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Bertold Brecht – La letteratura sarà esaminata (Per Martin Andersen Nexò)

La letteratura sarà esaminata
(Per Martin Andersen Nexò)
Coloro che furono posti, per scrivere, in sedie dorate
saranno interrogati da coloro
che gli hanno tessuto i vestiti.
Noti per i pensieri elevati
Quei loro libri saranno esaminati, ma invece
Una qualsiasi casuale frase che lasci intuire
una caratteristica di chi tesseva i vestiti
sarà letta con interesse perché vi si potrà i lineamenti
riconoscere, di antenati famosi.
*
Letterature intere
vergate con elette locuzioni
verranno scrutate per scoprirvi gli indizi
che dei ribelli vissero anche là dove c’era oppressione.
Supplici invocazioni a creature ultraterrene
proveranno che creature terrene su altre, terrene, si posero.
Musica sica preziosa di parole darà appena notizia
che per molti da mangiare non c’era.
2
Ma sarà data allora lode a coloro
che sulla nuda terra si posero per scrivere
che si posero in mezzo a chi era in basso
che si posero a fianco di chi lottava
che dettero notizia delle pene di chi era in basso
che dettero notizia delle gesta di chi lottava,

con arte, nel nobile linguaggio
innanzi riservato
alle glorie dei re.
*
Le loro descrizioni di realtà desolate, gli appelli,
ancora recheranno le impronte del pollice di chi era in basso. Perché ad essi
furono consegnati quelli scritti,
essi sotto la camicia sudata li portarono avanti
attraverso i cordoni degli agenti
fino ai loro simili.

Si, verrà un tempo
che a quei savie cortesi
pieni d’ira e speranza,
che sulla nuda terra si posero per scrivere
nel cerchio di chi era in basso e di chi lottava,
sarà data pubblica lode.
1939

Bertold Brecht – Ballata di Hanna Cash

Bertold Brecht

Ballata di Hanna Cash
I.
Con la gonna di cotone e la sciarpa gialla
e con gli occhi dei laghi neri,
senza soldi e talento ma con abbastanza
capelli neri, sciolti, che portava
fino alle dita dei piedi, ancora più nere:
questa era Hanna Cash, ragazzo mio,
che i « gentleman » riusciva a imbrogliare.
Lei venne con il vento e andò via
con il vento che corre sulle savane.
2.
Non aveva scarpe e non aveva neanche
una camicia e non sapeva neppure i corali!
E come un gatto era defluita nella grande
città, un gattino grigio preso tra le branche
di legni e di cadaveri, nel corso dei neri canali.
Lavava i bicchieri dall’assenzio
ma lei pulita non era mai.
E pure Hanna Cash, ragazzo mio, un tempo
fu certo pulita anche lei.
3
E una notte entrò nel bar dei marinai con gli occhi dei laghi neri,
incontrò J. Kent, capelli di talpa,
quel tipo dal coltello del bar dei marinai, la portò via con sé.
E quando Kent quel tipaccio
si grattava la tigna e ammiccava,
Hanna Cash fino alla punta dei piedi, ragazzo
mio, sentiva quell’occhiata.

4
Loro « s’incontrarono » tra selvaggina e pesce
e « marciarono uniti per tutta la vita »,
non avevano un letto, né un tavolo, niente,
non avevano neanche selvaggina né pesce
neppure un nome per i bambini.
Fischia vento di neve,, pioggia si versa
e s’allaga anche la savana,
ma Hanna Cash, ragazzo mio, resta
presso l’uomo che ama.
5
Lo sceriffo dice: E’ un furfante.
E la lattaia: cammina tutto sghembo.
Ma lei dice: Che male ci trovate?
E’ il mio uomo. E lei si prese la libertà di restare
vicino a lui. Proprio per questo.
E quando zoppica e quando fa il matto
e quando la colpisce, una botta dopo l’altra,
Manna Cash si chiede, ragazzo
mio, questo soltanto: se lei lo ama.

6
Dove c’era la culla non c’era tetto, in alto,
I colpi colpivano i genitori.
Loro marciarono insieme, anno per anno,
Dentro i boschi dalla città d’asfalto
E nella savana dai boschi.
Per il tempo che si va, per vento e per neve,
fino a che non arriva il crollo,
Hanna Cash, segui sempre,
ragazzo mio, il suo uomo.
7
Nessuna veste era tanto malandata
come la sua, e per lei non c’era domenica,
non c’era nessuna passeggiata a tre
A bar-della-torta-di-ciliege e non v’era focaccia
nella madia e non suono d’armonica.
E un giorno era come ogni altro,
senza spiraglio di sole.
Ma Hanna Cash, nel volto, ragazzo
mio, aveva sempre il sole.
8

Lui rubava i pesci e lei il sale rubava.
Era così. « E’ dura la vita ».
I quando lei cucinava i pesci, guarda:
sulle ginocchia dell’uomo i bambini recitavano
in coro la dottrina.
Per cinquant’anni dormirono
nello stesso letto, per notte e per vento.
Così Hanna Cash, ragazzo mio,
Dio gliene dia il compenso.

