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Stephen Spender spender,u ( Inghilterra) Regum ultima ratio

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Stephen Spender
( Inghilterra)
Regum ultima ratio
I fucili scandiscono l’ultima ragione del denaro
in lettere di piombo sulla collina in primavera.
Ma il ragazzo che giace morto sotto gli ulivi
era troppo giovane, troppo insulso
per esser degno d’uno sguardo del loro occhio importante.
Quello era un bersaglio più adatto ad un bacio.
*
Quand’era vivo le alte sirene delle fabbriche non lo
[chiamavano,
né le porte di cristallo dei ristoranti giravano per
[invitarlo ad entrare;
e il suo nome non era mai comparso sui giornali.
Intorno ai morti, con l’oro sprofondato come in un pozzo,
il mondo conservava un muro tradizionale,
e intanto la sua vita scivolava via, intangibile come
[il suono.
*
Oh, con troppa leggerezza si strappò il berretto
un giorno che la brezza strappava petali dagli alberi.
Il muro sfiorito germogliò di fucili;
la rabbia della mitragliatrice falciò le erbe;
bandiere e foglie caddero dalle mani e dai rami;
il berretto di lana imputridí fra le ortiche.
*
Giudicate la sua vita, che non aveva valore,
in termini d’impiego, di registri d’albergo, d’archivi di
[notizie.
Giudicate voi: solo un proiettile su diecimila uccide
[un uomo.
Chiedetevi allora: era giustificata tanta spesa
per la morte d’un essere cosi giovane e insulso,
disteso sotto gli ulivi, oh mondo, oh morte?
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Yussef Al-Khal (Libano) L’ultima cena

Yussef Al-Khal
(Libano)
L’ultima cena
Abbiamo il vino e il pane, non abbiamo il maestro,
sono un fiume d’argento le nostre ferite.
Sulle finestre un vento.
Nei muri della causalità ci sono profonde fessure,
davanti alla porta un visitatore notturno.
Mangiamo e beviamo.
Le nostre ferite sono un fiume d’argento.
La causalità sta per crollare. Il vento le finestre ha divelto.
Il visitatore sfonda la porta.
Diciamo: ora mangiamo e beviamo!
Il nostro dio è morto, che ci sia un altro dio per noi!
Siamo stanchi della parola,
le nostre anime aspirano alla vacuità della vena.
Diciamo: abbasso la causalità e che perisca! Il vento avrà pietà di noi.
Il visitatore è seduto con noi, affamato per il pane,
assetato per l’invecchiato vino.
Diciamo: forse il visitatore è il nostro nuovo dio
e questi venti sono fiori piacevoli che si aprono nell’ignoto.
Riprendiamo a mangiare e a bere, e non abbiamo con noi il maestro.
Le nostre ferite sono un fiume d’argento.
Al canto del gallo, sono pochi a testimoniare per il regno della terra.

Giorgio Caproni – Ultima preghiera

Giorgio Caproni

Ultima preghiera

Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nei buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
e io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.

Ricordati perché ti mando:
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisterone.

Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accostati a lei soltanto,
Ultima preghiera

Anima mia, fa’ in fretta.

Ti presto la bicicletta

ma corri. E con la gente

(ti prego, sii prudente)

non ti fermare a parlare

smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno

vedrai, prima di giorno.

Non ci sarà nessuno

ancora, ma uno

per uno guarda chi esce

da ogni portone, e aspetta

(mentre odora di pesce

e di notte il selciato)

la figurina netta,

nei buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare

oltre quel primo albeggiare.

Pedala, vola. E bada

(un nulla potrebbe bastare)

di non lasciarti sviare

da un’altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,

col vento una torma

popola di ragazze

aperte come le sue piazze.

Ragazze grandi e vive

ma, attenta!, così sensitive

di reni (ragazze che hanno,

si dice, una dolcezza

tale nel petto, e tale

energia nella stretta)

che, se dovessi arrivare

col bianco vento che fanno,

so bene che andrebbe a finire

che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,

no, il loro apparire.

Faresti così fallire

con dolore il mio piano,

e io un’altra volta Annina,

di tutte la più mattutina,

vedrei anche a te sfuggita,

ahimè, come già alla vita.

Ricordati perché ti mando:

altro non ti raccomando.

Ricordati che ti dovrà apparire

prima di giorno, e spia

(giacché, non so più come

ho scordato il portone)

da un capo all’altro la via,

da Cors’Amedeo al Cisterone.

