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Evgenij Evtušenko. – Esorcismo

Evgenij Evtušenko.

Esorcismo

Nelle notti di primavera
pensa a me
Nelle notti d’estate
pensa a me
Nelle notti d’autunno
pensa a me
Nelle notti d’inverno
pensa a me.
Se anche non sono con te, ma in un dove
lontano tanto, metti un’altra terra, —
sopra il lungo, fresco lenzuolo
riposa, supina come in mare,
all’onda calma e blanda abbandonata
con me, come con il mare, tutta sola.

Non voglio che pensi di giorno.
Il giorno metta pure tutto sottosopra
pervada di fumo e inondi di vino,
costringa a pensare a tutt’altro.
A ciò che vuoi puoi pensare di giorno,
ma di notte — a me solo.

Senti, attraverso i fischi dei treni,
attraverso il vento che sfiocca le nuvole,
quanto, caduto in una morsa, mi necessiti
che nella così angusta stanza,
tu, per felicità e tristezza, socchiuda gli occhi,
serrate con le palme le tempie, fino a far male.

Ti supplico — nel silenzio più silenzioso
o sotto la pioggia che nell’aria scroscia
o sotto la neve che nel riquadro scintilla,
nel sonno già, ma ancora non nel sogno —
Nelle notti di primavera
pensa a me
Nelle notti d’estate
pensa a me
Nelle notti d’autunno
pensa a me
Nelle notti d’inverno
pensa a me

Evgenij Evtušenko. Esorcismo

Evgenij Evtušenko.

Esorcismo

Nelle notti di primavera
pensa a me
Nelle notti d’estate
pensa a me
Nelle notti d’autunno
pensa a me
Nelle notti d’inverno
pensa a me.
Se anche non sono con te, ma in un dove
lontano tanto, metti un’altra terra, —
sopra il lungo, fresco lenzuolo
riposa, supina come in mare,
all’onda calma e blanda abbandonata
con me, come con il mare, tutta sola.

Non voglio che pensi di giorno.
Il giorno metta pure tutto sottosopra
pervada di fumo e inondi di vino,
costringa a pensare a tutt’altro.
A ciò che vuoi puoi pensare di giorno,
ma di notte — a me solo.

Senti, attraverso i fischi dei treni,
attraverso il vento che sfiocca le nuvole,
quanto, caduto in una morsa, mi necessiti
che nella così angusta stanza,
tu, per felicità e tristezza, socchiuda gli occhi,
serrate con le palme le tempie, fino a far male.

Ti supplico — nel silenzio più silenzioso
o sotto la pioggia che nell’aria scroscia
o sotto la neve che nel riquadro scintilla,
nel sonno già, ma ancora non nel sogno —
Nelle notti di primavera
pensa a me
Nelle notti d’estate
pensa a me
Nelle notti d’autunno
pensa a me
Nelle notti d’inverno
pensa a me

Evgenij Evtušenko. Esorcismo

Evgenij Evtušenko.

Esorcismo

Nelle notti di primavera
pensa a me
Nelle notti d’estate
pensa a me
Nelle notti d’autunno
pensa a me
Nelle notti d’inverno
pensa a me.
Se anche non sono con te, ma in un dove
lontano tanto, metti un’altra terra, —
sopra il lungo, fresco lenzuolo
riposa, supina come in mare,
all’onda calma e blanda abbandonata
con me, come con il mare, tutta sola.

Non voglio che pensi di giorno.
Il giorno metta pure tutto sottosopra
pervada di fumo e inondi di vino,
costringa a pensare a tutt’altro.
A ciò che vuoi puoi pensare di giorno,
ma di notte — a me solo.

Senti, attraverso i fischi dei treni,
attraverso il vento che sfiocca le nuvole,
quanto, caduto in una morsa, mi necessiti
che nella così angusta stanza,
tu, per felicità e tristezza, socchiuda gli occhi,
serrate con le palme le tempie, fino a far male.

