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Carlo Betocchi – L’ultimo carro

Carlo Betocchi
L’ultimo carro

Prima che l’alba sfarfalli,
dentro un suono di sonagliere
l’ultimo carro a cavalli
passa, al grido del carrettiere.

Terribilmente giocondo
è questo suon di sonagliere
squillante nel buio mondo
al grido aiuh! del carrettiere.

Sveglia chi deve svegliare,
il can del giardino di rose,
il gallo che sa cantare,
le lavandaie, belle spose.

Entrando nella farina
sveglia il pane, fin dentro il forno,
squillasse in campi di brina,
di pane riempirebbe il mondo.

Passando a una casa gialla
che l’uomo dice inabitata
turba un’occulta farfalla
dentro un solaio addormentata.

Va il suo cavallo mancino
con una zampa chiotta chiotta:
sovra il lastrico, argentino
il cavallo manritto schiocca.

L’ultimo carro a cavalli
passa al grido del carrettiere,
con strepitosi sonagli,
avanti l’alba, in strade nere.

Seferis – L’ultimo giorno

Seferis

L’ultimo giorno

La giornata era fosca. Nessuno prendeva decisioni.
Soffiava un vento lieve: «Non è greco, è scirocco» disse qualcuno.
Qualche cipresso magro inchiodato al declivio e il mare grigio,
con lagune di luce, laggiù.
I soldati presentavano le armi quando venne una pioggia fina fina.
«Non è greco, è scirocco»: l’unica decisione che si udì.
Pure, lo sapevamo che l’indomani non avremmo avuto
più nulla, né la donna che beve al nostro fianco il sonno,
né la memoria d’essere stati uomini, una volta,
più nulla, l’indomani. «Questo vento dà l’idea di primavera» mi diceva l’amica
camminandomi a fianco e guardando lontano
«di quella primavera calò improvvisa
d’inverno presso il mare chiuso.
Tanto inattesa. Tanti anni passati. Come
morremo?» Girava una marcia funebre nella pioggia sottile.
Come muore un uomo? Strano, nessuno ci ha pensato.
E per chi ci ha pensato è stata come una reminescenza
di certe vecchie cronache
del tempo dei crociati o della naumachia di Salamina.
Pure la morte è una cosa che succede: come muore un uomo?

Pure la morte ognuno la guadagna, la sua morte che
non è di nessun altro:
questo gioco è la vita.
Declinava la luce sulla giornata fosca. Nessuno
prendeva decisioni.
E l’indomani non avremmo avuto più nulla: una totale
resa; neppure più le nostre mani;
le nostre donne schiave di stranieri alle fontane
e i nostri figli nelle latomie.
Camminandomi a fianco cantava l’amica una canzone mutilata:
«La primavera, e poi l’estate, schiavi…»
Venivano alla mente vecchi maestri che
ci lasciarono orfani.
Una coppia passò chiaccherando:
«La sera m’ha stufato, andiamo a casa,
andiamo a casa a accendere la luce».

Atene, febbraio 1939

Jarolaw Sejfert – L’ultimo giorno

Jarolaw Sejfert

L’ultimo giorno

La giornata era fosca. Nessuno prendeva decisioni.
Soffiava un vento lieve: «Non è greco, è scirocco» disse qualcuno.
Qualche cipresso magro inchiodato al declivio e il mare grigio,
con lagune di luce, laggiù.
I soldati presentavano le armi quando venne una pioggia fina fina.
«Non è greco, è scirocco»: l’unica decisione che si udì.
Pure, lo sapevamo che l’indomani non avremmo avuto
più nulla, né la donna che beve al nostro fianco il sonno,
né la memoria d’essere stati uomini, una volta,
più nulla, l’indomani. «Questo vento dà l’idea di primavera» mi diceva l’amica
camminandomi a fianco e guardando lontano
«di quella primavera calò improvvisa
d’inverno presso il mare chiuso.
Tanto inattesa. Tanti anni passati. Come
morremo?» Girava una marcia funebre nella pioggia sottile.
Come muore un uomo? Strano, nessuno ci ha pensato.
E per chi ci ha pensato è stata come una reminescenza
di certe vecchie cronache
del tempo dei crociati o della naumachia di Salamina.
Pure la morte è una cosa che succede: come muore un uomo?