Bertold Brecht – Preghiera dei bambini

Bertold Brecht
Preghiera dei bambini

Le case non devono diventare bracieri.
Non devono esistere i bombardieri.
La notte è fatta per il sonno.
La vita non diventi una condanna.
Le madri non devono piangere.
Nessuno sia costretto a uccidere.
Qualcosa devono costruire tutti.
Allora ci possiamo fidare di tutti. I
giovani raggiungano questo scopo.
I vecchi insieme a loro.

Bertold Brecht – La crociata dei ragazzi

Bertold Brecht
La crociata dei ragazzi

In Polonia, nel Trentanove,
una battaglia grande ci fu
che fece rovina e deserto
di tanti paesi e città.
*
La sorella ci perse il fratello,
la moglie il marito soldato,
tra fuoco e macerie i figliuoli
i genitori non trovano più.
*
Di Polonia non venne più nulla,
né notizie ai giornali né lettere.
Ma nei paesi dell’Est
una storia strana raccontano.
*
Nevicava, quando in quei posti
si senti che la gente parlava
d’una crociata di ragazzi
che in Polonia era cominciata.
*
Trottavano sugli stradali
ragazzi affamati attruppati,
e dai villaggi bombardati
altri portavano con sé.
*
Dalle battaglie volevano
fuggire, da tutti quegli incubi
e finalmente un giorno,
venire a una terra di pace.
*
Avevano un piccolo capo
che li aveva guidati fin là.
Ma una gran pena aveva in cuore:
la strada non la sapeva.
*
Una d’undici anni menava
un bambino di quattro anni
come una mamma farebbe;
ma non fino a un paese di pace.
*
Marciava nel gruppo un piccolo ebreo
col suo bavero di velluto;
lui, avvezzo al pane più bianco,
da coraggioso s’era battuto.
*
E due fratelli venivano avanti,
che erano grandi strateghi
per assalire fattorie
deserte, lasciate alla pioggia.
*
c’era uno, grigio, sottile,
che andava da solo pei campi
con una colpa tremenda:
veniva da un’ambasciata dei nazi.
*
un musicista tra loro
che in un negozio distrutto
aveva trovato un tamburo ma,
per non farli scoprire,
non lo poteva suonare.
*
anche c’era un cane:
per ammazzarlo l’avevano preso
ma gli era mancato il coraggio
e ora mangiava con loro.
*
c’era una scuola ed un piccolo
maestro che si sgolava.
Sulla corazza di un carro, uno scolaro
sillabava, di « pace », « p » e « a ».
*
E al fragore di un freddo torrente
anche un concerto ci fu:
nessuno li avrebbe sentiti
e il tamburo allora suonò.
*
E anche c’era un amore,
lei dodici, lui quindici anni.
In un cortile di macerie, lei
i capelli gli pettinava.
L’amore non poté resistere,
il freddo che venne fu troppo.
Come le piante possono fiorire
se cade tanta neve?
*
E anche una guerra ci fu,
perché un’altra banda comparve,
ma la guerra fu presto finita,
ché non c’era ragione di farla.
*
Ma mentre ancora infuriava
intorno a un casello distrutto,
si dice che uno dei gruppi
a un tratto fu a corto di viveri.
*
E quando gli altri lo seppero
mandarono uno dei loro
con un sacco di patate;
perché chi non mangia la guerra non fa.
*
E ci fu anche un processo,
e ardevano due candele.
E fu un’inchiesta penosa.
Il giudice venne condannato.
*
E il funerale ci fu di un ragazzo
che portava il colletto di velluto.
Lo calarono due tedeschi
e due polacchi nella fossa.
*
C’erano protestanti,
cattolici e nazi
per consegnarlo alla terra.
E alla fine un piccolo socialista
parlò del futuro dei vivi.
*

