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Jaroslaw Seifert – Io volli qui così cantar per voi

Jaroslaw Sejfert

Io volli qui così cantar per voi

Io volli qui così cantar per voi,
mentre ora il vento per l’ultima volta

senza il suggeritore ripeteva

la sua nella notte priva di luci.

Sulle labbra il tuo nome, andrò da lei
come un bambino, seppure bruciasse.

Così l’amai, come s’ama una donna

di cui la gonna il nostro corpo avvolge.

La capricciosa a cui sotto l’ascella
suona la luna come un mandolino,

e quella che veglia e monta la guardia

tenendo la mano in quell’orologio
che va e ancora va né mai più s’arresta.

Praga! Ha sapore di sorso di vino.

Jarolaw Sejfert – L’ultimo giorno

Jarolaw Sejfert

L’ultimo giorno

La giornata era fosca. Nessuno prendeva decisioni.
Soffiava un vento lieve: «Non è greco, è scirocco» disse qualcuno.
Qualche cipresso magro inchiodato al declivio e il mare grigio,
con lagune di luce, laggiù.
I soldati presentavano le armi quando venne una pioggia fina fina.
«Non è greco, è scirocco»: l’unica decisione che si udì.
Pure, lo sapevamo che l’indomani non avremmo avuto
più nulla, né la donna che beve al nostro fianco il sonno,
né la memoria d’essere stati uomini, una volta,
più nulla, l’indomani. «Questo vento dà l’idea di primavera» mi diceva l’amica
camminandomi a fianco e guardando lontano
«di quella primavera calò improvvisa
d’inverno presso il mare chiuso.
Tanto inattesa. Tanti anni passati. Come
morremo?» Girava una marcia funebre nella pioggia sottile.
Come muore un uomo? Strano, nessuno ci ha pensato.
E per chi ci ha pensato è stata come una reminescenza
di certe vecchie cronache
del tempo dei crociati o della naumachia di Salamina.
Pure la morte è una cosa che succede: come muore un uomo?

Pure la morte ognuno la guadagna, la sua morte che
non è di nessun altro:
questo gioco è la vita.
Declinava la luce sulla giornata fosca. Nessuno
prendeva decisioni.
E l’indomani non avremmo avuto più nulla: una totale
resa; neppure più le nostre mani;
le nostre donne schiave di stranieri alle fontane
e i nostri figli nelle latomie.
Camminandomi a fianco cantava l’amica una canzone mutilata:
«La primavera, e poi l’estate, schiavi…»
Venivano alla mente vecchi maestri che
ci lasciarono orfani.
Una coppia passò chiaccherando:
«La sera m’ha stufato, andiamo a casa,
andiamo a casa a accendere la luce».

Atene, febbraio 1939

Jacobus Kambanellis – O Andonis (Antonio)

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Jacobus Kambanellis
O Andonis
(Antonio)

Mauthausen una lunga scala
bianco granito e dolore
scalini centottantasei
giornata dodici ore
*
Laggiù ebrei e partigiani
massi trasportano in sorte
piegati sotto quelle pietre
bianchi crocefissi di morte
*
Antonio si sente chiamare
da un vecchio ebreo barcollante
«Compagno vieni ad aiutarmi
questa pietra è troppo pesante»
*
Ma là su quella lunga scala
come una maledizione
una esse esse si avvicina
e colpisce con un bastone
*
L’ebreo sullo scalino crolla
e l’aguzzino «vedrai
di massi signor partigiano
non uno, due ne porterai»
*
«Ne porto due ed anche tre
sono partigiano e sono forte
e dopo se non sei codardo
ti batterai con me fino alla morte»

Alekis Panagulis – Andiamo avanti

Alekis Panagulis

Andiamo avanti

 

Vestiti di ferite
-vecchie e nuove-
e caricati con le ferite dei morti
andiamo avanti
Invece di trombe
lamenti di dolore
invece di armi
ossa di amici uccisi


Nel sangue che battezza le bandiere
-simboli della lotta-
e sventolano al vento dell’ira
Nere ali di falchi neri
nascondono il sole
Indecifrabili grida
minacce e minacce nell’oscurità


E noi colpiamo l’oscurità
-ossa di amici le nostre armi-
e alle minacce
rispondono le ferite
sputando sangue
e andiamo avanti…

1971

Alekos Panagulis – Tempo di collera

Alekos Panagulis
Tempo di collera
Voi, tombe che camminano
insulti viventi alla vita
assassini de vostro stesso pensiero
manichini antropomorfi
Voi che invidiate le bestie
che offendete l’idea del Creato
che chiedete rifugio all’ignoranza
permettete alla Paura di farvi da guida
Voi che avete dimenticato il Passato
che vedete il Presente con occhi appannati
che non avete interesse per il futuro
che respirate solo per morire
Voi che solo per gli applausi avete mani
e che domani applaudirete
più forte di tutti come sempre
e come ieri, e come oggi
Sappiate allora voi
scuse viventi di ogni tirannia
che i tiranni li odio tanto
quanto ho nausea di voiGiugno 1971

