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Charles Boudelaire – Poesie

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Charles Boudelaire

« Questo libro, il cui titolo: Les Fleurs du mal,
dice tutto, è rivestito di una bellezza sinistra e fredda..
.È stato fatto con furore e pazienza »
(lettera di Charles Baudelaire alla madre

Charles Boudelaire
La Morte

La Morte degli amanti

Avremo letti pieni di profumi
lievissimi, divani come tombe
profondi, e su scaffali strani fiori
schiusi per noi sotto cieli piú belli.
Usando poi le estreme fiamme a gara,
i nostri cuori saranno due fiaccole
superbe, che le loro doppie luci
rifletteranno dentro i nostri spiriti,
questi specchi gemelli. In una sera
fatta di rosa e di un azzurro mistico,
ci scambieremo un unico baleno,
come un singhiozzo lungo, denso, pieno
di addii. Piú tardi un Angelo, le porte
dischiudendo, verrà, lieto e fedele,
per ravvivare gli appannati specchi
e risvegliar le nostre fiamme morte.
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La Morte dei poveri

La Morte, ahimè, consola e dà la vita:
è il fine all’esistenza ed è la sola
speranza che ci esalta e che ci inebria,
come elisir, donandoci il coraggio
di camminare fino a sera; è luce
che trema all’orizzonte nostro oscuro,
in mezzo alla tempesta, fra la neve
e la brina; è l’ottima locanda
indicata sul libro, ove sedersi,
mangiare, si potrà, dormire; è un Angelo
che regge nelle sue dita magnetiche
l’urna del sonno e il dono dell’estatico
sognare, e che rifà alla gente misera
e nuda il letto; degli Dei è la gloria,
è il mistico granaio, è d’ogni povero
la borsa e la sua patria antica, è il portico
aperto sopra i Cicli sconosciuti.
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La Morte degli artisti

Quante, ma quante volte dovrò scuotere
i miei sonagli, e la tua fronte bassa,
caricatura triste e malinconica,
dovrò baciare? Per colpire il segno,
di mistica natura, o mio turcasso,
quanti mai giavellotti dovrò perdere?
Nelle trame ingegnose la nostra anima
logoreremo e piú d’un’armatura
pesante noi consumeremo prima
di contemplare la Creatura immensa
della quale ci colma di singhiozzi
un infernale desiderio. Esiste
chi il suo idolo mai conobbe, e a questi
scultori condannati, dallo scorno
marchiati, i quali vanno martellandosi
la fronte e il petto, solo una speranza
rimane, strano e cupo Campidoglio:
che la Morte, sospesa in alto come
un nuovo sole si solleva, faccia
sbocciare i fiori del loro cervello !
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La Fine del giorno

Sotto una luce scialba
corre, danza, si torce
senza ragione la Vita
chiassosa ed impudente.
Così, appena la notte
sull’orizzonte si leva,
placando voluttuosa
tutto, perfino la fame,
lavando tutto, perfino
l’onta, il Poeta si dice:

"Ardentemente il riposo
spirito e vertebre ormai
invocano. Con il cuore
pieno di funebri sogni,
mi stenderò, nelle vostre
cortine tutto ravvolto,
o tenebre rinfrescanti!"

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Il Sogno di un curioso

A F. N.
Gustare, come me, tu sai il dolore
saporito, e di te fai che si dica:
"che uomo singolare!"
Ero sul punto
di morire. Si univano nell’anima
innamorata un desiderio misto
d’orrore, un singolare male; angoscia
e vivida speranza, senza umori
di ribellione. Piú andava vuotandosi
la clessidra fatale, piú la mia
tortura m’era aspra e deliziosa;
al mondo familiare tutto il cuore
si strappava. Ero come il bimbo avido
di ciò che vede sulla scena, e che odia
il sipario, un ostacolo. Alla fine
la fredda verità si rivelò:
ero già morto, non sapevo come,
e mi avvolgeva la tremenda aurora.
E come, è tutto qui? La giú la tela
era levata, ed attendevo ancora.
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Domenico Predonzani – La vita dell’assedià