Ti supplico — nel silenzio più silenzioso
o sotto la pioggia che nell’aria scroscia
o sotto la neve che nel riquadro scintilla,
nel sonno già, ma ancora non nel sogno —
Nelle notti di primavera
pensa a me
Nelle notti d’estate
pensa a me
Nelle notti d’autunno
pensa a me
Nelle notti d’inverno
pensa a me

Eughenij Evtusenko – Sull’altra riva un’isba s’è assopita

Eughenij Evtusenko
Sull’altra riva un’isba s’è assopita

Sull’altra riva un’isba s’è assopita,
bianco un cavallo sopra un prato bruno.
Grido un grido, poi sparo, sparo, e sparo,
ma non posso destare nessuno.

Se almeno il vento portasse lontano
gli spari, e laggiú li ascoltasse un cane…
Dormono come uccisi… Ha un nome strano
il traghetto. Si chiama «Lunghi gridi ».

La mia voce come campana a stormo
sulle piazze è suonata prepotente
nelle sale, mentre ora a toccare
e a destar quell’isba è inefficiente.

E al contadino che opaco riposa,
che dorme lento, dorme come ara,
non giungerà la mia voce affannosa,
fruscio di canne, stormire di pini.

Dove sei oratore, e tu, profeta?
Sei smarrito, asciugato, freddo, roco.
Senza cartucce la tua voce scricchia.
La pioggia ha spento il tuo piccolo fuoco.

Ma non abbandonarti a un pianto vano.
Ora si può pensare, ripensare,
c’è molto tempo ancora… Ha un nome strano
il traghetto. Si chiama «Lunghi gridi».

Evgenij Evtusenko – Sei strofe con ironia

Evgenij Evtusenko
Sei strofe con ironia

Nelle giornate d’inaudito dolore
è un sogno essere senza cuore.
Urano a brano i campioni ti scorticar…
nessuna traccia.

E perforato, a guisa di setaccio,
consolo l’aggiotaggio:
«Attraversate me, come un cancello,
con un’occhiata. È tanto fine
di qui il paesaggio ».

Ma riconoscerà forse il fucile
il luogo dove tu,
legato da un morboso filo,
a un millimetro dalla lama batti,
mio cuore-tallone d’Achille?

Ssst, diletto, silenzio…
Hai fatto chiasso, cambiando di posto.
Per la Russia volteggio,
come uccello
che dal suo nido il fuoco storna.

Hai sempre male? Di notte hai disturbi?
Inerme salvatore è il più.
Non toccatemi con la mano ruvida
dallo spasimo cadrei giù.

E, se è impossibile accomodarci,
più impossibile è sopportarci.
Più impossibile ancora è che un cecchino
riesca a centrare un filo tremolante!

