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Roberto Roversi – Scomparvero nelle piramidi di fuoco

Roberto Roversi

Scomparvero nelle piramidi di fuoco

Scomparvero nelle piramidi di fuoco.

Quel tempo sporcò di melma le mani
dei sopravvissuti, dai gelidi cancelli
precipitarono ancora ancora
le mandrie nei macelli –
belare straziava la lama dei coltelli
in mano ai giovani carnefici.

Non è questo che voglio: ricordare.

No ritornare a quei lontani
anni, a quei tempi lontani.
I cani erano più felici degli uomini.
I miei versi sono fogli gettati
sopra la terra dei morti.
È oggi che dobbiamo contrastare.

Allora le greggi si sparpagliavano
picchiate dalle verghe nemiche
(e i libri superstiti
le lacrime esauste
i codici che restavano
“oggi 13 aprile sono morti 800
oggi 30 giugno via Polkiava è sbarrata
oggi 5 luglio il ghetto è solo un muro”)
un uomo era nel profondo interrato
vano della terra, nel suo immondo
silenzio, fra corpi nudi di morti.
Chi tradiva, chi smagriva, chi pativa,
chi sapeva aspettare, chi impazziva
all’improvviso e dava il lacero grido di sirena
(era la fine di un mondo).

Le ombre dei morti di Norimberga
scheletri feroci
azzannavano i diavoli sconfitti
uscenti a gorghi da fiamme.

Oggi sono rimasti in pochi a contrastare.

I reduci invecchiati
lacrimano in silenzio all’angolo
della tavola, asciugano le palpebre anche le madri
col figlio giovane alla parete.
I ragazzi hanno vent’anni d’età.
Il loro riso è tremendo, furibondo
più della iena tedesca, più duro
a sopportare di un supplizio politico.
Non dànno nulla, non vogliono
nulla sapere né altro intendere; sta
la loro splendida forza disarmata
e dolente come il sasso in un prato.

Non riconoscono debiti, non vogliono
neppure conoscere la tristezza dei vecchi
– né la voce, sola voce, voce di notte
che dice di passate miserie, che affonda
fra le pietre di tombe
“oh voi prefiche rauche” (gli ridono)
incombe la loro voce insulsa stridula,
è una cagna urlante nel vicolo,
e con le mani di viola devastano il silenzio
già distrutto nel cuore anche per noi.
Restiamo imprigionati contro il muro.

Nessun altro corpo è stato più colpito
del petto di un ebreo.

Roberto Roversi–Dopo Campoformio

Roberto Roversi –
Dopo Campoformio

Ci lìma il destino,
le allegre ore, lunghe,
che conducono in un lampo al mattino
sono braci oramai della memoria.
La nostra storia si riempie
come il letto di un torrente
di scrosci di pioggia,
è freddo, buio, per tutto l’inverno
dentro all’inferno
ci contiamo con le carni nere;
patiamo per il freddo che morde per potere
ancora risalire.
Della città non resta
che un mucchio disperso di mattoni.
s’è spenta la marcia dei guerrieri
– appena ieri una folla
riempiva in onda le strade; e bandiere,
nuove parole esplodevano.
Dall’Adriatico al magro appennino
la terra è in declino, i cuori
gelano o divorano pensieri;
i vecchi aspettano contro il muro imbiancato
che la morte li tocchi.
Nebbia, notte, il fumo arìdo strìscia,
appassiscono le dondolanti figure
dietro i vetrì schermati che gettano sul prato
uno strano alone
nel grande deserto addormentato

Roberto Roversi – Da «Il tedesco imperatore»

Roberto Roversi

Da «Il tedesco imperatore»

Quando venni in Lombardia
ero giovane, allora.
Per strade róse dai fischi dei vapori
il pianto di un ragazzo
migrò libero verso la frontiera:
l’ombra dei montanari saliva verso il cielo
e in tiepidi restaurants i camerieri
scoprivano agli ufficiali
distratti da un occhio adolescente
fragili zuppiere.
Nel rifugio della stazione,
mentre i treni bruciavano
bianchi neri contro le vetrate,
la donna appoggiò i chiari
capelli sul mio zaino.
Terra per eserciti
in fuga verso i monti.
Tremano al lume della luna le giovani foglie.
Austria, Svizzera, Francia alla frontiera.