Domenico Predonzani
La vita dell’assedià
1
Alla mattina quando mi vesto
Caffè amaro devo magnà.
Alle 9 se sento un estro
Un tocco zibo vado a zerecà
Fra le lelle tra le la la
Pulise e pedoci devo gratà
2
A mezzo giorno il cavallino
In gulas o in brodo devo mforcà
D’acqua pura o caffè amaro
Per tanta sede devo ingoià
Fra le la lelle tra le la la
o panza o culo devo gratà
Al dopo pranzo gnente
E sin la sera devo aspetà
Orzo e patate senza […* devo magnà
Fra le la lelle tra le la la
E tutto questo mal cusinà
3
Col domino e 4 ciacole
Passo la sera de disperà
E alla note fra tanto affanno
In sulla paia me grato l’ano
Fra le la lelle tra le la la
Russa dequà e russa dellà
"Tutta la vita son…..
4
E zibo mezzo brasà
Granate e Srapnel
… es pe fumà
Quesa è la vita dell’assedià
Grata de qua grata de là
Pedoci grandi in quantità
Tra le la lelle tra lr lallà

Tratto da
Poesie dal fronte
Nodo Libri

Pier Paolo Pasolini – Poesie mondane

Pier Paolo Pasolini

Poesie mondane

Ci vediamo in proiezione, ed ecco
la città, in una sua povera ora nuda,
terrificante come ogni nudità.
Terra incendiata il cui incendio
spento stasera o da millenni,
è una cerchia infinita di ruderi rosa,
carboni e ossa biancheggianti, impalcature
dilavate dall’acqua e poi bruciate
da nuovo sole. La radiosa Appia
che formicola di migliaia di insetti
– gli uomini d’oggi – i neorealistici
ossessi delle Cronache in volgare.
Poi compare Testaccio, in quella luce
di miele proiettata sulla terra
dall’oltretomba. Forse è scoppiata,
la Bomba, fuori dalla mia coscienza.
Anzi, è così certamente. E la fine
del Mondo è già accaduta: una cosa
muta, calata nel controluce del crepuscolo.
Ombra, chi opera in questa èra.
Ah, sacro Novecento, regione dell’anima
in cui l’Apocalisse è un vecchio evento!
Il Pontormo con un operatore
meticoloso, ha disposto cantoni
di case giallastre, a tagliare
questa luce friabile e molle,
che dal cielo giallo si fa marrone
impolverato d’oro sul mondo cittadino…
e come piante senza radice, case e uomini,
creano solo muti monumenti di luce
e d’ombra, in movimento: perché
la loro morte è nel loro moto.
Vanno, come senza alcuna colonna sonora,
automobili e camion, sotto gli archi,
sull ‘asfalto, contro il gasometro,
nell’ora, d’oro, di Hiroscima,
dopo vent’anni, sempre più dentro
in quella loro morte gesticolante: e io
ritardatario sulla morte, in anticipo
sulla vita vera, bevo l’incubo
della luce come un vino smagliante.
Nazione senza speranze! L’Apocalisse
esploso fuori dalle coscienze
nella malinconia dell’Italia dei Manieristi,
ha ucciso tutti: guardateli – ombre
grondanti d’oro nell’oro dell’agonia.

