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Francesco Berni – Sonetto di Papa Clemente [VII]

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Francesco Berni

 Sonetto di Papa Clemente [VII]

[contro l’accordo]

 

[Roma, 1527]

 

Può far il ciel però, papa Clemente,
ciò è papa castron, papa balordo,
che tu sie diventato cieco e sordo,
et abbi persi tutti i sentimenti?
Non vedi tu, non odi o non senti
che costor voglion teco far l’accordo
per ischiacciarte il capo come al tordo,
co i lor prefati antichi trattamenti?
Egli è universale oppenione
che sotto queste carezze et amori

 ei ti daran la pace di Marcone’.

Ma so ben io, gli Iacopi e’ Vettori,
Filippo, Baccio, Zanobi e Simone,
e’ compagni di corte e cimatori’,
vogliono e lor lavori
poter mandare alle fiere e a’ mercati,
e non fanno per lor questi soldati.
Voi, domini imbarcati’,
Renzo, Andrea d’Oria e Conte di Gaiazzo’,
vi menarete tutti quanti il cazzo
il papa andrà a solazzo
il sabbato alla vigna o a Belvedere,
e sguazzarà che sarà un piacere.
Voi starete a vedere;
che è e che non è, una mattina
ci sarà fatto a tutti una schiavina
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Francesco Berni – Sonetto al signor D’Arimini

 

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Francesco Berni

 

Sonetto al signor D’Arimini

 

 

[contro Sigismondo Malatesta]

 

[1527)

 Empio signor’, che della robba altrui

lieto ti vai godendo e del sudore,
venir ti possa un cancaro nel cuore,
che ti porti di peso a i regni bui.
E venir possa un cancaro a colui
che di quella città ti fé signore;
e se gli è altri che ti dia favore,
possa venir un cancaro anche a lui.,
Ch’io ho voglia de dir, se fusse Cristo
che consentisse a tanta villania,
non potrebb’esser che non fusse un tristo.
Or tiènla, col malan che Dio te dia,
quella, e ciò che tu hai di mal acquisto:
che un di mi renderai la robba mia.
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Francesco Berni – Sonetto

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Francesco Berni
Sonetto

A Papa Chimente [VII Malato]

[Febbraio-marzo 15291

Fate a modo de un vostro servidore,
el qual vi dà consigli sani e veri:
non vi lassate metter più cristieri,
che, per Dio, vi faranno poco onore.
Padre santo, io vel dico mo’ de cuore:
costor son macellari e mulattieri,
e vi tengon nel letto volentieri,
perché si dica: « Il papa ha male, e’ more ».
E che son forte dotti in Galieno
per avervi tenuto all’ospitale,
senza esser morto, un mese e mezzo almeno.
E fanno mercanzia del vostro male:
han sempre il petto di polizze pieno,
scritte a questo e a quell’altro cardinale.
Pigliate un orinale,
e date lor con esso nel mostaccio:
levate noi di noia, e voi d’impaccio.

Francesco Berni – Sonetto delle puttane

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Francesco Berni

Sonetto delle puttane
[1518?]

Un dirmi ch’io gli presti e ch’io gli dia
or la veste, or l’anello, or la catena,
e, per averla conosciuta a pena,
volermi tutta tór la robba mia;
un voler ch’io gli facci compagnia,
che nell’inferno non è maggior pena,
un dargli desinar, albergo e cena,
come se l’uom facesse l’osteria;
un sospetto crudel del mal franzese,
un tór danari o drappi ad interesso,
per darli, verbigrazia, un tanto al mese;
un dirmi ch’io vi torno troppo spesso;
un’eccellenza del signor marchese,
eterno onor del puttanesco sesso;
un morbo, un puzzo, un cesso,
un toglier a pigion ogni palazzo,
son le cagioni ch’io mi meni il cazzo.

Note

Nato a Lamporecchio, in Val di Nievole, da famiglia fiorentina nel 1497 o 1498, il Berni trascorse a Firenze la prima giovinezza, sino ai vent’anni. Fu poi a Roma presso il Cardinale Bernardo Dovizzi da Bibbiena, suo parente un po’ alla lontana, e presso il nipote di lui

Francesco Berni – Al sonetto del Bembo

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Francesco Berni

Al sonetto del Bembo

Mentre navi e cavalli e schiere armate,
che ‘l ministro di Dio sì giustamente
move, a ripor la misera e dolente
Italia e la sua Roma in libertate,
son cura della vostra alma pietate,
io vo, signor, pensando assai sovente
cose, ond’io queti un desiderio ardente
di farmi conto alla futura etate.
Intanto al volgo mi nascondo e celo
là dove io leggo e scrivo; e ‘n bel soggiorno
partendo l’ore fo piccol guadagno.
Cosa grave non ho dentro e d’intorno:
cerco piacere a lui che regge il cielo;
di duo ani lodo, e di nessun mi lagno.

