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Federico Garcia Lorca – Canzone d’Autunno

Federico Garcia Lorca

Canzone d’Autunno

Oggi sento nel cuore
un vago tremore di stelle,
ma il mio sentiero si perde
nell’anima della nebbia.
La luce mi spezza le ali
e il dolore della mia tristezza
bagna i ricordi
alla fonte dell’idea.
*
Tutte le rose sono bianche,
bianche come la mia pena,
e non sono le rose bianche,
perché ci ha nevicato sopra.
Prima ci fu l’arcobaleno.
Nevica anche sulla mia anima.
La neve dell’anima ha
fiocchi di baci e di scene
che sono affondate nell’ombra
o nella luce di chi le pensa.
*
La neve cade dalle rose,
ma quella dell’anima resta
e l’artiglio degli anni
ne fa un sudario.
*
Si scioglierà la neve
quando moriremo?
O ci sarà altra neve
e altre rose piú perfette?
Scenderà la pace su di noi
come c’insegna Cristo?
O non sarà mai possibile
la soluzione del problema?
*
E se l’amore c’inganna?
Chi animerà la nostra vita
se il crepuscolo ci sprofonda
nella vera scienza
del Bene che forse non esiste
e del Male che batte vicino?
*
Se la speranza si spegne
e ricomincia Babele
che torcia illuminerà
le strade della Terra?
*
Se l’azzurro è un sogno,
che ne sarà dell’innocenza?
Che ne sarà del cuore
se l’Amore non ha frecce?
*
Se la morte è la morte,
che ne sarà dei poeti
e delle cose addormentate
che piú nessuno ricorda?
O sole della speranza!
Acqua chiara! Luna nuova!
Cuori dei bambini!
Anime rudi delle pietre!
Oggi sento nel cuore
un vago tremore di stelle
e tutte le rose sono
bianche come la mia pena.

Federico Garcia Lorca – Canzone d’Autunno

Federico Garcia Lorca

Canzone d’Autunno

Oggi sento nel cuore
un vago tremore di stelle,
ma il mio sentiero si perde
nell’anima della nebbia.
La luce mi spezza le ali
e il dolore della mia tristezza
bagna i ricordi
alla fonte dell’idea.
*
Tutte le rose sono bianche,
bianche come la mia pena,
e non sono le rose bianche,
perché ci ha nevicato sopra.
Prima ci fu l’arcobaleno.
Nevica anche sulla mia anima.
La neve dell’anima ha
fiocchi di baci e di scene
che sono affondate nell’ombra
o nella luce di chi le pensa.
*
La neve cade dalle rose,
ma quella dell’anima resta
e l’artiglio degli anni
ne fa un sudario.
*
Si scioglierà la neve
quando moriremo?
O ci sarà altra neve
e altre rose piú perfette?
Scenderà la pace su di noi
come c’insegna Cristo?
O non sarà mai possibile
la soluzione del problema?
*
E se l’amore c’inganna?
Chi animerà la nostra vita
se il crepuscolo ci sprofonda
nella vera scienza
del Bene che forse non esiste
e del Male che batte vicino?
*
Se la speranza si spegne
e ricomincia Babele
che torcia illuminerà
le strade della Terra?
*
Se l’azzurro è un sogno,
che ne sarà dell’innocenza?
Che ne sarà del cuore
se l’Amore non ha frecce?
*
Se la morte è la morte,
che ne sarà dei poeti
e delle cose addormentate
che piú nessuno ricorda?
O sole della speranza!
Acqua chiara! Luna nuova!
Cuori dei bambini!
Anime rudi delle pietre!
Oggi sento nel cuore
un vago tremore di stelle
e tutte le rose sono
bianche come la mia pena.

Federico García Lorca. – La chitarra

Federico García Lorca.
La chitarra
Incomincia il piantodella chitarra.
Si rompono le coppe dell’alba.
Incomincia il pianto
della chitarra.
È inutile
farla tacere.
È impossibile
farla tacere.
Piange monotona
come piange l’acqua,
come piange il vento
sulla neve.
È impossibile
farla tacere.
Piange per cose
lontane.
Arena del caldo meridione
che chiede camelie bianche.
Piange freccia senza bersaglio
la sera senza domani
e il primo uccello morto
sul ramo.
Oh, chitarra,
cuore trafitto
da cinque spade!

Federigo Garcia Lorca – Congedo

Federigo Garcia Lorca
Congedo
Se muoio,lasciate il mio balcone aperto.
*
Il bambino mangia arance.
(Dal mio balcone lo vedo).
*
Il mietitore taglia il grano.
(Dal mio balcone lo sento).
*
Se muoio,
lasciate il mio balcone aperto.

Federico García Lorca . Lamento per Ignacio Sánchez Mejías – 1 Il cozzo e la morte

Federico García Lorca

.

Lamento per Ignacio Sánchez Mejías

1

Il cozzo e la morte

Alle cinque della sera.