Aleksandr Blok – Firenze- 7 poesie

Aleksandr Blok

Firenze- 7 poesie

" Firenze."
Muori, Firenze, Giuda,
svanisci nelle tenebre dei secoli!
Ti scorderò nell’ora dell’amore,
non sarò con te nell’ora della morte!
O bella, deridi te stessa,
hai perduta l’antica leggiadria!
Da una putrida grinza sepolcrale
sono alterate le tue fattezze!
Ansano le tue automobili,
mostruose sono le tue case,
alla gialla polvere d’Europa
tu stessa ti sei consegnata!
Tintinnano i bicicli nella polvere
là dove fu bruciato il santo monaco,
dove Leonardo scrutava le tenebre
ed il Beato sognava azzurri sogni!
Tu impensierisci gli sfarzosi Medici,
vai calpestando i tuoi gigli,
ma non puoi rianimarti nella polvere
di questo pigia pigia mercantile!
Gemito strascicato di una messa nasale
e odore cadaverico di rose nelle chiese
-peso smisurato dell’angoscia –
dissolviti nei secoli purificatori!
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maggio- giugno 1909
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Firenze, sei un iride soave.
Per chi tutto il giorno ho languito
di un amore lungo, disperato
nella polvere delle Cascine?
Oh, è dolce ricordare lo sconforto:
sognare e vivere nei tuoi recessi;
ridursi nell’antica tua calura,
nella mitezza del cuore che invecchia…
Ma è destinato che ci si divida,
e attraverso lontane contrade
sognerò le tue iridi fumose,
come la mia prima giovinezza.
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giugno 1909
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Una lunga, placida passione
al mio animo s’apprende,
l’iride fumosa, iride soave,
rivolo di fragranza,
mi ingiunge di passare tutti i fiumi
con vele gonfie d’aria,
mi ingiunge di sommergermi per sempre
in questi cieli vespertini, e quando
mi sarò abbandonato alla calura,
la calura azzurra della sera
mi trascinerà via con un’onda
azzurra nell’azzurro.
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giugno 1909
****************************************­******
Bruciano le pietre incandescenti
il mio sguardo febbrile.
Fumose iridi in fiamme
sembra che stiano per volare.
Oh, desolazione irrimediabile,
io ti conosco a memoria!
Nel nero cielo d’Italia
mi specchio con l’anima nera.
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giugno 1909
**********************
Finestre di logge sul nero cielo,
e un riflettore sul palazzo antico.
Eccola, passa, adorna di rabeschi,
con un sorriso sul volto abbronzato.
Ed il vino già intorbida il mio sguardo,
come fuoco dilaga per le vene…
Che debbo cantarvi stasera,signora,
perchè siano dolci i vostri sogni?
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giugno 1909
***************************+
Nella’accidia del caldo fiorentino
sono più poveri i tuoi sentimenti;
tacciono gli scalini delle chiese,
senza gaiezza germogliano i fiori.
Risparmia un briciolo di sentimento,
conserva almeno la bugia creativa:
solo nel lieve battello dell’arte
potrai salpare dal tedio del mondo.
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17 maggio 1909
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Con azzurrognolo fumo
il caldo serale s’innalza,
re delle valli toscane….
Sfiorandoti senza indugiare,
come un pipistrello si lancia
sotto un lampione di strada….
Ed ecco già nelle valli
una gran folla di fuochi,
e nelle vetrine in risposta
un luccicare di gemme,
celano le montagne la città
nelle loro tenebre azzurrine,
ed i signori traggono diletto
da una canzone triviale….
L’iride polverosa esala fumo,
e spumeggia d’una lieve spuma
un boccale di Lacrime di Cristo…
Intreccia balli e mettiti a cantare
al banchetto, Firenze traditrice,
con la ghirlanda di rose bruciate!…
Fammi impazzire con una canzone
intorno a un amore fedele,
e rendi insonne la notte,
e strappa le corde, e percuoti
il tuo tamburello sonoro,
nascondendo i singhiozzi!
In un deserto vicolo si affligge,
si affligge la tua anima….
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agosto 1909
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Renato Fucini – Poesie 1

Renato Fucini

Da: Ombre, XX.

Somiglianza

Una goccia di pioggia e una di pianto,
Per caso, un dì, si ritrovano accanto.

Le vide il Sole e, co’ suoi raggi ardenti,
Pronto le fuse e le disperse ai venti.

*****

Da: Ombre, XXIX.