Alekis Panagulis – Scene – memorie

Alekis Panagulis

Scene – memorie

Legato mani e piedi
a un letto di ferro
e le catene
costringono il corpo all’immobilità
Corvi attorno a me
vogliono straziarmi
Sono schiavi dei tiranni
e hanno sembianze umane
Con legni percuotono le piante dei miei piedi
mi spengono sigarette sul corpo
sul mio viso insanguinato
appoggiano le canne delle loro pistole
e urlano senza fine
Mi insultano e gridano minacce
Loro che hanno disertato
chiamano me disertore
Loro che hanno tradito
dicono a me traditore
Loro su cui il Popolo sputerà domani
sputano su di me
Mi chiamano puttana
incapaci di vedere
la forza interiore e la verità
nelle ingiurie e nell’ira di me incatenato
Mi chiamano puttana
e la frusta
lascia segni sul mio corpo
ferite nuove
ferite che si spalancano incredule
Sulla camicia di carne
i rivoli di sangue
cambiano colore
Ma continuano a picchiare
e ogni tanto
con nuove torture cercano
di gonfiare il dolore
Le mani che mi tappavano
il naso e la bocca
le mordevo
Ma adesso
che una coperta mi avvolge la testa
il cielo
scende sui miei occhi
colmo di stelle
E sul mio petto
crollano montagne
sirene allucinanti
fischiano nelle orecchie.
Il corpo sussulta senza speranza
per un po’ d’aria
Immerso nel sudore
Per un po’ d’aria
Per un po’ d’aria
un po’ d’aria soltanto…
suoni e risate
insulti miserabili e vili
Ma perché?
Palpano i coglioni dell’Incatenato
Senza avere fretta…
Mi spiegano cosa faranno
senza avere fretta…
Aprono cassetti
ne estraggono aghi
senza avere fretta…
Qualcuno di loro
(come sempre)
mi… consiglia
(recita la parte da buono)
Ma ormai non lo ascolto neanche
e così cominciano
Mi infilano dentro l’uretra un ago
(sottilissimo, di ferro)
Brividi in tutto il corpo
l’altro estremo dell’ago
ora lo riscaldano…
I lamenti
le risate sommesse
Le risate ascoltate
le loro risate…
Senza voce, stanchi, sudati
incapaci di inventarsi altro
Tutti insieme
mi colpiscono gridando…
Una macchina vicino muggisce
e solo una voce umana
s’ascolta nel tumulto
Una radio
Come impazziti mi percuotono
con le mani e con i piedi
Tutti insieme…
Sui muri e sul pavimento
si proiettano fiori di fuoco
Fiamme di un altro mondo
Ballano ritmi sfrenati
tutto gira
e presto si perde…
Mi ritrovo in un’altra stanza
piccolo il cambiamento
le catene mi fanno ancora compagnia
Le facce sfocate
spine d’odio
si piegano verso di me
Cresce il tono delle loro voci
E nuove facce con quelli
Ma tutte uguali le espressioni
E uguali le uniformi
cos’è che si trova
sul risvolto dell’uniforme
qualche antico simbolo?
Di Ippocrate
Hanno dimenticato il giuramento….
Scene di vita
Ombre nere
scene che ho vissuto
Ma quale ricordare per prima?
La memoria dolore
La solitudine?
Dolore anch’essa
Dolore compagno del dolore
È la nostra vita

Dicembre 1971

Alekos Panagulis – Il sole piange

Alekos Panagulis

Il sole piange

Da secoli e ora
sulle stesse strade giriamo
strade coperte di spine
spine che abbiamo seminato
E il sole piange
Da secoli e ora
abbracciati agli dèi
(falsi sempre)
le stesse orme calpestiamo
E il sole piange
Da secoli e ora
ogni passo un sospiro
molti i passi
sulle stesse tracce
E il sole piange
Da secoli e ora
nutriamo l%u2019odio
parlando senza fine per l%u2019amore
ma l%u2019amore non troviamo
E il sole piange
Da secoli e ora
feriti si nasce
feriti ieri
feriti oggi
E il sole piange

Alekos Panagulis – Il mio indirizzo

Alekos Panagulis

Il mio indirizzo

Un fiammifero come penna
sangue colato sul pavimento come inchiostro
l’involucro dimenticato di una benda come pagina bianca
Ma cosa scrivo?
Forse ho solo tempo per il mio Indirizzo
Strano, l’inchiostro si è rappreso
Vi scrivo da un carcere
in Grecia

Alekos Panagulis – Il mio indirizzo

Alekos Panagulis
Il mio indirizzo
Un fiammifero come penna
sangue colato sul pavimento come inchiostro
l’involucro dimenticato di una benda come pagina bianca
Ma cosa scrivo?
Forse ho solo tempo per il mio Indirizzo
Strano, l’inchiostro si è rappreso
Vi scrivo da un carcere
in Grecia

Alekos Panagulis – Delirio

Alekos Panagulis
Delirio
Quando ravvivi nel pensiero i morti
non scordare che vissero anche loro
pieni di sogni e di speranze
proprio come i vivi ora
*
Dalla stessa strada che percorri essi passarono
e andando non pensavano alla tomba
Erano pochi come oggi a meditarla
I più credevano loro scopo la vita
nè mai riuscirono a pensare
che solo il passato è esistenza
*
Dissiparono il tempo in cui comparvero
vili e incapaci di trovare Dio
e credettero in idoli già eretti
da quanti erano vissuti prima
*
Quanti avevano creduto di trovare Dio
vestito in forme umane
perchè abbagliati dalla luce
dei pochi che volevano
trovare il balsamo della conoscenza
*
Quei pochi essi li credettero dei
ma non seppero avvertire
il dono che lasciavano alla vita
E quei pochi passarono e gli altri
sotto mentite spoglie li ricordano
*
Esistono quei pochi
e gli altri non lo sanno
I Pochi vengono ma
Non li aspetta nessuno
Come diventa sempre
più difficile l’avanzare
E se tu vuoi trovarti tra quei Pochi
sappi
che diventerai compagno della solitudine
Che da solo parlerai piangerai e ti arrabbierai
Più tardi
piangerai e ti arrabbierai soltanto
Più tardi ancora
penserai solamente e piangerai
Quando sarai laggiù
sappi che dopo
troverai la verità o la pazzia
Forse sono due cose uguali
ma tu spera
Febbraio 1971