Eran le cinque in punto della sera.

Un bambino portò il lenzuolo bianco

alle cinque della sera.

Una sporta di calce già pronta

alle cinque della sera.

Il resto era morte e solo morte

alle cinque della sera.

*

Il vento portò via i cotoni

alle cinque della sera.

E l’ossido seminò cristallo e nichel

alle cinque della sera.

Già combatton la colomba e il leopardo

alle cinque della sera.

E una coscia con un corno desolato

alle cinque della sera.

Cominciarono i suoni di bordone

alle cinque della sera.

Le campane d’arsenico e il fumo

alle cinque della sera.

Negli angoli gruppi di silenzio

alle cinque della sera.

Solo il toro ha il cuore in alto!

alle cinque della sera.

Quando venne il sudore di neve

alle cinque della sera,

quando l’arena si coperse di iodio

alle cinque della sera,

la morte pose le uova nella ferita

alle cinque della sera.

Alle cinque della sera.

Alle cinque in punto della sera.

*

Una bara con ruote è il letto

alle cinque della sera.

Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie

alle cinque della sera.

Il toro già mugghiava dalla fronte

alle cinque della sera.

La stanza s’iridava d’agonia

alle cinque della sera.

Da lontano già viene la cancrena

alle cinque della sera.

Tromba di giglio per i verdi inguini

alle cinque della sera.

Le ferite bruciavan come soli

alle cinque della sera.

E la folla rompeva le finestre

alle cinque della sera.

Alle cinque della sera.

Ah, che terribili cinque della sera!

Eran le cinque a tutti gli orologi!

Eran le cinque in ombra della sera!

Federico García Lorca . Lamento per Ignacio Sánchez Mejías – 2 Il sangue versato

Federico García Lorca

.

Lamento per Ignacio Sánchez Mejías

2

Il sangue versato

Non voglio vederlo!

Di’ alla luna che venga,

ch’io non voglio vedere il sangue

d’Ignazio sopra l’arena.

Non voglio vederlo!

La luna spalancata.

Cavallo di quiete nubi,

e l’arena grigia del sonno

con salici sullo steccato.

Non voglio vederlo!

Il mio ricordo si brucia.

Ditelo ai gelsomini

con il loro piccolo bianco!

Non voglio vederlo!

La vacca del vecchio mondo

passava la sua triste lingua

sopra un muso di sangue

sparso sopra l’arena,

e i tori di Guisando,

quasi morte e quasi pietra,

muggirono come due secoli

stanchi di batter la terra.

No.

Non voglio vederlo!

Sui gradini salì Ignazio

con tutta la sua morte addosso.

Cercava l’alba,

ma l’alba non era.

Cerca il suo dritto profilo,

e il sogno lo disorienta.

Cercava il suo bel corpo

e trovò il suo sangue aperto.

Non ditemi di vederlo!

Non voglio sentir lo zampillo

ogni volta con meno forza:

questo getto che illumina

le gradinate e si rovescia

sopra il velluto e il cuoio

della folla assetata.

Chi mi grida d’affacciarmi?

Non ditemi di vederlo!

Non si chiusero i suoi occhi

quando vide le corna vicino,

ma le madri terribili

alzarono la testa.

E dagli allevamenti

venne un vento di voci segrete

che gridavano ai tori celesti,

mandriani di pallida nebbia.

Non ci fu principe di Siviglia

da poterglisi paragonare,

né spada come la sua spada

né cuore così vero.

Come un fiume di leoni

la sua forza meravigliosa,

e come un torso di marmo

la sua armoniosa prudenza.

Aria di Roma andalusa

gli profumava la testa

dove il suo riso era un nardo

di sale e d’intelligenza.

Che gran torero nell’arena!

Che buon montanaro sulle montagne!

Così delicato con le spighe!

Così duro con gli speroni!

Così tenero con la rugiada!

Così abbagliante nella fiera!

Così tremendo con le ultime

banderillas di tenebra!

Ma ormai dorme senza fine.

Ormai i muschi e le erbe

aprono con dita sicure

il fiore del suo teschio.

E già viene cantando il suo sangue:

cantando per maremme e praterie,

sdrucciolando sulle corna intirizzite,

vacillando senz’anima nella nebbia,

inciampando in mille zoccoli

come una lunga, scura, triste lingua,

per formare una pozza d’agonia

vicino al Guadalquivir delle stelle.

Oh, bianco muro di Spagna!

Oh, nero toro di pena!

Oh, sangue forte d’Ignazio!

Oh, usignolo delle sue vene!

No.

Non voglio vederlo!

Non v’è calice che lo contenga,

non rondini che se lo bevano,

non v’è brina di luce che lo ghiacci,

né canto né diluvio di gigli,

non v’è cristallo che lo copra d’argento.

No.

Io non voglio vederlo!!