Gocce di pioggia

Due gocce, su, dagli alti cirri bianchi,
Cadute insiem d’un’alpe in su la sella,
Gemean, balzando per gli opposti fianchi:
– Al mar lontano, al mare! Addio, sorella.-

Renato Fucini – Poesie 2

Renato Fucini

Da: Ombre, VII.

La Terra e l’Uomo

L’Uomo alla Terra: – O madre, o grande, o buona,
O generosa madre, io dal tuo seno
Tutta trassi e nutrii la mia persona,
E tutto, in cambio, il mio vigor ti diedi
Per fecondarti.

Or vecchio e curvo e di stanchezza pieno,
Che cosa, o madre, posso darti? Chiedi.-
La Terra all’Uomo, aprendo ampia una fossa:
– Vieni, rendimi l’ossa.-

*****

Da: Ombre, VIII.

Alfa e Omega

Baci e carezze, quando nacque; fiori,
Quando morì, gli dier le genti, a gara.

Argini saldi a un fiume di dolori
Son la culla e la bara.

*****

Da: Ombre, XI.

Vecchio sepolcro

– Nacque e morì.- Parla una pietra antica
Verde di musco, tra i rovi e l’ortica.

Senza mentire, il breve scritto dice:
– Ei fu buono e felice.-

*****

Da: Ombre, XIX.

Salci piangenti

Non è ver che si pianga per i morti
Noi salici piangenti.

Piangiamo sulle sorti
Di voi soltanto, miseri viventi!

“Ulisse” – Rastrellamento

“Ulisse”

Rastrellamento
Lente vengono le donne
a piangere le fughe degli uomini
dai casolari incustoditi
e tra i capelli scarmigliati
le mani scarne inseguono
una tragedia inesausta.
I bimbi nei cortili solitari
si lamentano lentamente
come se cantassero; il cane
li ascolta dimenando la coda.
Gli uomini fuggiti nei boschi
scavano le tane
nel silenzio implacabile,
covano la vendetta.

Dino Campana – Si sente suon di tamburi

Dino Campana

Si sente suon di tamburi

Si sente suon di tamburi alle porte della città
Al Pasckowki è un dolce noioso sereno sulla vecchia pietra
col vento che mette in follia le bandiere.
Le signorine del magistero siedono con noi giovani poeti che sciegliamo l’aviazione.
I camerieri a pause lente camminano stanchi.
Oltr’Arno si affaccia un cielo sovraccarico di vecchissimi nuvoli
Tra le loggie e le dolci parole Firenze arieggia una mascherata di nudo di bianco e di viola col sole delle bandiere
verdi verdi verdi

Alida Maria Sessa — La nigeriana

Alida Maria Sessa

La nigeriana

Sulla variante, fin dalle nove del mattino,
la nigeriana dagli occhi d’olio nero
si fa colonizzare da camionisti impiegati ragionieri
e da un farmacista di paese, il più gentile,
che la chiama «escargot» per come s’arriccia
sul bordo della strada quando è stanca
di sventagliare gambe d’ebano polito.
Scarpette trampolino rosso fuoco
su una strada che tutti corrono per niente.
«Escargot, mettiti così… fammi vedere,
la mia vacca di colore…» Poi le regala
profilattici ed un sermone. Tutto aggratis.
Altri vengono. Insultano. Provano a non pagare.
Tanto lei è una bambina di colore,
mica la carne delicata delle slave,
poco più di una bestia da montare,
una merce da provare. L’ultimissima
moda dell’estate.
I carrubba fanno su e giù. Non ci vanno leggeri
a minacciare. Slacciano appena colletto e pantaloni
poi la sirena, la sgommata cattiva e se ne vanno.
Lei sorride, come sempre. Uno smagliante
bianco, a mandolino,
sotto il cestino crespo dei capelli.

Poesie dell’esilio – Maria Jatosti

Parte di queste poesie qui pubblicate

Sono tratte da un bellissimo libro

“Poesie dell’esilio”

Curate da Maria Jatosti

Ed edito da

Casa dei Diritti Sociali

Roma

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