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Giuseppe Giusti – A Dante

Giuseppe Giusti
Sonetti V

A DANTE
La colpa seguirà la parte offesa
In grido, come suol.
DANTE, Paradiso.

Allor che ti cacciò la Parte Nera
Coll’inganno d’un Papa e d’un Francese,
Per giunta al duro esiglio, il tuo Paese
Ti diè d’anima ladra e barattiere.

E ciò perchè la mente alta e severa
Con Giuda a patteggiar non condiscese:
Così le colpe sue torce in offese

Chi ripara di Giuda alla bandiera.

E vili adesso e traditori ed empi
Ci chiaman gli empi, i vili, i traditori,
Ruttando sè, devoti ai vecchi esempi.

Ma tu consoli noi, tanto minori
A te d’affanni e di liberi tempi,
Di cuor, d’ingegno, e di persecutori.
***

Felice te che nella tua carriera
T’avvenne di chiappar la via più trita,
E ti s’affà la scesa e la salita,
E sei omo da bosco e da riviera.

Stamani a Corte, al Circolo stasera
, Domattina a braccetto a un Gesuita ;
Poi ricalcando l’orme della vita,
Doman l’altro daccapo, al sicutera.

Che se codesta eterna giravolta
A chi sogna Plutarco e i vecchi esempi
Il delicato stomaco rivolta,

Va pure innanzi e lascia dir gli scempi,
Che tra la gente arguta e disinvolta
Questo si chiama accomodarsi ai tempi.

***

Se leggi Ricordano Malespini,
Dino Compagni e Giovanni Villani,
i Cronisti Lucchesi ed ‘i Pisani,
Senesi, Pistoiesi, ed Aretini,

Genovesi, Lombardi, Subalpini,
Veneti, Romagnuoli e Marchigiani,
poi Romani e poi Napoletani,
giù giù fino agli ultimi confini,

Vedrai che l’uom di setta è sempre quello:
Pronto a giocar di tutti, e a dire addio
Al conoscente, all’amico e al fratello.

E tutto si riduce, a parer mio, »
(Come disse un poeta di Mugello) •
A dire: esci di lì, ci vo’ star io. »

Giuseppe Giusti – A DANTE

 

Giuseppe Giusti

 

A DANTE
 

 

Allor che ti cacciò la parte Nera
coll’inganno d’un Papa e d’un Francese,
per giunta al duro esiglio, il tuo paese
ti diè d’anima ladra e barattiera:
e ciò perché la mente alta e severa
con Giuda a patteggiar non condiscese:
così le colpe sue torce in offese
chi ripara di Giuda alla bandiera.
E vili adesso e traditori ed empi
ci chiaman gli empi i vili i traditori,
ruttando sé devoti ai vecchi esempi.
Ma tu consoli noi, tanto minori
a te d’affanni e di liberi tempi,
di cuor, d’ingegno, e di persecutori.