Porterà uno scialletto

nero, e una gonna verde.

Terrà stretto sul petto

il borsellino, e d’erbe

già sapendo e di mare

rinfrescato il mattino,

non ti potrai sbagliare

vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,

allora, e con la mente

all’erta. E, circospetta,

buttata la sigaretta,

accostati a lei soltanto,

anima, quando il mio pianto

sentirai che di piombo

è diventato in fondo

al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,

non potrò darti mano,

tu mormorale all’orecchio

(più lieve del mio sospiro,

messole un braccio in giro

alla vita) in un soffio

ciò ch’io e il mio rimorso

pur parlassimo piano,

non le potremmo mai dire

senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:

suo figlio, il suo fidanzato.

D’altro non ti richiedo.

Poi, va’ pure in congedo.
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mormorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi, va’ pure in congedo.

Yussef Al-Khal (Libano) L’ultima cena


Yussef Al-Khal
(Libano)
L’ultima cena
Abbiamo il vino e il pane, non abbiamo il maestro,
sono un fiume d’argento le nostre ferite.
Sulle finestre un vento.
Nei muri della causalità ci sono profonde fessure,
davanti alla porta un visitatore notturno.
Mangiamo e beviamo.
Le nostre ferite sono un fiume d’argento.
La causalità sta per crollare. Il vento le finestre ha divelto.
Il visitatore sfonda la porta.
Diciamo: ora mangiamo e beviamo!
Il nostro dio è morto, che ci sia un altro dio per noi!
Siamo stanchi della parola,
le nostre anime aspirano alla vacuità della vena.
Diciamo: abbasso la causalità e che perisca! Il vento avrà pietà di noi.
Il visitatore è seduto con noi, affamato per il pane,
assetato per l’invecchiato vino.
Diciamo: forse il visitatore è il nostro nuovo dio
e questi venti sono fiori piacevoli che si aprono nell’ignoto.
Riprendiamo a mangiare e a bere, e non abbiamo con noi il maestro.
Le nostre ferite sono un fiume d’argento.
Al canto del gallo, sono pochi a testimoniare per il regno della terra.

Walt Whitman – L’ultima invocazione

Walt Whitman

L’ultima invocazione

Alla fine, dolcemente,
dalle mura di questa casa possentemente fortificata,
dai ganci di serrature solide, dalla guardia di porte ben chiuse,
lascia che io mi espanda.

Lasciami scivolare fuori senza rumore
con chiavi di tenerezza gira le serrature – con un sussurro
apri le porte, o anima.

Dolcemente – non essere impaziente
(forte è la tua presa, carne mortale,
forte è la tua presa, amore).

Primo Levi – L’ultima epifania

Primo Levi
L’ultima epifania

Era la vostra terra la più vicina al mio cuore:
Per questo vi ho mandato messaggio dopo messaggio.
Sono disceso tra voi sotto spoglie strane e diverse,
Ma in nessuna di queste mi avete riconosciuto.
 
Ho bussato di notte, pallido ebreo fuggiasco,
Lacero, scalzo, braccato come una bestia selvaggia:
Voi chiamaste gli sgherri, mi additaste alle spie,
E diceste in cuor vostro: "Così sia. Dio lo vuole".
 
Da voi sono venuto quale vecchia insensata,
Tremante, con la gola piena di muto grido.
Voi parlavate di sangue, della stirpe avvenire,
E solo la mia cenere uscì dalla vostra porta.
 
Orfano giovinetto della piana polacca
Vi sono giaciuto ai piedi, supplicando per pane.
Ma voi temeste in me qualche vendetta futura,
E torceste lo sguardo, e mi deste la morte.
 
E venni qual prigioniero, e quale servo in catene,
Di cui si fa mercato, cui si addice la frusta.
Voi volgeste le spalle al livido schiavo cencioso.
Ora vengo da giudice. Mi conoscete adesso?

 

(dal ciclo "Dies Irae", di Werner v. Bergengrún)
20 novembre 1960

Walt Whitman – L’ultima invocazione

Walt Whitman

L’ultima invocazione

Alla fine, dolcemente,
dalle mura di questa casa possentemente fortificata,
dai ganci di serrature solide, dalla guardia di porte ben chiuse,
lascia che io mi espanda.

Lasciami scivolare fuori senza rumore
con chiavi di tenerezza gira le serrature – con un sussurro
apri le porte, o anima.

Dolcemente – non essere impaziente
(forte è la tua presa, carne mortale,
forte è la tua presa, amore)