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Giuseppe Giusti – A Dante

Giuseppe Giusti
Sonetti V

A DANTE
La colpa seguirà la parte offesa
In grido, come suol.
DANTE, Paradiso.

Allor che ti cacciò la Parte Nera
Coll’inganno d’un Papa e d’un Francese,
Per giunta al duro esiglio, il tuo Paese
Ti diè d’anima ladra e barattiere.

E ciò perchè la mente alta e severa
Con Giuda a patteggiar non condiscese:
Così le colpe sue torce in offese

Chi ripara di Giuda alla bandiera.

E vili adesso e traditori ed empi
Ci chiaman gli empi, i vili, i traditori,
Ruttando sè, devoti ai vecchi esempi.

Ma tu consoli noi, tanto minori
A te d’affanni e di liberi tempi,
Di cuor, d’ingegno, e di persecutori.
***

Felice te che nella tua carriera
T’avvenne di chiappar la via più trita,
E ti s’affà la scesa e la salita,
E sei omo da bosco e da riviera.

Stamani a Corte, al Circolo stasera
, Domattina a braccetto a un Gesuita ;
Poi ricalcando l’orme della vita,
Doman l’altro daccapo, al sicutera.

Che se codesta eterna giravolta
A chi sogna Plutarco e i vecchi esempi
Il delicato stomaco rivolta,

Va pure innanzi e lascia dir gli scempi,
Che tra la gente arguta e disinvolta
Questo si chiama accomodarsi ai tempi.

***

Se leggi Ricordano Malespini,
Dino Compagni e Giovanni Villani,
i Cronisti Lucchesi ed ‘i Pisani,
Senesi, Pistoiesi, ed Aretini,

Genovesi, Lombardi, Subalpini,
Veneti, Romagnuoli e Marchigiani,
poi Romani e poi Napoletani,
giù giù fino agli ultimi confini,

Vedrai che l’uom di setta è sempre quello:
Pronto a giocar di tutti, e a dire addio
Al conoscente, all’amico e al fratello.

E tutto si riduce, a parer mio, »
(Come disse un poeta di Mugello) •
A dire: esci di lì, ci vo’ star io. »

Giuseppe Giusti – A DANTE

 

Giuseppe Giusti

 

A DANTE
 

 

Allor che ti cacciò la parte Nera
coll’inganno d’un Papa e d’un Francese,
per giunta al duro esiglio, il tuo paese
ti diè d’anima ladra e barattiera:
e ciò perché la mente alta e severa
con Giuda a patteggiar non condiscese:
così le colpe sue torce in offese
chi ripara di Giuda alla bandiera.
E vili adesso e traditori ed empi
ci chiaman gli empi i vili i traditori,
ruttando sé devoti ai vecchi esempi.
Ma tu consoli noi, tanto minori
a te d’affanni e di liberi tempi,
di cuor, d’ingegno, e di persecutori.

Alberto Severi – Divina Commedia (Dante ci scusi)