Contraffa la parodia

Né navi né cavalli o schiere armate,
che si son mosse così giustamente,
posson ancor la misera e dolente
Italia e Roma porre in libertate.
S’è speso tanto ch’è una pietate,
e spenderassi, e spendesi sovente:
mi par ch’abbiamo un desiderio ardente
di parer pazzi alla futura etate.
Onde al vulgo ancor io m’ascondo e celo:
non leggo, e scrivo sempre, e ‘n mal soggiorno
perdendo l’ore, spendo e non guadagno.
Cosa grata non ho dentro o d’intorno:
testimon m’è colui che regge il cielo;
di me sol, non d’altrui mi dolgo e lagno.

Michele Morstabilini – Sonetto degli Alpini

Michele Morstabilini

Sonetto degli Alpini
(Canzoni del prigioniero dei Lager tedeschi)

I
All’otto di Settembre
la radio annunciava
che al quartier Badoglio
la pace confermava
II
E da Badoglio stesso
l’ordin veniva dato
di combattere ad ogni costo
il nemico avanti alleato
III
Ma invece da Fascisti
di sangue sfegatato
l’ordin di Badoglio
veniva annullato
IV
Ma quei di Mussolini
che credevan di contare
finiron dai tedeschi
V
Infine uscì Graziani
con la sua fessa boria
di continuar la guerra
fino alla Vittoria
VI
E noi che d’Italia fummo
soldati fino a ieri
il 9 Settembre
ci hanno fatto prigionieri
VII
E questa fu la sorte
ci siamo rassegnati
e ci portan presto
in Germania internati
VIII
Fu dopo parecchi giorni
che arrivò un bandito
e ci invitò ad essere
soldati di Benito
IX
Quei che non ci pensaron
e furon creduloni
li han presto accolti
e fatti i battaglioni
X
Armati di cannoni
fucili e parabelli
li han mandati subito
a combatter contro i loro fratelli
XI
E noi perché ci han visti
a maledire loro
ci hanno aggiogati
al carro e avviati al lavoro
XII
Ci fecero fare lavori nobili
ed anche gli spazzini
ma sulla schiena
fummo targati gli IMI
XIII
Non fu per tutto questo
che perdemmo l’orgoglio
se per strada i Tedeschi
gridavan raus Badoglio
XIV
Ma tosto passa il tempo
di far con noi gli indiani
quando cominciar sopra
venir gli americani
XV
Ecco passato il tempo
dei bei divertimenti
e cominciaron per film e teatri
dei gran bombardamenti
XVI
E già da tempo addietro
da qualche mese fino ieri
hanno incominciato a dire
ja es bose Krieg ferì
XVII
E a noi che propaganda
faceva il camerat
ma solo sul capitolo portava
il nemico in ritirata
XVIII
Se poi si legge il seguito
si sente verità
che già il nemico avanza
con gran velocità
XIX
Se i ribelli occupano
D’Italia i confini
Como gli altri gridano i
A morte Mussolini
XX
Non appena il Duce
entrò in agonia
da Berlino Hitler
parte in compagnia
XXI
E dopo poco
con grande delusione
il popolo tedesco chiede
agli alleati la capitolazione
XXII
Ormai popolo barbaro
e potente fino a ieri
i tuoi figli sono tutti condannati
e fatti prigionieri

Tratto da

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Oscar Wilde – Sonetto alla Libertà

Oscar Wilde

Sonetto alla Libertà

Non ch’io ami i tuoi figli le cui opache pupille

Nulla vedono se non le loro pene volgari,

La cui mente nulla sa, nulla aspira a sapere:

Ma il rugghio delle tue democrazie,

I tuoi regni del Terrore, le tue grandi anarchie

Rispecchiano come il mare le mie piú selvagge passioni

E dànno al mio furore un fratello — Libertà!

Solo per questo le tue grida discordi

Mi deliziano l’anima schiva; se no, tutti i re ben potrebbero

Con sferze cruente o con proditorie cannonate

Spogliare nazioni dei loro diritti inviolabili,

Ch’io resterei indifferente. Eppure, eppure,

Questi Cristi che muoiono sopra le barricate,

Dio sa s’io sono con loro, in certe cose.