settembre 1966

Giuseppe Ungaretti
12 Settembre 1966
Sei comparsa al portone

in un vestito rosso
per dirmi che sei fuoco
che consuma e riaccende.

Una spina mi ha punto

delle tue rose rosse
perché succhiassi al dito,
come già tuo, il mio sangue.

Percorremmo la strada

che lacera il rigoglio
della selvaggia altura,
ma già da molto tempo
sapevo che soffrendo con temeraria fede,
l’età per vincere non conta.

Era di lunedì,

per stringerci le mani

E parlare felici

non si trovò rifugio
che in un giardino triste
della città convulsa.

Mario Luzzi–11 settembre

Mario Luzzi

11 settembre

Dimettete la vostra alterigia
sorelle di opulenza
gemelle di dominanza,
cessate di torreggiare
nel lutto e nel compianto
dopo il crollo e la voragine,
dopo lo scempio.
Vi ha una fede sanguinosa
in un attimo
ridotte a niente.
Sia umile e dolente,
non sia furibondo
lo strazio dell’ecatombe.

Si sono mescolati
in quella frenesia di morte
dell’estremo affronto i sangui,
l’arabo, l’ebreo,
il cristiano, l’indio.
E ora vi richiamerà
qualcuno ai vostri fasti.
Risorgete, risorgete,
non più torri, ma steli,
gigli di preghiera.
Avvenga per desiderio
di pace. Di pace vera.

Mario Luzi

Giuseppe Giusti – ALLI SPETTRI DEL 4 SETTEMBRE 1847

Giuseppe Giusti

ALLI SPETTRI DEL 4 SETTEMBRE 1847
Quella notizia gli aveva dato una disinvoltura,
una parlantina, insolita da gran tempo.
Promessi Sposi, cap. XXXVIII.

Su, Don Abbondio, è morto Don Rodrigo!
Sbuca dal guscio delle tue paure:
è morto, è morto: non temer castigo,
dèstati pure.
Scosso dal Limbo degl’ignoti automi,
corri a gridare in mezzo al viavai,
popolo e libertà, cogli altri nomi,
seppur li sai.
Ma già corresti: ti vedemmo a sera
tra gente e gente entrato in comitiva,
e seguendo alla coda una bandiera
biasciare evviva.
Cresciuta l’onda cittadina, e visto
popolo e Re festante e rimpaciato,
e la spia moribonda, e al birro tristo
mancare il fiato;
tu, sciolto dall’ingenito tremore,
saltasti in capofila a far subbuglio,
matto tra i savi, e ti facesti onore
del sol di luglio.
Bravo! coraggio! Il tempo dà consiglio:
consìgliati col tempo all’occasione:
ma intanto che può fare anco il coniglio
cuor di leone,
fìccati, Abbondio; e al popolo ammirato
di te, che armeggi e fai tanto baccano,
urla che fosti, ancor da sotterrato,
repubblicano.
Voi, liberali, che per anni ed anni
alimentaste il fitto degli orecchi,
largo a’ molluschi! e andate co’ tiranni
tra i ferri vecchi.
A questo fungo di settembre, a questa
civica larva sfarfallata d’ora,
si schioda il labbro e gli ribolle in testa
libera gora.
Già già con piglio d’orator baccante
sta d’un caffè, tiranno alla tribuna;
già la canèa de’ botoli arrogante
scioglie e raguna.
Briaco di gazzette improvvisate,
pazzi assiomi di governo sputa
sulle attonite zucche, erba d’estate
che il verno muta.
«Diverse lingue, orribili favelle»
scoppiano intorno; e altèra in baffi sconci
succhia la patriottica Babelle
sigari e ponci.
Dall’un de’ canti, un’ombra ignota e sola
tien l’occhio al conventicolo arruffato,
e vagheggia il futuro, e si consola
del pan scemato.
Stolta! se v’ha talun che qui rinnova
l’orge scomposte di confusa Tebe,
popol non è che sorga a vita nuova;
è poca plebe.
È poca plebe: e d’oro e di penuria
sorge, a guerra di cenci e di gallone:
Censo e Banca ne dà, Parnaso e Curia,
Trivio e Blasone.
È poca plebe: e prode di garrito,
prode di boria e d’ozio e d’ogni lezzo,
il maestoso italico convito
desta a ribrezzo.
Se il fuoco tace, torpida s’avvalla
al fondo, e i giorni in vanità consuma;
se ribollono i tempi, eccola a galla,
sordida schiuma.
Lieve all’amor e all’odio, oggi t’inalza
de’ primi onori sull’ara eminente,
doman t’aborre, e nel fango ti sbalza,
sempre demente.
Invano, invano in lei pone speranza
la sconsolata gelosia del Norde.
Di veri prodi eletta figliolanza
sorge concorde,
e di virtù, d’imprese alte e leggiadre
l’Italia affida: carità la sprona
di ricomporre alla dolente madre
la sua corona.
O popol vero, o d’opre e di costume
specchio a tutte le plebi in tutti i tempi,
lèvati in alto, e lascia al bastardume
gli stolti esempi.
Tu modesto, tu pio, tu solo nato
libero, tra licenza e tirannia,
al volgo in furia e al volgo impastoiato
segna la via.