In due giorni di cammino
sui laghi volarono,
col balzo delle trote, le speranze.
A Novara, a Novara;
oh a Novara, in un osteria
avvinghiata da caserme bruciate;
un uomo grida sul prato della periferia,
al mattino era morto. Ivrea, Aosta…
su quelle strade marciavo e per i monti
frustrato da tristezza, dai ricordi.

da «Tutto bruciato»

Marco appare. "Il paese bruciato.
Guarda le case, tronchi senza vita,
macerie, polvere.
La forte gioventù morta, fuggita".
Il sole indora la campagna,
cade dai nevai;
odore di un fuoco calmo dentro al vento.
La gente ferma sulla piazza.
M’azzanna il cuore una vespa infuriata.
"I mongoli affamati
dànno alla nostra carne questi morsi.
I tedeschi li armano, li avventano
ubriacandoli; bruciati dalla grappa
cadono urlando sulla strada,
prendono le donne come cani.
Pecore siamo nell’Italia morta".
M’avvio nella valle solcata
da un fiume, con cime fuggenti,
stormire d’alberi,
ruscelli stenti migrano, fra onde
di foglie i castelli persi nelle ombre.
Case incendiate specchiano le nubi;
dentro ai paesi occhi e ossa d’uomini
tendono la mano, pellegrini
vinti da una sciagura.
Pendono le travi delle case.
"Le donne uccise", dicono, "o scampate
al massacro, spente di paura
giacciono nel buio delle stalle.
Da uscio a uscio per fienili e case
i mongoli cercarono, fra le balle
di paglia, carrette rovesciate;
bruciò il paese, fuggono le donne
rauche disfatte pazze di terrore".
I vigorosi uomini lontani.
Pagarono le donne con la vita
la breve età felice
e i neri capelli.
Tornano adesso i giovani strisciando
lungo le siepi della valle.

da «La piazza è in festa»

Carri armati posano
sotto gli alberi, i negri
ridono, stendono le mani,
la gente nelle vie,
tutte le finestre al sole.
Giorno sacro d’aprile. Alti vocianti
feroci uomini nuovi.
"E’ finita la guerra", questo
il popolo grida; gli anni si frantumano,
un mondo nuovo affiora ribollendo
dalle schiuma aspra del dolore.
La piazza bianca di calce, bianca nell’aria d’aprile,
tacque; un uomo apparve sul palco,
parlò poche parole aprendo
la nuova storia.

Roberto Roversi – La violenza di 700 pecore

Roberto Roversi

La violenza di 700 pecore

Il legno è suscettibile, il legno è sensibile.
Il legno piange.
Il legno chiama la foresta (Via Telex?).
Chiama l’ultimo luogo che ha perduto.
Il legno ascolta le voci. È affondato nell’argilla.
*
Affondato nell’argilla è anche l’uomo che
vede intravede lungo i tralicci l’ombra del
legno chiusa dentro a un pugno verde.
Sotto, le pecore. Con indifferenza. Le pecore,
del sole caduto per terra, arroventato, non si può immaginare.
*
Poi c’è il vento in ginocchio.
Che cerca oro fra la torba.
Il vento fischia sperando di essere ascoltato.
Il vento grida.
Un vento sulla periferia con gli occhi di ferro.
Un vento lontano ferito alla mano. Un vento strano.
*
Parlo di sole di alberi di vento parlo di mare con
le sue ondate parlo di gerani parlo di rose
parlo parlo parlo parlo parlo
perché l’uomo massacrato dorme lì fra sole
mare vento aria acqua e un albero di mele
e sdraiato in un profumo di lillà
e grida senza voce.
Il cielo riceve fra le mani la sua ombra.
*
Cosa ti posso dire?
Che tutto può cambiare anche in un solo giorno.
Che cambia colore l’acqua colpita da un aereo
spaccatosi in volo.
Che mi sono accorto che la vita passava.
Cosa ti posso dire?
Una mano insanguinata può toccarele rose.
Quando tutto finisce la speranza comincia.
*
Post-scriptum:
Dicono: queste cose bisogna farle, dirle da giovani.
Dicono: queste cose bisogna ripeterle, sempre.