Divina Commedia

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Dante Alighieri
Scusi
Lo giorno se n’andava, e l’aeroporto
toglieva i passegger ch’erano a terra,
dalle code al check-in. Piccino e storto
*
mi parve “per le bambole” (1): rinserra,
fra l’autostrada, messa perpendicola,
e lo Morello Monte (e lì ci atterra
*
a stento un deltaplano, o teste a bietola!),
giusto una pista: corta come un peto…
“Che vuoi, gli è l’aeroporto di Peretola!”
*
Così parlommi Eugenio, et il divieto
di sosta in piattaforma non curava,
sul 29 che, sanza fretta o impèto,
*
verso Fiorenza assiem ci trasportava.
E col “Vespucci” visto al finestrino,
nuòvo infernal viaggio i’ cominciava…
*
Stavolta non Maestro, ma maestrino
guidava me, dai modi lindi e sani,
non Duce ma ducetto (sinistrino
*
però, sia chiar!): l’ubiquo Eugenio Giani.
Esperto un po’ di tutto, anche di Dante,
intanto disquisiva d’aeroplani.
*
“Bisogna far la pista più abbondante.
Fiorenza non ha inver cose più urgenti.
Lo so che a Sesto e a Prato è ridondante
*
e invisa al…. Vituperio delle genti,(2)
ma Eurnerkian (3) vuol la pista per Natale,
o tusci di provincia ognor scontenti!
*
E se non parallela: diagonale,
secante, sinusoide, a zig-zagate,
tangente (ma nel senso non penale…) (4)
*
O musi lunghi, o gufi, or rosicate! (5)
E te, Dante, ‘un fa’ l bischero, sorridi.
Qui si parrà la tua nobilitate.”
*
“Perché?? Ch’ agg’ io da fare in questi lidi?”
Subito m’allarmò cotal manfrina,
siccome in vita mea sempre m’avvidi
*
che quando alcuno spalma vaselina
e fa: “nobilitate!”, oppur: “sei grande!”
finisce che ti metti a pecorina,
*
calando pur tu stesso le mutande.
“Non vorrai mica dire, cazzarola,
che pure questa volta, in queste lande,
*
ai giovini italian che in uggia han scuola
io debba strologare una Commedia
da digerire con la coca-cola!?”
*
Eugenio fece un balzo sulla sedia
del bus dov’era assiso traballante.
“Ma degg’io legger tibi Wikipedia?
*
O nini, ‘un tu se’ Moccia: tu se’ Dante! (6)
E ‘ son venuto apposta a te cercare,
per farti in questo Inferno da badante,
*
perché tu scriva il diario del tuo andare,
chè poi sopra il Corrier, nel mese pazzo
d’agosto, ardisca Ermini il pubblicare. (7)
*
E’ ovvio che dovevi farti il mazzo!”
“Vai! c’era, lo sapéo, la fregatura!
Poi dice sembra sempre che m’incazzo
*
in ogni statua mia, ‘n ogne pittura! (8)
A questo punto ancor di più mi piglia
di entrar costì in Fiorenza la paura!”
*
“Codesta strizza, credi, è solo figlia
del non sapere: in somma, di ignoranza”,
mi rincuorò, volgendo a me le ciglia.
“Pur’io ignorante fui, che dalla stanza
dello liceo cacciàronmi per mesi.
Eh, già! Monello, e pieno di insolenza,
*
io era tra color che son sospesi. (9)
Se adesso ne so più d’ Umberto Eco (10)
è stato per la briga che mi presi*di fare alle serali algebra e greco.”
“Bravo! Però anco tu una bocciatura
l’hai presa di recente”, osservai, bieco.