Giuseppe Giusti – LE MEMORIE DI PISA

Giuseppe Giusti

LE MEMORIE DI PISA
Sempre nell’anima
mi sta quel giorno,
che con un nuvolo
d’amici intorno,
d’«Eccellentissimo»
comprai divisa,
e malinconico
lasciai di Pisa
la baraonda
tanto gioconda.
Entrai nell’Ussero
stanco affollato;
e a venti l’ultimo
caffè pagato,
saldai sei paoli
d’un vecchio conto;
e poi sul trespolo
lì fuori pronto,
partii col muso
basso e confuso.
Quattro anni in libera
gioia volati
col senno ingenito
agli scapati!
Sepolti i soliti
libri in un canto,
s’apre, si cómpita,
e piace tanto,
di prima uscita
quel della vita!
Bevi lo scibile
tomo per tomo,
sarai chiarissimo
senz’esser uomo.
Se in casa eserciti
soltanto il passo,
quand’esci, sdruccioli
sul primo sasso.
Dal fare al dire
oh! v’è che ire!
Scusate: io venero,
se ci s’impara,
tanto la cattedra
che la bambara:
se fa conoscere
le vie del mondo,
oh buono un briciolo
di vagabondo,
oh che sapienza
la negligenza!
E poi quell’abito
róso e scucito;
quel tu alla quacchera
di primo acchito!
virtù di vergine
labbro in quegli anni,
che poi, stuprandosi
co’ disinganni,
mentisce armato
d’un lei gelato!
In questo secolo
vano e banchiere
che più dell’essere
conta il parere,
quel gusto cinico
che avea ciascuno
di farsi povero,
trito e digiuno
senza vergogna,
chi se lo sogna?
O giorni, o placide
sere sfumate
in risa, in celie
continuate!
Che pro, che gioia
reca una vita
d’epoca in epoca
non mai mentita!
Sempre i cervelli
come i capelli!
Spesso di un Socrate
adolescente
n’esce un decrepito
birba o demente:
da sano, è ascetico;
coi romatismi,
pretende a satiro;
che anacronismi!
Dal farle tardi
Cristo ti guardi.
Ceda lo studio
all’allegria
come alla pratica
la teoria;
o al più s’alternino
libri e mattie,
senza le stupide
vigliaccherie
di certi duri
chiotti e figuri.
Col capo in cembali,
chi pensa al modo
di farsi credito
col grugno sodo?
Via dalle viscere
l’avaro scirro
di vender l’anima,
di darsi al birro,
di far la robba
a suon di gobba.
Ma il punch, il sigaro,
qualche altro sfogo;
uno sproposito
a tempo e luogo;
beccarsi in quindici
giorni l’esame
in barba all’ebete
servitorame
degli sgobboni
ciuchi e birboni;
ecco, o purissimi,
le colpe i fasti,
dei messi all’Indice
per capi guasti.
La scapataggine
è un gran criterio,
quando una maschera
di bimbo serio
pianta gli scaltri
sul collo agli altri.
Quanta letizia
ravviva in mente
quella marmorea
torre pendente,
se rivedendola
molt’anni appresso,
puoi compiacendoti
dire a te stesso:
«Non ho piegato
né pencolato!»
Tali che vissero
fuor del bagordo,
e che ci tesero
l’orecchio ingordo,
quando, burlandoci
dei due Diritti,
senza riflettere
punto ai Rescritti,
cantammo i cori
de’ tre colori;
adesso sbraciano
gonfi e riunti,
ma in bieca e itterica
vita defunti.
E noi (che discoli
senza giudizio!)
siam qui tra i reprobi
fuor di servizio,
sempre sereni
e capi ameni.
A quelli il popolo,
che teme un morso,
fa largo, e subito
muta discorso:
a noi repubblica
di lieto umore,
tutti spalancano
le braccia e il core:
a conti fatti,
beati i matti!

Giuseppe Giusti – Sonetti

Giuseppe Giusti
Sonetti

Signor mio, Signor mio, sento il dovere
Di ringraziarvi a fin di malattia,
per avermi lasciato tuttavia
alla vita al difficile mestiere.

Se sia la meglio’ andare o rimanere
Io non lo so, per non vi dir bugia;
Voi lo sapete bene, e così sia;
Accetto, vi ringrazio, e ci ho piacere.

Che se mi tocca a star qui confinato
Perchè il polmone non mi si raffreschi,
Ci sto tranquillo e ci sto rassegnato.

Io faccende non ho, non ho ripeschi,
Non son un Oste o un Ministro di Stato,
Che mi dispiaccia il non veder Tedeschi.

Giuseppe Giusti – I più tirano i meno

Giuseppe Giusti
Sonetti III
I più tirano i meno.
PROVERBIO.
Che i più tirano i meno è verità,
Posto che sia nei più senno e virtù;
Ma i meno, caro mio, tirano i più,
Se i più trattiene inerzia o asinità.

Quando un intero popolo ti dà
Sostegno di parole e nulla più,
Non impedisce che ti butti giù,
Di pochi impronti la temerità.

