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Oscar Wilde – Sonetto sul massacro dei cristiani in Bulgaria

Oscar Wilde
Sonetto sul massacro dei cristiani
in Bulgaria
*
Cristo, vivi davvero? o sono ancor le tue ossa
Irrigidite nel sepolcro scavato dentro la roccia,
E fu la tua resurrezione soltanto sognata
Da colei che l’amore di te da ogni colpa redense?
*
Poiché qui l’aria orridamente risuona di gemiti umani,
I sacerdoti che invocano il tuo nome vengono uccisi.
Non odi l’amaro straziato lamento
Di coloro i cui figli giacciono sopra le pietre?
*
Scendi, Figlio di Dio! una tenebra impura
Copre la terra e nella notte senza lume di stelle
Sopra la tua Croce campeggiare la Mezzaluna io vedo.
*
Se in verità tu squarciasti la tomba,
Scendi, Figlio dell’Uomo, e la tua potenza dimostra,
Perché Maometto non cinga la corona in tua vece.
Nota
Questo sonetto è certamente anteriore al 1878, anno in cui la Bulgaria, dopo cinque secoli di dominio ottomano, ri­cuperò l’indipendenza in séguito al trattato di S. Stefano (3 marzo 1878) imposto dalla Russia alla Turchia.

Simeon Hristov Velcèv – Dal Poema « Storia »

Simeon Hristov Velcèv

Dal Poema « Storia »

I giorni del Governo provvisorio
son tramontati
nel rude assalto al Palazzo d’Inverno.
Ottobre ha divelto,
ha spalancato le porte
verso un’epoca nuova, un ordine
di luce.
Fremendo nel saldo pugno
la baionetta incide
e segna col sangue
i nomi:
Orel,
Perekop,
Caricin,
Varsavia.
Dovunque la cenere e il fumo
della guerra civile.
Gli anni si portano via oppressione
e sofferenze,
lungo il Volga la strada della fame
biancheggia di ossa…

Ogni strepito tace.
Solo il, terrore infierisce
frugando negli animi
col dito ossuto, mentre il silenzio
cieco, stagnante,
avvolge il freddo terrapieno…
Ed egli, col volto al sole,
gli occhi bendati,
le mani legate dietro la schiena,
pallido, stremato,
non può vedere gli uomini
davanti a lui
pronti ad ucciderlo.
Ma una stridula voce crudele,
rotola,
strappa un lembo pesante
di silenzio:
« Nel nome di Sua Maestà… »
Immobile, trattenendo il respiro,
rabbrividisce il plotone.
La condanna sferza
i volti di pietra: — Di che cosa
è colpevole? — Chi è?
Di dove viene?…
« Professione, maestro, accusato di… »
Perché,
perché laggiù, al fronte,
piangono i soldati,
mentre nei loro occhi balena una minaccia?
Col fruscio delle pagine
a sera
tornerà ancora a sussurrare nell’ombra
il giornale del partito…
Tra il fumo e l’umidità
ondeggerà la fiamma di una candela.
Mai più però la trincea
veglierà
al suono della sua voce:
« Compagni, anni di crudeltà,
anni di tormento e di vergogna
si trascinano, succedono
l’uno all’altro.
Qui al fronte
e laggiù
nei tuguri,
nelle cascine,
sui giacigli,
nelle stazioni,
sempre,
si ripete lo stesso grido:
— Perché combattiamo?
Rispondete,
perché ancora vanno al massacro gli schiavi,
versando sudore di morte
senza protesta? »

Cosi egli con lingua di fuoco,
con parole santificate,
parlava dei poveri,
del lavoro,
della pace
e dell’assalto immortale
dei fratelli russi,
del socialismo…
Un comando:
— Attenti!
I cuori induriti ora
non reggono più, là
qualcuno si fa il segno della croce,
nelle mani malferme tremano i fucili…
« Viva… »
— Fuoco!
Il maestro s’è disteso da solo nella sua fossa.

Senza croce né ceri, senza nome né fiamma,
quel ricordo non si spense
tra i rovi e i cespugli.
Sulla pietra liscia
rotolata sulla sua tomba
una mano rozza
incise le parole:- In pace
Compagno riposa. Su di te
Veglierà una sentinella
Non mercenaria
Una tenace volontà
Occupa i nostri petti, guida
La nostra forza. Pesanti sono i nostri
Passi, acuta è la lama del nostro pugnale.
E dalle nostre gole
Si leva
Il grido
Rabbioso
Della ribellione

Nicola Vapzarov – Canto di Libertà

Nicola Vapzarov
Canto di Libertà

Per me è chiaro come la luce del giorno:
a testate romperemo il ghiaccio
e all’orizzonte oscuro il sole,
il nostro forte sole sorgerà:
e che mi bruci pure le ali
come a una piccola farfalla!
Io non imprecherò, non mi lamenterò
perché tanto so
che si deve morire.
Ma morire
quando la terra si scrolla di dosso
le sue velenose muffe
e milioni di uomini risorgono,
oh, questo è un canto,
un incantevole canto!

