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Bertold Brecht – II ritorno

Bertold Brecht

II ritorno
La mia città, come la troverò?
Seguendo gli sciami dei bombardieri
lo vengo verso casa.
E dove è? Dove le sterminate
montagne di fumo si levano.
Quel che è nelle fiamme, laggiù,
e essa.

La mia città, come mi accoglierà?
Innanzi a me vengono i bombardieri. Sciami mortali
vi annunciano il mio ritorno. Incendi
precedono il figlio.

Canto Navajo – Canto del ritorno dopo una lunga assenza

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Canto Navajo
Canto del ritorno dopo una lunga assenza

Le nuvole indugiavano sul monte,
scrosci di pioggia cadevano ai suoi fianchi,
e tutta la terra era splendida.
Ed egli disse alla sua terra: «Aqualani! »
e una forte nostalgia lo invase
fino alle lacrime.
E così cantò:
Quell’acqua che scorre,
la mia mente la sta attraversando!
Quell’acqua potente,
la mia anima la sta attraversando!
Quell’acqua antica,
la mia mente la sta attraversando!


Corrado Alvaro – Ritorno

Corrado Alvaro
Ritorno

Io non ho colpa, signori
se sono un qualunque passante.
Ho detto i miei canti
tra un sventagliare di finestre.
Allora volevo esser nuovo
per vecchie strade maestre.
Ma adesso tutto il mondo
è una strada per marciare.
Per cogliere i fiori non scavare:
c’è un morto col suo fucile.

Quando il padre ti sgridava
pensa che il sangue grida, non uccide
il tuo pensiero cercava
dove si può fuggire.
Ma ora che sai il mondo
facile a dimenticare,
potessi ritornare
nel tuo borgo infinito.

Arriverai all’improvviso
con la luna che ha fatto abbaiare
i cani nei piani sprofondati
e t’ha tenuto buona compagnia.
L’uscio sarà socchiuso.
Entro la stanza, il balcone
gitta la sua raggiera.
Il lume è spento perché la preghiera
non deve leggerla tua madre.
Quando entra l’uomo che non sa pace
gli porta il lume con la buona sera.

Entrerai. Farai il rumore
che fanno le case in riposo,
dove pesano le pareti
sulle travi non rassegnate
stridendo il loro lamento di cose.
Ti troverai sulla porta,
ancor più basso dell’architrave.

La madre s’è confusa
con le vecchie masserizie,
con lo staccio appeso a un canto,
col sacco della farina,
col ritratto di te bambino:
ella è un pezzo della sua casa
col respiro delle case in riposo.

Ti guarderà attraverso la luna
come il suo pensiero trasparente
e non ti troverà mutato.

Pablo Neruda – Inno e ritorno

Pablo Neruda
Cile

Inno e ritorno

Patria, patria mia, a te volgo il mio sangue.
Ma t’invoco, come fa con la madre il bambino
pieno di pianto.
Accogli questa chitarra cieca
e questa fronte perduta.

Andai a cercarti figli per la terra,
andai a sollevare i caduti col tuo nome di neve,
andai a fare una casa col tuo legno puro,
andai a portare la tua stella a eroi feriti.

E ora voglio dormire nella tua sostanza.
Dammi la tua chiara notte di penetranti corde
la tua notte di nave, la tua altezza di stella.

Patria mia: voglio mutare d’ombra.
Patria mia: voglio cambiare di rosa.
Voglio mettere il mio braccio nella tua esile cintura
e sedermi sulle pietre calcinate dal mare
per fermare il grano e guardarlo dentro.

Vado a scegliere la magra flora del nitrato,
vado a filare lo stame glaciale della campana,
e guardando la tua nobile e solitaria schiuma,
tesserò un ramo marino alla tua bellezza.

Patria, mia patria
tutta circondata d’acqua in lotta
e neve combattuta,
in te si unisce l’aquila allo zolfo,
e nella tua mano antartica d’ermellino e di zaffiro
una goccia di pura luce umana
brilla bruciando il cielo nemico.
Salva la tua luce, o patria, mantieni
la tua dura spiga di speranza
in mezzo alla cieca aria temibile.

Nella tua remota terra è caduta
tutta questa difficile luce,
questo destino degli uomini,
che ti fa difendere un fiore misterioso,
solo, nell’immensità dell’America addormentata.