Eugenij Evtusenko – Gli eredi di Stalin

Eugenij Evtusenko

Gli eredi di Stalin

Taceva il marmo e il vetro taceva
baluginando; in piedi,
nel vento bronzea la guardia taceva.
E la bara fumava.
Fumava appena e un respiro colava
dalle fessure, quando
lo portarono via dal Mausoleo.
E la bara nuotando,
scorreva lenta e urtava coi suoi orli
le cime dei fucili.
Ed anche lui taceva, ma taceva
cupo, con viso ostile.
Cupo serrava i pugni imbalsamati.
Sì strinse a una fessura
un uomo che fingeva di dormire
il sonno della morte.
Quel morto non volea scordare più
volti di coloro
che lo rapivan: di Rjazàn, di Kursk
reclute giovinette.
Reclute folli che dovran pagare
quell’onta, prima o poi,
quando da terra, raccolte le forze,
di nuovo sorgerà.
Egli di nuovo macchina qualcosa,
attenti, in quella bara
soltanto a riposar s’è accovacciato;
ed io prego il governo,
prego di raddoppiare, triplicare
la guardia a questa tomba,
perché Stalin non s’alzi e insieme a Stalin
non s’alzi anche il passato,
non il passato valoroso e intatto,
dov’è TurksIb, Magnitka ,
il vessillo a Berlino, ma il passato
dov’è il popolo affranto,
dov’è calunnia e innocente arrestato,
abbiamo seminato
e i metalli saldato onestamente,
e stretti in lunghe file,
onestamente noi abbìam marciato.
Ed egli ci temeva,
credendo in un gran fine non credeva
alla necessità
che i mezzi siano degni di tal fine.
Egli era previdente,
le leggi della lotta conosceva:
molti eredi ha lasciato.
Ed agli eredi un filo immaginario
s’allunga dalla bara :
telefona le direttive Stalin:
No, non si è arreso Stalin.
Stalin crede la morte rimediabile.
L’abbiam portato via
dal Mausoleo. Ma come toglier Stalin
dagli eredi di Stalin?
Taglian rose gli eredi, licenziati,
ma credono in cuor loro
d’esser solo in pensione provvisoria;
ci son poi altri eredi,
altri eredi che gridan contro Stalin
da pulpiti e da spalti,
E poi piangon di notte sui bei tempi.
Oggi piovono infarti!
Per forza essi di infarti sono pieni!
Un di furori sue ruote
ed or non amari questo tempo in cui
i lagher sono vuoti
e son colme le sale, ove la gente
ascolta la poesia.
Mi ordina il Partito: « Non star calmo! ».
Ed altri: « Basta, calma! ».
Star calmo non so; finché esisterà
un erede di Stalin,
a me sembrerà che nel Mausoleo
ancora Stalin stia.

Evgenji Aleksandrovic Evtusenko – Le nozze

Evgenji Aleksandrovic Evtusenko

Le nozze

Oh nozze dei giorni di guerra!

Fallace intimità,

parole insincere per assicurare

che, certo, non l’ammazzeranno…

Lungo una strada invernale,

coperta di neve, battuta da un vento crudele,

corro a una frettolosa festa nuziale

nel vicino villaggio.

Poi, con una camminatina fiacca,

il ciuffo scompigliato sulla fronte,

finalmente

arrivo e entro, io,

il danzatore rinomato, nella strepitante izbà.

Agghindato,

turbato,

in mezzo a amici

e parenti, siede

smarrito un giovane coscritto:

lo sposo.

Siede accanto a Vera, la sposa.

Tra due giorni indosserà il cappotto grigio

e con il suo cappotto

partirà per il fronte.

Attraverso terre straniere,

così diverse da quelle del paese,

marcerà imbracciando il suo fucile

e sotto una pallottola tedesca,

forse,

cadrà…

Il bicchiere è pieno di spumosa braga,

ma di bere non ha voglia.

La loro prima notte sarà forse

anche l’ultima notte.

Si guarda intorno con l’anima angosciata

e attraverso la tavola

mi sussurra con voce disperata:

«Su avanti, balla!»

D’improvviso tutti si dimenticano

del vino che han bevuto e fissamente

tutti mi guardano,

e io con uno svolazzo

agile balzo su e mi avvio

accompagnato dall’echeggiante battito

dei miei salvatacchi d’acciaio.

Ora trillando uno staccato a passettini brevi,

ora sul pavimento strisciando

la punta delle scarpe,

fischiando

o battendo il tempo con le mani

o spiccando d’improvviso il volo

verso il soffitto.

Volano per le pareti slogans,

e l’jakut beve col russo,

e intanto alla sposa leggìere, ardenti

le lacrime

rigano il viso.

E già sono estenuato, già respiro a fatica…

«Balla!» –

gridano accaniti,

e io riprendo a ballare…

Ho le gambe di legno quando ritorno a casa.

Ma già ad altre nozze,

ecco, mi chiamano, altri

ubriachi compaiono.

A stento ho da mia madre il permesso

a nuovi matrimoni mi affaccendo

e ancora

a ridosso della tavola

ballo la prisjàdka.

In lacrime Amaramente piange la giovane sposa.

In lacrime stanno gli amici

Ho paura.

Non voglio ballare. Ma non ballare

è impossibile…

trad. di Ayeo Bertin