Novello Rocchi – 25 settembre 1943

Novello Rocchi
25 settembre 1943

(Seconda guerra mondiale)

Difficile dimenticare,
quella data, e quel giorno,
in quella terra piena di storia,
dove la civiltà fiori un giorno
con l’alba, per illuminare con
la sua luce gli uomini
di tutto il mondo.
Là ci condussero come un
esercito di prodi,
eravamo solo degli aggressori
portatori di morte.
Fummo dei vincitori, vilipesi
e derisi, poi fummo dei vinti
senza gloria e senza onore
chi ci condusse là ci abbandonò
nella vergogna e nella cattiva sorte.
Sebben strana fosse per noi la sorte
l’alto senso di civiltà ci accolse
senza odio e senza vendetta.
Ecco il prologo della storia mia
viver ora come allor non è stata
una magia ma la saggezza
di una civiltà nata tanti secoli fa.
Lo ricordino le genti, i poeti e gli
scrittori, i politici e i governanti,
il mondo non ha bisogno di eserciti
di prodi, ha bisogno di pace e di saggezza

Tratto da
Poesie dal fronte
Nodo Libri
poesie fronte_0003

Patrizio Fariselli e Angela Baggi – Luglio, agosto, settembre (nero)

Patrizio Fariselli e Angela Baggi
Luglio, agosto, settembre (nero)

Giocare col mondo
facendolo a pezzi
bambini che il sole
ha ridotto già vecchi

Non è colpa mia
se la tua realtà
mi costringe a fare
guerra all’omertà
forse un dì sapremo
quello che vuol dire
affogare nel sangue
con l’umanità

Gente scolorata
quasi tutta uguale
la mia rabbia legge
sopra i quotidiani
legge nella storia
tutto il mio dolore
canta la mia gente
che non vuole morire

Quando guardi il mondo
senza aver problemi
cerca nelle cose
l’essenzialità
non è colpa mia
se la tua realtà
mi costringe a fare
guerra all’umanità

Nota
Tratto dal cd Danni Collaterali
Prodotto da G. Manfredi & Ricky Gianco
Per Il Manifesto e Liberazione

Geo Milev – Settembre! Settembre!

Geo Milev
Settembre! Settembre!

H popolo insorge
col martello
in pugno
tra scorie fuliggine scintille…
con la falce
nei campi
macerato di fredda umidità:
uomini
di nera fatica
muti e pazienti:

non geni
o ingegni
credenti
oratori
agitatori
fabbricanti
pedanti
scrittori
aviatori
generali
proprietari
di locali
musicanti
e filistei
ma
braccianti
operai
diseredati
analfabeti
profani
teppisti
i forza
animale:
migliaia
massa
popolo!
migliaia di fedi
— fede nell’ascensione popolare
migliaia di volontà
— volontà di vita serena
migliaia di cuori selvaggi
— e fuoco in ogni cuore
migliaia di mani nere
migliaia
nel cerchio vermiglio dello spazio
sollevano con impeto
in su
rosse bandiere
sventolate
in alto
in largo
su tutto il paese sconvolto
dal fremito della riscossa
frutto dell’uragano e della furia:
migliaia
massa
popolo!