Pure la morte ognuno la guadagna, la sua morte che
non è di nessun altro:
questo gioco è la vita.
Declinava la luce sulla giornata fosca. Nessuno
prendeva decisioni.
E l’indomani non avremmo avuto più nulla: una totale
resa; neppure più le nostre mani;
le nostre donne schiave di stranieri alle fontane
e i nostri figli nelle latomie.
Camminandomi a fianco cantava l’amica una canzone mutilata:
«La primavera, e poi l’estate, schiavi…»
Venivano alla mente vecchi maestri che
ci lasciarono orfani.
Una coppia passò chiaccherando:
«La sera m’ha stufato, andiamo a casa,
andiamo a casa a accendere la luce».

Atene, febbraio 1939

Fadel Azzaqui – L’ultimo Irak

Fadel Azzaqui
L’ultimo Irak
Ogni notte metto l’Irak sul mio tavolo
pizzico le sue orecchie
finché i suoi occhi lacrimano di gioia.
Un altro inverno freddo invaso dagli aerei
e soldati seduti sul bordo di una collina
che aspettano una Storia che si alzi
dall’oscurità del lago,
un fucile alla mano
che spara angeli
che si esercitano alla rivoluzione.
Ogni notte inetto la mia mano sull’Irak,
che sfugge tra le mie dita
come un soldato che scappa dal fronte

Yorgos Seferis – L’ultimo giorno

Yorgos Seferis

L’ultimo giorno

La giornata era fosca. Nessuno prendeva decisioni.
Soffiava un vento lieve: «Non è greco, è scirocco» disse qualcuno.
Qualche cipresso magro inchiodato al declivio e il mare grigio,
con lagune di luce, laggiù.
I soldati presentavano le armi quando venne una pioggia fina fina.
«Non è greco, è scirocco»: l’unica decisione che si udì.
Pure, lo sapevamo che l’indomani non avremmo avuto
più nulla, né la donna che beve al nostro fianco il sonno,
né la memoria d’essere stati uomini, una volta,
più nulla, l’indomani. «Questo vento dà l’idea di primavera» mi diceva l’amica
camminandomi a fianco e guardando lontano
«di quella primavera calò improvvisa
d’inverno presso il mare chiuso.
Tanto inattesa. Tanti anni passati. Come
morremo?» Girava una marcia funebre nella pioggia sottile.
Come muore un uomo? Strano, nessuno ci ha pensato.
E per chi ci ha pensato è stata come una reminescenza
di certe vecchie cronache
del tempo dei crociati o della naumachia di Salamina.
Pure la morte è una cosa che succede: come muore un uomo?

Pure la morte ognuno la guadagna, la sua morte che
non è di nessun altro:
questo gioco è la vita.
Declinava la luce sulla giornata fosca. Nessuno
prendeva decisioni.
E l’indomani non avremmo avuto più nulla: una totale
resa; neppure più le nostre mani;
le nostre donne schiave di stranieri alle fontane
e i nostri figli nelle latomie.
Camminandomi a fianco cantava l’amica una canzone mutilata:
«La primavera, e poi l’estate, schiavi…»
Venivano alla mente vecchi maestri che
ci lasciarono orfani.
Una coppia passò chiaccherando:
«La sera m’ha stufato, andiamo a casa,
andiamo a casa a accendere la luce».

Atene, febbraio 1939

Fadel Azzoqui – Ultimo Irak

Fadel Azzoqui

L’ultimo Irak

 

Ogni notte metto l’Irak sul mio tavolo

pizzico le sue orecchie

finché i suoi occhi lacrimano di gioia.

Un altro inverno freddo invaso dagli aerei

e soldati seduti sul bordo di una collina

che aspettano una Storia che si alzi

dall’oscurità del lago,

un fucile alla mano

che spara angeli

che si esercitano alla rivoluzione.

Ogni notte metto la mia mano sull’Irak,

che sfugge tra le mie dita

come un soldato che scappa dal fronte