*
“Volevi fare il sindaco, è sicura
l’indiscrezione, dài, lo sa anche il gatto,
Renzi t’illuse, e poi non se ne cura…
*
E lì ci va Nardella, quatto quatto”.
Eugenio vacillò, ma strinse il dente.
“Gli è vero, ci tenevo come un matto.
*
Tu vedi che di Silvio il carente
livel dei candidati (e i nomi ‘un fo)
di vincer quella posta ci consente,
*
da sempre, anche se candidi Pio Pò. (11)
Domenici, per dir, lo fe’ dieci anni
il sindaco. Anzi… che non lo so?
*
Lo fece il Cioni, inver, con tanti danni,
e i dossi spacca-coppa, pel pedone… (12)
In sala di Clemente (13), nei suoi panni,
*
andovvi poi lo Ras: d’elezïone
primaria opposto – Renzi – a Gianni Galli,
l’emerito dei viola portierone. (14)
*
Però pisano, e dunque: dalli dalli!
Io non Leonardo, non Matteo io sono,
però poteo ballare anch’io quei balli.
*
Ti pare? Che non ero forse bòno?”
“Che dici!? Avei da avere un nulla osta.
Non ce l’ha’ avuto, pace”, dissi a tono.
*
“Massì, pazienza”, fe’, con faccia tosta.
E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per nòvi pensier cangia proposta,
*
disse: “Chi se ne frega di quel Colle!”
(perché Palazzo Vecchio è un po’ rialzato,
forse per dominar meglio le folle…
*
ma “Colle”, francamente, è esagerato.)
“Comunque, ritornando alle tue chèche,
ti spiego perché se’ un raccomandato.
*
E dunque ‘un devi far tragedie greche.”
Spiegommi: “Fra le mille e mille cose
che fo – convegni, mostre e mosche cieche,
*
e gemellaggi all’orto delle rose (15) –
son pure uno provetto spiritista,
chiappafantasmi, e medium monodose.
*
Orbene, l’altro ieri metto in pista
una seduta, come il Mortadella
fe’ quando Moro prese il Brigatista, (16)
*
e donna io evocai, superba e bella,
tal che di comandare io la richiesi.
“Quella Puccini, no! Peggio che Stella!”
*
Così gemea, e, d’acchito, non l’intesi.
Ma poi capii: la fiction su sua storia
le avea nell’oltretomba i sensi offesi.
*
Stella è Martina, Puccini è Vittoria:
attrici fiorentine. E la seconda,
con presunzione e fuffa mista a boria,
*
fe’ la Fallaci nella messa in onda. (17)
“O anima cortese ma toscana”,
sfogatasi, riprese più profonda,
*
“lasciamo stare ormai quell’empia trama,
quel suo di me pietoso blaterare.
Lo so che mia Fiorenza più non m’ama,
*
ma a trarla fuor d’Inferno vo’ provare.
C’è Dante a giro, il suo fantasma trova.
I’ son l’Oriana che ti faccio andare,
*
e per far la frittata, rompi l’òva.
Ei deve in quel bordello fare un giro,
anzi un girone o due. O di più. Prova!
*
Poi scriver tutto, e metter sotto tiro
peccati e peccatori, il vizio e il dòlo.
In fondo, è un de’ pochissimi che ammiro
*
esser di me più bravo, forse il solo”.
Finì il racconto Giani, e scese giue,
dal bus, e col suo dir mi rese il volo.
*
“Or sì, che un sol volere è d’ambedue!
Tu duca, tu segnore, e … oggiù: maestro”.
Sì l’adulai, e poi che mosso fue,*cascai dal bus con lui, goffo e maldestro”.

