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Francesco Berni – A monsignor Agnolo Divizi

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Francesco Berni

A monsignor Agnolo Divizi

Gridando la sua innocenza
[Dalla Badia di San Giovanni in Venere, in Abruzzo,

29 gennaio 15231

Poiché da voi, signor, m’è pur vietato
che dir le vere mie ragion non possa,
per consumarmi le midolle e l’ossa
con questo novo strazio e non usato,
finché spirto avrò in corpo e alma e fiato,
finché questa mia lingua averà possa,
griderò sola, in qualche speco o fossa,
la mia innocenzia e più l’altrui peccato.
E forse ch’avverrà quello ch’avvenne
della zampogna di chi vide Mida,
che sonò poi quel ch’egli ascoso tenne
L’innocenzia, signor, troppo in sé fida,
troppo è veloce a metter ale e penne,
e quanto più la chiude altri più grida.

Nato a Lamporecchio, in Val di Nievole, da famiglia fiorentina nel 1497 o 1498, il Berni trascorse a Firenze la prima giovinezza, sino ai vent’anni. Fu poi a Roma presso il Cardinale Bernardo Dovizzi da Bibbiena, suo parente un po’ alla lontana, e presso il nipote di lui

Francesco Berni – Al sonetto del Bembo

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Francesco Berni

Al sonetto del Bembo

Mentre navi e cavalli e schiere armate,
che ‘l ministro di Dio sì giustamente
move, a ripor la misera e dolente
Italia e la sua Roma in libertate,
son cura della vostra alma pietate,
io vo, signor, pensando assai sovente
cose, ond’io queti un desiderio ardente
di farmi conto alla futura etate.
Intanto al volgo mi nascondo e celo
là dove io leggo e scrivo; e ‘n bel soggiorno
partendo l’ore fo piccol guadagno.
Cosa grave non ho dentro e d’intorno:
cerco piacere a lui che regge il cielo;
di duo ani lodo, e di nessun mi lagno.

Contraffa la parodia

Né navi né cavalli o schiere armate,
che si son mosse così giustamente,
posson ancor la misera e dolente
Italia e Roma porre in libertate.
S’è speso tanto ch’è una pietate,
e spenderassi, e spendesi sovente:
mi par ch’abbiamo un desiderio ardente
di parer pazzi alla futura etate.
Onde al vulgo ancor io m’ascondo e celo:
non leggo, e scrivo sempre, e ‘n mal soggiorno
perdendo l’ore, spendo e non guadagno.
Cosa grata non ho dentro o d’intorno:
testimon m’è colui che regge il cielo;
di me sol, non d’altrui mi dolgo e lagno.