Federico García Lorca . Lamento per Ignacio Sánchez Mejías 3 Corpo presente

Federico García Lorca

.

Lamento per Ignacio Sánchez Mejías

3

Corpo presente

La pietra è una fronte dove i sogni gemono

senz’aver acqua curva né cipressi ghiacciati.

La pietra è una spalla per portare il tempo

Con alberi di lagrime e nastri e pianeti.

*

Ho visto piogge grigie correre verso le onde

alzando le tenere braccia crivellate

per non esser prese dalla pietra stesa

che scioglie le loro membra senza bere il sangue.

*

Perché la pietra coglie semenze e nuvole,

scheletri d’allodole e lupi di penombre,

ma non dà suoni, né cristalli, né fuoco,

ma arene e arene e un’altra arena senza muri.

*

Ormai sta sulla pietra Ignazio il ben nato.

Ormai è finita. Che c’è? Contemplate la sua figura:

la morte l’ha coperto di pallidi zolfi

e gli ha messo una testa di scuro minotauro.

*

Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.

Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,

e l’Amore, imbevuto di lacrime di neve,

si riscalda in cima agli allevamenti.

*

Cosa dicono? Un silenzio putrido riposa.

Siamo con un corpo presente che sfuma,

con una forma chiara che ebbe usignoli

e la vediamo riempirsi di buchi senza fondo.

*

Chi increspa il sudario? Non è vero quel che dice!

Qui nessuno canta, né piange nell’angolo,

né pianta gli speroni né spaventa il serpente:

qui non voglio altro che gli occhi rotondi

per veder questo corpo senza possibile riposo.

*

Voglio veder qui gli uomini di voce dura.

Quelli che domano cavalli e dominano i fiumi:

gli uomini cui risuona lo scheletro e cantano

con una bocca piena di sole e di rocce.

*

Qui li voglio vedere. Davanti alla pietra.

Davanti a questo corpo con le redini spezzate.

Voglio che mi mostrino l’uscita

per questo capitano legato dalla morte.

*

Voglio che mi insegnino un pianto come un fiume

ch’abbia dolci nebbie e profonde rive

per portar via il corpo di Ignazio e che si perda

senza ascoltare il doppio fiato dei tori.

*

Si perda nell’arena rotonda della luna

che finge, quando è bimba dolente, bestia immobile;

si perda nella notte senza canto dei pesci

e nel bianco spineto del fumo congelato.

*

Non voglio che gli copran la faccia con fazzoletti

perché s’abitui alla morte che porta.

Vattene, Ignazio. Non sentire il caldo bramito.

Dormi, vola, riposa. Muore anche il mare!

Federico García Lorca – Lamento per Ignazio Sanchez Mejias – 4° Anima assente

Federico García Lorca

LAMENTO PER IGNACIO SÁNCHEZ MEJÍAS

4

Anima assente

Non ti conosce il toro né il fico,

né i cavalli né le formiche di casa tua.

Non ti conosce il bambino né la sera

perché sei morto per sempre.

*

Non ti conosce il dorso della pietra,

né il raso nero dove ti distruggi.

Non ti conosce il tuo ricordo muto

perché sei morto per sempre.

*

Verrà l’autunno con conchiglie,

uva di nebbia e monti aggruppati,

ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi

perché sei morto per sempre.

*

Perché sei morto per sempre,

come tutti i morti della Terra,

come tutti i morti che si scordano

in un mucchio di cani spenti.

*

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.

Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.

L’insigne maturità della tua conoscenza.

Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.

La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

*

Tarderà molto a nascere, se nasce,

un andaluso così chiaro, così ricco d’avventura.

Io canto la sua eleganza con parole che gemono

e ricordo una brezza triste negli ulivi.

Federigo Garcia Lorca – Il pugnale

Federigo Garcia Lorca

Il pugnale

Il pugnale
entra nel cuore,
come il vomere dell’aratro
nella terra.

No.
Non pugnalarmi.
No.

Il pugnale,
come un raggio di sole,
incendia le terribili
profondità.

No.
Non pugnalarmi.
No.

Federico Garcia Lorca – La vacca ferita

Federico Garcia Lorca
La vacca ferita

Si accovacciò la vacca ferita.
Alberi e ruscelli s’arrampicavano sulle sue corna.
Il muso sanguinava nel cielo.
Il suo muso d’api,
sotto il baffo lento della bava.
Un urlo bianco alzò la mattina.
Le vacche morte e le vive,
rossore di luce o miele di stalla,
muggivano con gli occhi socchiusi.
Lo sappiano le radici
e quel bambino che affila il suo temperino
che ormai si possono mangiare la vacca.
In alto impallidiscono
lune e giugulari.
Quattro zampe tremano nel vento.
Lo sappia la luna
e questa notte di rocce gialle:
che ormai se n’è andata la vacca di cenere.
Che se n’andò muggendo
nella rovina dei cieli rigidi
dove mangiano morte gli ubriachi.