Note

1) L’aeroporto “”Amerigo Vespucci””, o “”di Peretola””, come lo hanno sempre chiamato i fiorentini dal nome della località in cui si trova, è un piccolo “”city-airport”” ad un tiro di schioppo dal centro cittadino. I pisani, titolari di un aeroporto internazionale (il “”Galileo Galilei””) lo hanno sempre irriso. Memorabile, in occasione di un derby calcistico fra le squadre delle due città, il beffardo striscione issato dai tifosi nerazzurri: “”Vu’ cciavete l’aeroporto delle Barbie””.
2) Per Dante, giusta l’invettiva della Divina Commedia, è sinonimo di “”Pisa””. Per i livornesi il sinonimo è un altro, di smaccata evidenza scatologica . Giani allude qui alla contrarietà di Prato e Sesto fiorentino al previsto ampliamento dell’aeroporto di Firenze, per il timore che la nuova progettata pista “”lunga””, orientata parallelamente all’autostrada A11, comporti disagi e pericoli per gli abitanti dei loro territori. La contrarietà di Pisa deriva invece dal timore che il “”Vespucci””, ampliato, sottragga passeggeri e risorse al “Galilei”. Non solo “”bambole”” (Barbie).
3) Nome qui del dèmone, originario della tradizione argentina, divenuto proprietario unico degli aeroporti di Pisa e Firenze.
4) Sull’orientamento della nuova pista del “”Vespucci”” le idee sono sempre state assai confuse, a dispetto dell’ovvietà, e inevitabilità, dell’opzione “”parallela””. Poi dice l’esprit de géométrie.
5) Qui Giani, da buon renziano, utilizza per stigmatizzare i veri o presunti avversari i coloriti epiteti coniati dal Capo (o meglio, da lui abilmente attinti dal gergo giovanile-giovanilista). “”Musi lunghi”” sono gli eterni pessismisti restii ad ogni cambiamento. “”Gufi”” sono gli jettatori profeti di disgrazie, che sempre si augurano di evocare con le loro stesse parole esiti fallimentari per le azioni dell’avversario. “”Rosiconi”” sono gli invidiosi dei successi altrui. Il mix di tutte e tre le categorie può anche essere definito, con buona approssimazione: “”Susanna Camusso””.
6) “”Tibi””: latinismo per “”a te””. Wikipedia: popolare enciclopedia on line, non esserci equivale e non esistere, c’è pure la voce: “”Dudù, barboncino della Pascale””. Moccia è Federico Moccia, romanziere (“”Tre metri sopra il cielo””). Stessa caratura di Dudù. Su Wikipedia, ovviamente, c’è.
7) Paolo Ermini, direttore del “”Corriere Fiorentino”” e istigatore della presente parodia dantesca. Non so se su Wikipedia c’è.
8) E’ noto che non esiste sulla faccia della terra un ritratto scolpito o dipinto del Poeta che non lo restituisca all’aspetto fieramente incazzato.
9) La “”sospensione”” scolastica, per motivi disciplinari, un tempo frequente, pare venga oggi comminata in casi straordinari, e di fatto solo per strage, genocidio, procurata catastrofe planetaria.
10) Coltissimo intellettuale torinese, narratore e saggista, autore di svariati best-seller, di cui solo uno leggibile: “”Il nome della rosa””.
11) Buffo nome-cognome di invenzione popolaresca, per designare un signor nessuno, uno qualunque, una nullità. Pare sia il velenoso soprannome affibbiato da Renzi a Stefano Fassina.
12) Leonardo Domenici, sindaco diessino di Firenze dal 1999 al 2009. Graziano Cioni, assessore e uomo forte della giunta, poi vicesindaco, detto “”lo sceriffo””: secondo i più, fu lui a gestire di fatto l’amministrazione della città, mentre Domenici si riservava un profilo di alta rappresentanza, anche a livello nazionale e internazionale. I dossi artificiali in corrispondenza degli attraversamenti pedonali, atti a far diminuire la velocità dei veicoli, sono il suo lascito perenne alla città, e una perenne insidia a semiassi e coppe dell’olio (“”spacca-coppa””).
13) La sala di Clemente VII, in Palazzo Vecchio, è, tradizionalmente, l’ufficio del sindaco di Firenze, sebbene di recente sia stata temporaneamente abbandonata in favore di una sistemazione più low-profile.
14) Qui Giani chiama scherzosamente (?) “”ras”” , con termine mutuato dall’aristocrazia etiope e utilizzato in seguito per designare il capo di un’organizzazione a struttura gerarchica autoritaria, il suo leader di partito Matteo Renzi. Rammentandone l’elezione “”primaria”” (cioè attraverso le primarie di partito) a sfidante (poi vittorioso) del candidato sindaco del centrodestra Giovanni Galli, ex portiere della Fiorentina poi passato al Milan, di origini pisane. Quando si dice che uno vuol perdere facile… Rispetto a G.G., Pacciani avrebbe avuto più chances.
15) Si allude qui al giardino delle rose situato sotto piazzale Michelangelo, una porzione del quale è sistemato a giardino zen in collaborazione con la città di Kyoto, gemellata con Firenze dal 1964.
16) Si intenda: come Romano Prodi (soprannominato dagli avversari “”il Mortadella””) fece quando il Brigatista (i terroristi delle Brigate Rosse) prese, cioè rapì Aldo Moro. Allusione all’oscuro episodio della seduta spiritica ordita da alcuni esponenti democristiani durante il sequestro dello statista poi ucciso dalle Br, nel 1978. La seduta, che vide Prodi fra i partecipanti, doveva servire ad assumere elementi per rintracciare la prigione dove Moro era tenuto sotto sequestro. E sorprendentemente li dette, pare (“”Gràdoli””, inteso come via Gràdoli, a Roma), ma vennero curiosamente (?) equivocati (Gràdoli, paesino della Tuscia romana).
17) Il fantasma evocato di Oriana Fallaci, grande giornalista e scrittrice di origini fiorentine, mostra di non aver gradito l’interpretazione del suo personaggio fornita dalla concittadina Vittoria Puccini nella recente fiction di raiuno “”L’Oriana””. Ettecrédo. Ma checché ne dica O.F., forse Martina Stella sarebbe riuscita a fare di peggio. Ne ha tutte le capacità.