Fingi che quattro mi bastonin qui,
E lì ci sien dugento a dire: ohibò !
Senza scrollarsi o muoversi di lì;

E poi sappimi dir come starò
Con quattro indiavolati a far di sì,
Con dugento citrullli a dir di no.

Giuseppe Giusti – EPIGRAMMI

Giuseppe Giusti
EPIGRAMMI

Il Buonsenso, che già fu capo-scuola,
Ora in parecchie scuole è morto affatto;
La Scienza, sua figliuola,
L’uccise, per veder com’era fatto.

Gino mio, l’ingegno umano

Partorì cose stupende

Quando l’uomo -ebbe tra mano
Meno libri e più faccende.

Il fare un libro è meno che niente,
Se il libro fatto non rifà la gente.

Chi fe calare i Barbari tra noi ?
Sempre gli Eunuchi da Narsete in poi.

Giuseppe Giusti – I sette peccati mortali

Giuseppe Giusti

I sette peccati mortali
Qui la Superbia, piena di se stessa,
dura, arcigna e diritta come un fuso,
passa e calpesta la folla sommessa.
Lì l’Avarizia, che raggrinza il muso,
e conta e trema in veste ricucita,
pascendo l’occhio d’un sacchetto chiuso.
Poi la Lussuria, stracca e rifinita,
co’ borsoni di piombo all’occhio osceno
e colla pelle incartapecorita.
Vien dopo l’Ira, che sputa veleno,
e grida al diavol che la porti via,
ogni sbarra spezzando ed ogni freno.
La Gola arrota i denti per la via:
lurida, guercia e secca allampanata,
Si lecca i labbri e annusa un’osteria.
L’Invidia, gialla come una frittata,
si mangia dentro e s’arrovella invano,
e tra gente che balla è disperata.
Con una trippa da Padre Guardiano,
l’alma Poltroneria, sudicia, grulla,
sbadiglia e canta colle mani in mano.

Giuseppe Giusti – I più tirano i meno

Giuseppe Giusti

I più tirano i meno.

Proverbio.

Che i più tirano i meno è verità,

posto che sia nei più senno e virtù;

ma i meno, caro mio, tirano i più,

se i più trattiene inerzia o asinità.

Quando un intero popolo ti dà

sostegno di parole e nulla più,

non impedisce che ti butti giù

di pochi impronti la temerità.

Fingi che quattro mi bastonin qui,

e lì ci sien dugento a dire: oibò!

senza scrollarsi o muoversi di lì;

e poi sappimi dir come starò

con quattro indiavolati a far di sì,

con dugento citrulli a dir di no.

