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Vincenzo Cardarelli – O memoria spietata, che hai tu fatto del mio paese?

Vincenzo Cardarelli

O memoria spietata, che hai tu fatto

del mio paese?

Un paese di spettri

dove nulla è mutato fuor che i vivi

che usurpano il posto dei morti.

Qui tutto è fermo, incantato,

nel mio ricordo.

Anche il vento.

*

Quante volte o paese mio natio,

in te venni a cercare

ciò che più mi appartiene e ciò che ho perso

Quel vento antico, quelle antiche voci

E gli odori e le stagioni

D’un tempo aimè vissuto

Vincenzo Cardarelli – Non basta morire

Vincenzo Cardarelli

Non basta morire

Hanno i defunti un tempo

ulteriore nei cimiteri.

Vi compaiono adorni

di fiori e d’illusioni,

per diventare presto

della città silente

comuni abitatori.

Ma una pietà indistinta li consola

anche allora che, privi d’ogni cura,

esposti ad-ogni ingiuria,

trapassati da troppo lungo evo,

di lor neglette sepolture ornate

con gusto d’altri tempi,

s’avviano ad esulare

nella fossa comune.

« Qui giace », è scritto

ma il lor giacere non dura.

Troppo han brillato e furono onorati

questi poveri morti

che han da morire ancora,

che hanno ancor da soffrire

in questo fango che non ha mai fine.

Vincenzo Cardarelli – Ultima speme

Vincenzo Cardarelli
Ultima speme

La nostra misera gloria
è una pingue colonia
per il vorace appetito
dei nostri nemici.
I vermi già ci divoran da vivi.
E tra poco di noi non rimarrà
che il lor rifiuto :
l’ultima, imponderabile materia
che in aria e in luce si tramuterà.
O sublime residuo!
Intangibile essenza!
Tu sola, arida polvere,
non patirai l’oltraggio dei viventi.
In te forse, in quel soffio
di cenere superstite,
è la prova dell’anima,
il segno indistruttibile
dell’immortalità.

Vincenzo Cardarellli – Illusa gioventù

Vincenzo Cardarellli
Illusa gioventù

O gioventù, innocenza, illusioni,
tempo senza peccato, seco! d’oro!
Poi che trascorsi siete
si costuma rimpiangervi
quale un perduto bene.
Io so che foste un male.
So che non foto, ma ghiaccio eravate,
o mie candide fedi giovanili,
sotto il cui manto vissi
come un tronco sepolto nella neve:
tronco verde, muscoso,
ricco di linfa e sterile.
Ora che, esausto e roso,
sciolto da voi percorsi in un baleno
le mie fiorenti stagioni
e sparso a terra vedo
il poco frutto che han dato,
ora che la mia sorte ho conosciuta,
qual essa sia non chiedo. Così rapida
fugge la vita che ogni sorte è buona
per tanto breve giornata.
Solo di voi mi dolgo, primi inganni.

Vincenzo Cardarelli – Alla terra

Vincenzo Cardarelli
Alla terra

Terra mia nativa,
perduta per sempre.
Paradiso in cui vissi
felice, senza peccato,
ed ebbi amiche un tempo
le biscie fienaiole
piú che gli uomini poi.
Nelle notti d’insonnia,
quando il mio cuore è piú angosciato e grida
e non si vuol dar pace,
tu mi riappari ed in te mi rifugio.
Non memorie io ti chiedo,
ma riposo ed oblio.
E dopo tanto errare
godo in te ritrovarmi,
terra mia di cui porto
l’immortal febbre nel sangue
. Sempre piú persuaso che tu sola
non m’abbia mai tradito
e che il lasciarti fu grande follia.
Cosi lontana sei, cosi lontana!
Pur di raggiungerti e annullarmi in te
anche la morte mi sarebbe cara.

Vincenzo Cardarelli – Alla morte

Vincenzo Cardarelli
Alla morte

Morire si,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato !
Sul, punto di varcare
in un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi sì gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.

Vincenzo Cardarelli – Ajace

Vincenzo Cardarelli
Ajace

Sempre obliasti, Ajace Telamonio,
ogni prudenza in guerra, ogni preghiera.
Mai non pensasti ad invocar l’aiuto
d’una benigna Dea
che ingigantir potesse le tue forze
o sottrarti sollecita al nemico.
Non avevi una madre
da impietosir l’Olimpo al tuo destino,
discretissimo eroe.
E a te non fu dato
compiere imprese stupende e gratuite,
atterrar Marte od Ettore,
o d’Afrodite il mignolo ferire,
bensì il combattimento orrido, immane,
fra soverchianti avversari,
in giorni che non s’ama ricordare.
Ogni volta che Giove era crucciato
contro gli Achei,
a te scendere in campo,
degna prole di Sisifo,
rampollo di Titani.
Quando Marte furioso conduceva
le falangi. troiane
ad incendiar le navi, tu,
le salvasti e Teucro.
Eri la gran riserva
nel pericolo estremo,
la resistenza, il muro, la fortezza.
Ti accoglieva ogni sera
la disadorna tenda
senza profumi né amorose schiave.
Là, presso il mare,
tutto imbrattato di polvere e sangue,
dormivi un sonno animalmente duro.
Primo fra i tuoi,
fra quanti eroi convennero sotto Ilio
non secondo a nessuno.
Ma veramente solo
ed unico tu fosti
nella sventura.
Nessun Dio ti protesse,
niuna gloria t’arrise incontrastata,
ti fu solo di scorta il tuo valore,
o fante antico.
E i Greci ti negarono quel premio
a cui tu ambivi:
l’armi d’Achille. Un maestro d’inganni
te le strappò. Ma in mare
costui le perse. E il flutto pietoso,
il mutevole flutto" più sagace
dell’umano giudizio, piú costante
della fortuna,
sul tuo tumulo alfine le depose.
Pace all’anima tua
infera, Ajace.