La Divina Commedia ( MI SCUSI) Dante Alighieri

La Divina Commedia
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Dante Alighieri
Mi scusi
Nel mezzo del viaggio colla Sita (1),

mi ritrovai bloccato all’Osmannoro (2),
che la diritta via era smarrita.
*
Ahi, quanto a dir “malfatta” quasi ignoro
esta rotonda, detta “alla francese”,
che gira gira stimola il piloro (3)
*
e all’autista del bus che lì s’intese
passar, dette la nausea et il palletico. (4)
S’aggiunga poi da lustri, non da un mese,
*
(causa lavoro invero non frenetico),
l’etterno di tramvia maxi-cantiere,
e intender si potrìa l’effetto e(r)metico. (5)
*
Volea la mia Fiorenza rivedere,
bissando il tour ch’io mossi in Oltretomba,
(e che a i’ Benigni paga il lesso e il bere),(6)
*
all’incontrario, però, tornando a bomba
dall’aldilà al mio bel san Giovanni. (7)
Ma non sapea che stuol di teste a tromba,
*
nel mentre, avean prodotto tanti danni,
da far di mia Fiorenza, dall’interno,
un gran bordello, un rio sito d’affanni,
*
fra Disneyland et Sòdoma: un Inferno.
Io non so ben ridir com’io vi entrai:
dal “divorato” bus scesi all’esterno
*
ché la “vorace” via abbandonai. (8)
Poscia che del cantiere trovai lo passo,
(sicur, come il Berlusca certo assai
*
fu che Brunetta sempre era ‘l più basso) (9)
ripresi via per le Piagge (10) diserta.
Ma… (scrivo “lonza”: il parlar turpe casso…)
*
…accade che una…”lonza” si diverta. (11)
Griffata da Cavalli (12), leopardata,
(ché di pel macolato era coverta),
*
m’arròta un pie’, giaguara sciagurata,
guidando un Suv, e, deh! quasi m’ammazza.
Ma o vigili, o icché fate? E‘ va “smacchiata”! (13)
Questa m’ asfalta! E in più, pure s’incazza.
Ingenuo! I‘ non sapea che sol si apposta,
di urbani, qui in Fiorenza, quella razza,
*
dentr’ un ufficio. Oppur multa la sosta
(in una zona blu fatta a capocchia)
al contumace, che men fatica costa:
*
basta un foglietto rosa, e tanta spocchia.
E in somma: dalla fèra in panta-pelle,
(la …“lonza”) trovai scampo. Ma mi adocchia,
*
prima ch’io possa riveder le stelle,
una Torpedo, anzi: un Torpedone. (14)
Un mostro alto due piani, che alle belle
*
vestigia di Fiorenza, in escursione,
porta il di foto maniacale ingordo,
anzi ne porta orde, a profusione.
*
Suona la tromba, e quasi mi fa sordo.
Mi faccio in là. Cerco fuggir la fame
di “selfie”, (15) che a me, Dante, per ricordo
*
di certo vorrian fare quelle dame
e i cavalier venuti dal Giappone.
Ma una Talpona, che di tutte brame
*
di Nodavìa , (16) grandiosa, è in dotazione,
ecco s’avventa giù, ai no-Tav invisa,
a scavar tunnel sotto il Cupolone.
*
La chiaman, meleggiando, “Monna Lisa”,
ma è brutta come il Monni, (17) a lui sia pace.
Almeno lo facesse sotto a Pisa,
*
lo scavo (ahi, vituperio!) sì rapace!
Che Talpa! Trivellava a tutto fòco,
oscena come un tanga di Versace.