Giuseppe Giusti – Il brindisi di Girella

Giuseppe Giusti

IL BRINDISI DI GIRELLA
DEDICATO AL SIGNOR DI TELLEYRAND, BUON’ANIMA SUA

Girella (emerito
di molto merito),
sbrigliando a tavola
l’umor faceto,
perdé la bussola
e l’alfabeto;
e nel trincare
cantando un brindisi,
della sua cronaca
particolare
gli uscì di bocca
la filastrocca.
Viva arlecchini
e burattini
grossi e piccini:
viva le maschere
d’ogni paese;
le giunte, i club, i prìncipi e le chiese.
Da tutti questi,
con mezzi onesti
barcamenandomi
tra il vecchio e il nuovo,
buscai da vivere,
da farmi il covo.
La gente ferma,
piena di scrupoli,
non sa coll’anima
giocar di scherma;
non ha pietanza
dalla Finanza.
Viva arlecchini
e burattini;
viva i quattrini!
Viva le maschere
d’ogni paese,
le imposizioni e l’ultimo del mese.
Io, nelle scosse
delle sommosse,
tenni per àncora
d’ogni burrasca
da dieci o dodici
coccarde in tasca.
Se cadde il prete,
io feci l’ateo,
rubando lampade,
Cristi e pianete,
case e poderi
di monasteri.
Viva arlecchini
e burattini,
e giacobini;
viva le maschere
d’ogni paese,
Loreto e la Repubblica francese.
Se poi la coda
tornò di moda,
ligio al Pontefice
e al mio Sovrano,
alzai patiboli
da buon cristiano.
La roba presa
non fece ostacolo,
ché col difendere
Corona e Chiesa,
non resi mai
quel che rubai.
Viva arlecchini
e burattini,
e birichini;
briganti e maschere
d’ogni paese,
chi processò, chi prese e chi non rese.
Quando ho stampato,
ho celebrato
e troni e popoli,
e paci e guerre;
Luigi, l’Albero,
Pitt, Robespierre,
Napoleone,
Pio sesto e settimo,
Murat, fra Diavolo,
il Re Nasone,
Mosca e Marengo;
e me ne tengo.
Viva arlecchini
e burattini,
e ghibellini
e guelfi, e maschere
d’ogni paese;
evviva chi salì, viva chi scese.
Quando tornò
lo statu quo,
feci baldorie;
staccai cavalli,
mutai le statue
sui piedistalli.
E adagio adagio
tra l’onde e i vortici,
su queste tavole
del gran naufragio,
gridando evviva
chiappai la riva.
Viva arlecchini
e burattini;
viva gl’inchini,
viva le maschere
d’ogni paese,
viva il gergo d’allora e chi l’intese.
Quando volea
(che bell’idea!),
uscito il secolo
fuor de’ minori,
levar l’incomodo
ai suoi tutori,
fruttò il carbone,
saputo vendere,
al cor di Cesare
d’un mio padrone
titol di Re,
e il nastro a me.
Viva arlecchini
e burattini
e pasticcini;
viva le maschere
d’ogni paese,
la candela di sego e chi l’accese.
Dal trenta in poi,
a dirla a voi,
alzo alle nuvole
le tre giornate,
lodo di Modena
le spacconate;
leggo giornali
di tutti i generi;
piango l’Italia
coi liberali;
e se mi torna,
ne dico corna.
Viva arlecchini
e burattini,
e il Re Chiappini;
viva le maschere
d’ogni paese,
la carta, i tre colori e il crimen laesae.
Ora son vecchio;
ma coll’orecchio
per abitudine
e per trastullo,
certi vocaboli
pigliando a frullo,
placidamente
qua e là m’esercito;
e sotto l’egida
del Presidente
godo il papato
di pensionato.
Viva arlecchini
e burattini,
e teste fini;
viva le maschere
d’ogni paese,
viva chi sa tener l’orecchie tese.
Quante cadute
si son vedute!
Chi perse il credito,
chi perse il fiato,
chi la collottola
e chi lo Stato.
Ma capofitti
cascaron gli asini;
noi valentuomini
siam sempre ritti,
mangiando i frutti
del mal di tutti.
Viva arlecchini
e burattini,
e gl’indovini;
viva le maschere
d’ogni paese,
viva Brighella che ci fa le spese.

Giuseppe Giusti – Sonetti II

Giuseppe Giusti
Sonetti II
La noméa di poeta letterato
Tì reca, amico mio, di gran bei frutti,
il più soave è l’essere da tutti
lodato e cercato e importunato.

Il grullo, l’ebete, il porco beato,
Lo spensierato, ed altri farabutti,
Fanno in pace i lor fatti o belli o brutti,
Ed hanno tempo di ripigliar fiato.

Ma l’ingegno che spopola e che spalca
E’l’asino d’un pubblico insolente
Che mai lo pasce e sempre lo cavalca.

E ‘ li bisogna, o disperatamente
e ar la,groppa a voglia della calca,
O dare in bestia come l’altra gente.

–***–
A notte oscura, per occulta Via
Volsi alla tua dimora i passi erranti,
Pur com’è stil dei dubitosi amanti
Te sospirando, o fior di leggiadria.

E mi ferì da lunge un’armonia
Di dolci suoni e di soavi canti,
Onde sull’ali del desio tremanti
Venne a starsi con te l’anima mia.

E tu parevi nelle care note
Confonderei sospiri, e dir parole
Che del pensier la mente si riscuote.

Ah compiangendo a chi per te si duole
Forse bagnavi di pietà le gote,
E le lacrime mie non eran sole.