Roberto Roversi – Patria

Roberto Roversi
Patria

Patria è una parola che mi cammina sul cuore.
E poco mi importa se i laici cittadini del mondo
possono irridere presuntuosi e arroganti.
*
Patria è la terra in cui riposa mio padre
in cui riposa mia madre, in cui riposa mio figlio.
E in cui anche mia moglie e io, molto
avanti a sdipanare il filo rosso della vita,
andremo lenti come la nebbia costante sulla
nostra amata pianura
a confonderci in una polvere d’oro
fra api fiori (e fieno)
(come avere, dopo il lavoro, quieto riposo
dalla lunga fatica).
*
Patria consolami.
La Patria non chiama ma dà. Si fa riconoscere
subito per i benefici
di commozione dei sentimenti che suscita senza essere affranta.
La sento viva in mano. Non mi lascia mai
confortandomi con il
racconto delle sue memorie e
delle sue avventure, delle sue cento sconfitte, delle sue vittorie.
È tutta cielo e mare.
Nubi bianche su alte montagne.
*
È la voce di bambini che chiaman la madre.
È il rumore di un treno sulla pianura.
È l’Italia ferita e altera.
Sono io. Siamo noi.
Qualche marmo. Comune destino.

Roberto Roversi – Quel fischio sopra la pianura

Roberto Roversi
Quel fischio sopra la pianura

La verità è ormai che ci credono mummie d’Egitto
pesce fritto e salato
da mangiare con il pane
ombre strane che vanno in vecchi cimiteri
*
a lamentarsi coi cani ma sono cattivi pensieri
e appena ieri insieme tutti noi
facevamo paura come il leone ai buoi
in giro per il mondo noi
*
ecco oggi ci vedono senza la pelle e le ossa
eppure fratelli e compagni anche se è pronta la fossa
possiamo e dobbiamo contarci per non lasciarci morire
come vorrebbero loro per non lasciarli gioire
*
grande tesoro ieri insieme tutti noi
torniamo leoni fra i buoi
per non lasciarci annegare noi
*
se tanti dicono addio al povero vecchio operaio
e lo soffiano via come polvere da un vecchio armadio in un solaio
noi invece diciamo che è pronto a stringersi mano con mano
e per la grande pianura riprendere ancora a fischiare

Roberto Roversi – L’operaio Gerolamo

Roberto Roversi
L’operaio Gerolamo

e sono ancora a casa
cala il sole sull’acqua e mi ritrovo
nella polvere della strada
*
S’alza il sole sui monti
e adesso sono a Torino
cala il sole sull’acqua
e mi trovo solo come un cane in un angolo
dentro una mescita di vino
*
S’alza il sole sui monti
e mi trovo in Germania
cala il sole sull’acqua
e sono in una baracca disteso
al buio con un vecchio maglione addosso
e una lampada che non fa luce
*
S’alza il sole sui monti
e mi trovo a Nanterre periferia di Parigi
cala il sole sull’acqua e sono
con gli altri compagni a vegliare
un povero italiano: il mio amico Luigi
*
S’alza il sole sui monti
ed ecco che sono arrivato a Melano
città dell’abbondanza
e dei miracoli della Madonna
cala il sole sull’acqua
e non ho nemmeno la forza di guardarmi la mano
*
S’alza il sole sui monti
e mi trovo braccato nella campagna
cala il sole sull’acqua
e se qualche santo m’aiuta
mi trovo alla fine di una grotta buttato
*
S’alza il sole sui monti
e sono ferito a morte, ferito sul petto o condannato
(povero operaio, povero contadino, pastore)
cala il sole sull’acqua
e sono già morto e sotterrato
*
S’alza il sole sui monti
un altro al mio posto è entrato