Così c’erano fede e speranza
ma non c’era né carne né pane.
Chi non gli dette un tetto
non mi venga ora a dire che rubavano.
*
E nessuno dia colpa a quei poveri
che non li invitarono a tavola.
Per cinquanta ragazzi, farina
ci voleva, non solo bontà.
*
Pareva che andassero a sud.
Il sud è dove il sole
all’ora di mezzogiorno
proprio ti sta davanti.
*
Trovarono anche un soldato
tra gli aghi dei pini, ferito.
Lo curarono per sette giorni
perché gli indicasse la via.
*
Lui disse: «A Bilgoray! »
Tremava tutto di febbre,
l’ottavo giorno mori
e così anche lui seppellirono.
*
Sebbene coperti di neve
c’erano frecce e cartelli.
Non mostravano più la via giusta,
qualcuno li aveva scambiati.
*
Non era un scherzo malvagio,
era per ragioni di guerra:
cercando così Bilgoray
nessuno mai ci arrivò.
*
Erano in cerchio intorno al loro capo.
Lui guardava nell’aria di neve.
Accennò con la piccola mano
e disse: «Dev’esser laggiù ».
*

Una notte videro un fuoco

ma non gli andarono incontro.
Tre carri armati, una volta, passarono
e dentro c’erano uomini.
*
E una volta giunsero presso
a una città, e le girarono attorno,
camminando soltanto di notte
finché la città non passò.
*
Dove una volta c’era la Polonia del sud,
furono visti nella neve
della tormenta, quei cinquantacinque,
per un’ultima volga.
<+
Quando io chiudo gli occhi
li vedo come vagano
dalle rovine di una fattoria
alle rovine di un’altra.
*
Su di loro, lassù nelle nuvole,
vedo altri cortei, nuovi, grandi!
Vanno a fatica contro i venti freddi,
i senza patria, i senza meta,
*
cercando una terra di pace,
senza il tuono, senza l’incendio,
non come quella che lasciano.
E immenso diventa il corteo.
*
E dentro il buio del crepuscolo
non mi pare già più quel che era.
Altri piccoli visi vi scorgo,
spagnoli, francesi, orientali.
*
In Polonia, in quel mese di gennaio,
un cane per caso fu preso.
C’era un cartello appeso
al suo collo smagrito,
*
e c’era scritto: «Aiutateci,
abbiamo perduto la strada.
Siamo cinquantacinque.
Il cane vi guiderà.
*
Se non potete venire,
lasciatelo andar via.
Non gli sparate.
Dove siamo, lui solo lo sa ».
*
Era una scrittura infantile.
La lessero quei contadini.
Un anno e mezzo da allora è passato.
Il cane moriva di fame.
f
(1942)•

Bertold Brecht –

Bertold Brecht

Sul muro c’era scritto col gesso

Vogliono la guerra
Chi l’ha scritto
È già caduto

Bertold Brecht – Lettera al drammaturgo Odets

Bertold Brecht

Lettera al drammaturgo Odets

Compagno, nel tuo dramma Paradise Lost mostri t

Che le famiglie degli sfruttatori

vanno in rovina.

Come sarebbe?

forse le famiglie degli sfruttatori

vanno in rovina. E se non fosse così?

Non sfruttano più, se vanno in malora, o

Ci riesce meno gravoso l’essere sfruttati,

se non sono in malora? L’affamato deve seguitare

ad avere fame, se chi gli toglie il pane

è1 , un uomo sano?

O vuoi dirci che i nostri oppressori

sono già fiaccati? Dobbiamo

posare le nostre mani in grembo?

Così quali li dipin­geva

il nostro imbianchino, compagno, e tempo una notte

ci toccò sentire la forza dei nostri oppressori in sfacelo.

O magari senti pietà per loro? E noi,

mentre vediamo le cimici sloggiare,

dovremmo versare lacrime?

Tu, compagno, che hai mostrato pietà per l’uomo

che non ha da mangiare, adesso hai pietà

di chi si è abboffato?