*
E mentr’io rovinava in basso loco,
dentro all’orecchie mie mi si fu offerto
chi per lungo ciarlare parea fioco.
*
Quando lo vidi, in scheda capolista,
“Miserere di me”, gridai a lui,
che tu sia òmo, bestia o socialista!”.
“Non socialista – ” fe’ ,“socialista fui.
Non fui con Berluscon, né coi Lumbardi:
scelsi i Diesse, e Renzi poi: ambedui.
*
Nacqui sub Craxi, ancor che fosse tardi,
ma crebbi in Tuscia sotto Valdo il buono (18),
nel tempo de li schei falsi e bugiardi. (19)
*
Li schei, i vaini, i dindi dal bel suono,
ch’io mai bramai, ché basta a me la gloria
di fare il Giani, ed esser come un tuono
*
che dolce segua il lampo, sanza boria,
per star sopra uno scranno qui a Firenze:
uno qualsiasi, a strologar la Storia,
*
cogliendo baci e pacche – e preferenze.
Son anco Presidente dei Dantisti,
ti studio, adunque, e ‘un bado alle scemenze.
*
Ma pure son boy-scout, fan dei rugbisti,
massone, ebreo, goliardo e focolare,
mi tuffo in Arno il primo, non c’è cristi,
*
se a capodanno me lo fanno fare. (20)
Presiedo nel Palazzo (21), curo mostre,
son pope, e cappellano militare.
*
Son membro delli amici delle giostre.
Aiuto-imam, prefàtor di volume,
custode delle tradizioni nostre.
*
Fu allor che nella mente accesi il lume.
“Or se’ tu quell’Eugenio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?”,
*
rispuos’io lui con vergognosa fronte.
“Son desso”, fece il Giani, “e vo’ capire
perché non sali il difettoso monte”.
*
“Gli è troppo difettoso da salire!
E’ terra del Talpone in cui mi involsi”,
fec’io. “Dentr’a Fiorenza, il vero a dire,
*
la brama di tornare… un po’ mi tolsi.
Sollèvami da ciò, o ubiquo saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”.
*
“A te convien tenere altro viaggio”,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
“se vuo’ scampar a Campi, ch’è selvaggio.
*
Tieni un biglietto orario, ora si ride:
si piglia il 29 qui davanti.
Prima o poi passa, s’entra e ci s’asside
*
fra pensionati, vu’cumprà e badanti,
si va in Fiorenza, lenti, ma s’arriva,
son tutti “portoghesi” non paganti.
*
Allor vedrai l’Inferno in altra riva:
non d’Acheronte, ma dell’Arn’ oscuro:
stracca Fiorenza, lei che pur fu diva”.
*
“Un altro Inferno! Altro viaggio duro”,
diss’io. “Che palle, Eugenio. E pure pago.
Ci batto sempre il muso in questo muro,
*
l’anno seguente fisso con Trivago!” (22)
Lo duca mio sorrise, a labbra mute.
Poi disse: “Tu vedrai: sono un po’ mago.
*
Non è città che scoppi di salute,
qui vi morì, dopata a camomilla,
l’Arte di turno, e il Monni di bevute.
*
Ma pur nel fango a volte un sasso brilla
ed è un diamante!” “O l’è un coccio di vetro!”
diss’io, che ancor l’esilio un po’ mi spilla. (23)
*
E lui: “Madonna mia, come sei tetro!
Ma ecco il 29, finalmente!”
Salì sul busse, ed io li tenni dietro.