Sergej Rumjancev – Nostalgia

Sergej Rumjancev
Nostalgia

In preda all’inquietudine, o mio paese natale,
io, povero figlio, con dolore t’ho lasciato,
ed ora nell’intimo soffro, solo e in pena,
per quella triste separazione.

Soffro di dolore e di nostalgia
per i tuoi campi fecondi,
dove libero mi cullò nella sua culla dorata
la mia libera gioventú.

Rimpiango le tue pianure
dove la terra fulva nutre la bionda spiga
nell’asilo quieto
della tua pace beata.

Sempre cosí ti ricordo, o mio paese natale,
immerso nel sonno e nel silenzio.
Sparsi su te i suoi capelli, il sole
ti bacia col concerto dei suoi colori.

E tu, affondato nel quieto gorgo
di un secolare abbandono,
li specchi nel limpido cielo
dove lento si leva un fumo azzurro.

Sempre cosí sereno ti ricordo
nella mestizia dei miei sogni
e nei giorni piú duri la mia anima vagabonda
in te si rifugia e tace.

Sempre, oppresso dagli affanni,
nei gelidi amplessi della città,
io soffro ricordando i giorni passati
lontano da te, nella tristezza e nella sfortuna.

lo voglio, io voglio ritornare
e a te dedicare la mia vita,
abbracciare la madre desolata
e il mio dolore a lei confidare.

E tornerò, tornerò dai miei fratelli.
Tornerò solo e senza fortuna.
Tu riscaldami nel tuo abbraccio
come una povera madre il povero figlio!

Hristo Jasenov (Tudzarov) – Conflitto

Hristo Jasenov (Tudzarov)
Conflitto

Libero e solo cammino sul nitido sentiero
e come il sole vivo nel cielo: tutto
azzurro lassú. Ma spesso mi tolgo il mantello
celeste cosparso di stelle
e scendo a bere il veleno
nel seno nero della terra. E ferito
crudamente nel petto,
dopo aver sopportato lotte e uragani,
i deserti sorvolo, ebbro
d’universale felicità. E nei miei sconfinati
fervori, eternamente edifico e distruggo,
poiché sole e ribellione
fervono insieme nel fondo del mio cuore.

Marko Angelov – Infanzia

Marko Angelov
Infanzia

1940

I giorni dell’infanzia non sono piú che ricordi,
un canto che è passato tra dolori e disgrazie,
tra desideri brucianti per le gioie nascoste
che mi fiorivano care nel petto.

Sono cresciuto tra contadini poveri,
arso dal vento, dal sole, dal gelo.
Dei campi fecondi ancora, ancora ricordo
la, voce di mille voci e la spiga del pane.

Mi svegliava il mattino coi suoni del cortile
e con ardore e dolore affrontavo il mio giorno.
Con gli occhi persi nel cielo, ascoltavo nei campi l
e falci inquiete sibilare come serpenti.

Saltavo tra i solchi e stanco cadevo
sulle aride zolle, nell’intrico dell’erbe.
A sera, con gli aratori, lasciavo
i neri solchi con gli occhi socchiusi.

Tornavo a casa. M’accoglieva la madre
con un sospiro nascosto sotto il suo viso chiaro
e sentivo diffusa, silenziosa, nella casa,
la presenza del suo cuore addolorato.

Innanzi tempo le pene le distrussero l’anima,
i figli primogeniti già erano perduti,
e così affidava le sue timorose speranze a
ll’ultima gioia, vegliandola in ansia.

Poi, accanto al fuoco, con infantile apprensione,
guardavo il volto crucciato di mio padre,
dove la vita aveva inciso rughe profonde,
i segni funesti del suo staffile.

Sotto i duri colpi degli anni piú gravi,
egli cedeva, si spegneva veloce.
Cosí, tra le miserie del servaggio, passava
anche l’ultimo tratto del suo cammino terrestre.

1 giorni dell’infanzia non sono piú che ricordi.
Ora, ardente, incomincio la mia vita
dove le onde rabbiose si scontrano e s’infrangono,
dove il fuoco segna il sentiero in avanti.

Hristo Jasenov (Tudzarov) – Attualità

Hristo Jasenov (Tudzarov)
Attualità

 

È finita. Innumerevoli giunte sono cadute
e sono caduti molti blocchi, politici :
alcuni anzi si sono arresi senza lotta
e altri con inutili allarmi.

Dopo tanto nero terrore, ardono
di festa villaggi e città
e le vecchie talpe diventano concime
di molti letamai municipali.

Sorte meritata, la rossa scopa
ha ripulito la vecchia immondizia.
Ma ancora l’immondizia s’annida:
tenete pronta la scopa, compagni!