Bertold Brecht – La canzone del nemico di classe

Bertold Brecht
La canzone del nemico di classe
1
Quand’ero piccolo, andavo a scuola
e imparai a distinguere il mio e il tuo,
e quando tutto avevo imparato
non mi pareva che fosse tutto.
La mattina ero senza colazione
mentre altri avevano da mangiare;
e così imparai ancora tutto
sull’essenza del nemico di classe.
E imparai il perché e il percome
il mondo è diviso da una fossa!
che resta fra noi, perché dall’alto
verso il basso cade la pioggia.
2.
E mi dicevano: diventerai come noi
se farai il bravo!
Ma io pensavo: se sono la loro pecora
non diverrò mai un macellaio.
E vidi più d’uno di noi
che per loro batté il marciapiede,
e se gli capitò la medesima sorte
che a me e a te, si sorprese.
Ma io non mi meravigliai,
per tempo vidi come stanno le cose
con loro: è verso il basso,
e non verso l’alto che la pioggia scorre.
3
Allora udii battere il tamburo
e tutti dicevano queste parole:
adesso dobbiamo fare la guerra
per un posticino al sole.
E voci rauche ci promisero
di tirarci l’azzurro giù dal cielo,
e capoccia bene pasciuti gridavano:
non siate vigliacchi in questo momento!
E noi ci credemmo: è questione di ore,
poi avremo questa cosa e quella.
Ma la pioggia di nuovo fluì verso il basso e noi
per quattro anni divorammo l’erba.
4
E una volta, d’un tratto, si disse:
ora facciamo la repubblica!
E ognuno sarà uguale all’altro,
magro o grasso che sia.
E chi era esausto per fame non era
mai stato così pieno di speranza.
Ma chi era sazio di mangiare
come loro era pieno di speranza.
E io dissi: qualcosa non quadra
e dal dubbio ero tutto turbato:
qualcosa non quadra, se la pioggia
deve scorrere verso l’alto.
5
Ci diedero delle schede per votare,
noi le armi consegnammo
ci diedero una promessa
noi i fucili che avevamo
Sentimmo dire: loro, che la sanno lunga
ci avrebbero aiutato adesso,
noi dovevamo andare al lavoro,
loro avrebbero fatto il resto.
Allora mi lasciai smuovere di nuovo
e come volevano, rimasi calmo,
e pensai: da parte della pioggia è bello
che voglia scorrere verso l’alto.
6.
E subito dopo sentii dire
che ora tutto era sistemato:
se noi sopportiamo il male minore
quello più grosso ci era risparmiato.
E noi mandammo giù il prete Briining
perché al suo posto non ci fosse Papen.
E noi mandammo giù lo junker Papen
perché se no era il turno di Schleicher.
E il prete passò la consegna allo junker
e lo junker la passò al generale.
E la pioggia andava verso il basso
e fu uno scorrere colossale.
7-
Mentre noi giravamo con le schede
loro intanto chiudevano le fabbriche,
quando noi dormivamo davanti all’ufficio dei sussidi,
loro dormivano in pace.
Sentivamo parole come queste:
Tenetevi calmi! State in attesa!
Quanto è più grande la crisi
tanto più grande sarà la ripresa!
E io dicevo ai miei compagni:
così parla il nemico di classe!
Quando parla di epoca buona
è della sua che intende parlare.
La pioggia non scorrerà mai verso l’alto,
perché d’un tratto scopre di volerci bene.
Ecco quanto può fare: fermarsi
E cioè quando il sole risplende.
8.
Un giorno dietro nuove
bandiere li vidi marciare,
e molti dei nostri dicevano:
non c’è piú nemico di classe.
Allora vidi alla loro testa
grugni che già mi erano noti,
e udii, nel vecchio tono da sergente,
ringhiare le loro voci.
E tra feste e bandiere la pioggia
notte e giorno scorreva tacita,
e la poteva sentire chiunque
si fosse trovato per strada!
9•
Si esercitavano con impegno a sparare,
e parlavano di nemico a voce alta,
e indicavano fieri al di là del confine
ed era a noi che si pensava.
Poiché noi e loro siamo nemici
in una guerra che se io vinco tu perdi,
perché loro vivono di noie crepano
se non siamo più loro servi.
E questo è anche il motivo per il quale
la vostra meraviglia è fuori di luogo,
se si scagliano su di noi, come la pioggia
si scaglia sopra il suolo.
10
E chi di noi è crepato di fame
è caduto in una battaglia,
e chi di noi è morto
l’hanno ammazzato e basta.
Lo hanno preso con i loro soldati
chi non gli piaceva la fame,
gli hanno sfondato la mascella
a chi ha chiesto pane.
Adesso gli dànno la caccia
a chi pane promisero,
e chi ha detto la verità
lo portano nella cassa di zinco.

E chi gli ha prestato fede

che gli siano amici, non altro
si è atteso, che l’acqua
scorra verso l’alto.
11
Perché, qualunque cosa ci dicano
noi siamo nemici di classe:
chi di noi non ha osato lottare,
ha osato morire di fame.
Tamburino, noi siamo nemici di classe!
Questo non lo copre il rullo del tuo tamburo!
Industriale, generale e junker
il nostro nemico, sei tu!
E’ un problema che non si rimanda,
non si sistema un bel niente!
Verso l’alto non scorre l’acqua
e neppure lo si pretende!
12.
L’imbianchino imbianchi se crede,
non ci nasconderà le fessure!
Uno resta e uno deve cedere il passo
o io o te, uno dei due.
E qualsiasi cosa io impari,
l’ABC non deve cambiare:
non avrò mai niente in comune
con il nemico di classe.
La parola checi unisce,
non la si potrà mai trovare:
dall’alto al baso la pioggia fluisce
e tu sei il mio nemico di classe.