Note

1) Vai, si comincia subito con le dolenti note. Potendo, io ne farei anche a meno. Ma che Dante sarebbe, senza note? E dunque… “”Sita””: nome di una ditta di trasporto pubblico extraurbano dai caratteristici mezzi bianchi e blu, e l’odore degli interni da molti sofferto come causa-effetto di perturbazioni gastriche lungo i percorsi collinari e montani più tortuosi. Esso viene qui impiegato, giusta la consuetudine popolare, come eponimo del singolo autobus.
2) Plaga desolata della piana fiorentina, fra le località di Peretola, Brozzi e Campi (più avanti citate), territorio “”selvaggio”” ove leggendariamente alligna “”la peggio (in versione indigena: “”la meglio””) genìa che Cristo stampi””.
3) Sfintere situato fra lo stomaco e il duodeno. Dante, con la figura retorica della sinèddoche, lo associa qui alle contrazioni addominali che, per sollecitazioni per lo più accidentali e involontarie (radiodiffusione di canzoni di Gigi D’Alessio, notizie di compravendita di parlamentari), possono provocare conati di vomito, come è appunto qui il caso.
4)Termine popolaresco per indicare il tremore indotto da patologie per lo più senili, ma anche da sovreccitazione nervosa, ansia, smarrimento. (“”Ma che tu cciai, i’palletico?””).
5) Si segnalano qui, senza aderire in via preferenziale all’una o all’altra tesi, entrambe le lezioni vigenti: l’effetto sull’autista della Sita prodotto dalla rotonda alla francese complicata dal maxi-cantiere della tramvia, può essere indifferentemente considerato «ermetico», in quanto chiude o limita l’accesso alla città, ma anche “”emetico””, in quanto provoca nausea e antiperistalsi.
6) Dante lancia qui una sapida frecciata al comico toscano, ormai da anni spompato, e votato per lo più alla Lectura pubblica della Divina Commedia, intascando lauti compensi atti ad assicurargli ampi mezzi di sostentamento: qui ironicamente minimizzati (“”il lesso e il bere””).
7) È, naturalmente, il Battistero di Firenze, qui indicato, per sinèddoche, come sinonimo della città.
8) Per metafora, come è consueto nei poeti e nei politici a corto di idee, Dante definisce qui “”vorace”” la via attorno al cantiere, che dunque ha come inghiottito nell’ingorgo, e “”divorato””, la Sita che lo trasportava a Firenze.
9) Si intenda: dopo che trovai il passaggio (il “”passo””) per uscire dal cantiere, sentendomi “”sicuro”” come fu sempre «certo» Silvio Berlusconi che Renato Brunetta fosse “”il più basso”” (sia in senso assoluto, erga omnes, sia in senso relativo rispetto allo stesso, pur non longilineo, Berlusconi).
10) Quartiere periferico di Firenze, non lontano dall’Osmannoro, ma più vicino a Don Santoro (prete di frontiera impegnato in una pastorale con forti connotati socio-politici).
11) Semi-censura da parte di Dante dell’epiteto spregiativo, di cui mantiene tuttavia l’eloquente rima in –onza. Insomma, “”De Vulgari Eloquentia””, va bene, ma senza esagerare col “”Vulgari””.
12) Si allude qui a Roberto Cavalli, stilista fiorentino iper-lampadato caratterizzato da un uso insistito di motivi leopardati e tigrati, con paradossale effetto tamarro-chic, nei suoi tessuti. Molto gettonati da altrettanto iper-lampadate autiste di Suv, meglio se Porsche Cayenne di colore nero parcheggiati abusivamente in piazza Strozzi nello spazio invalidi più vicino al Colle Bereto.
13) La punizione-umiliazione della “”giaguara”” in termini di smacchiatura, allude all’infelice battuta dell’ex segretario pd Pierluigi Bersani, coniata adeguando alla progettata, e poi sostanzialmente inattuata, sconfitta del “”giaguaro”” Berlusconi una simpatica allegoria a base zoomorfa (“”Siamo mica qui a smacchiare i giaguari, neh…””).
14) Il Torpedone-Torpedo (o torpedine), mastodontico bus turistico, è dunque la seconda “”belva””, dopo la Lonza, e prima della Talpa Tav, che si oppone all’accesso di Dante nell’Inferno fiorentino.
15) Un tempo detto “”autoscatto””, ed esposto a macchinose preparazioni di esito incerto e periglioso, il “”selfie”” col cellulare, autoritratto effettuato preferibilmente in contesto turistico, con fidanzata/o, gruppo di amici, o con celebrità abbordata per strada, o con qualunque altra boiata sulla sfondo, divenne, lungo il secondo decennio del XXI secolo, un’autentica mania collettiva e una pratica narcisistica ai limiti dell’autoerotismo.
16) Consorzio di cooperative titolari dell’appalto di Rete Ferroviaria Italiana per l’escavazione del tunnel per l’alta velocità sotto il cosiddetto “”nodo fiorentino””, progetto al momento fermo, gravato da inchieste della magistratura, e, forse, oggetto di ennesimo ripensamento. L’escavazione della galleria andrebbe effettuata con un’enorme trivella meccanica, familiarmente appellata “”la Talpa””, o, più leggiadramente , “”Monna Lisa””.
17) Gioco di parole fra il nome “”Monna”” e il cognome del ruspante attore fiorentino Carlo Monni, sodale del primo Benigni “”proletario””, molto amato in città, e recentemente, prematuramente scomparso. In effetti, bellino ‘unn’era, ma ganzo sì.
18) Il nuovo Virgilio è dunque per Dante Eugenio Giani detto Prezzemolino, attuale Presidente del Consiglio Regionale, politico fiorentino di lungo corso, di ubiqua frequentazione nella società civile cittadina, campione di preferenze, appassionato di storia e di tradizioni locali, titolare di innumerevoli cariche pubbliche e associative. Oggi pd di stretta osservanza renziana, ma nato politicamente nella sinistra socialista di Valdo Spini (qui detto “”il Buono””, in antitesi al “”cattivo”” Bettino Craxi), si propone credibilmente, in quanto coordinatore dei festeggiamenti per il 750esimo dantesco, addirittura come guida del Poeta nell’infernale aldiquà.
19) Li “”schei falsi e bugiardi”” (“”falsi”” moralmente, tecnicamente erano autenticissimi) identificano chiaramente, nella metafora dantesca, l’era corrotta e corrusca di Tangentopoli. Acqua passata, si capisce.
20) Allusione al tradizionale tuffo di Capodanno dei Canottieri, al quale Giani da anni partecipa regolarmente, purché fotografato e ripreso dalle tv locali.
21) Il palazzo è naturalmente Palazzo Panciatichi: sede, a Firenze, del Consiglio Regionale Toscano.
22) Celebre agenzia di viaggi on line.
23) “”Mi spilla””, cioè mi punge, mi sta come una spina nel fianco. Dante ammette che la faccenda dell’esilio non l’ha ancora mandata giù, dopo sette secoli e passa. Ma come dargli torto?

Alberto Severi

Giornalista

Anna Andreevna Achmatova – Dante

Anna Andreevna Achmatova

DANTE
Il mio bel San Giovanni
Dante
Neppure dopo morto ritornò
nella sua vecchia Firenze.
Partendo non si volse indietro,
ed io a lui canto questo canto.
Fiaccole, notte, ultimo abbraccio,
oltre la soglia, selvaggio il grido del destino.
Le scagliò dall’inferno il suo anatema,
non la poté scordare in paradiso.
Ma scalzo, in panni da penitente
e cero acceso, non passò mai
per la sua Firenze agognata
, perfida, vile, attesa così a lungo…