Giorgio Caproni – Foglie

Giorgio Caproni

Foglie

Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.
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Fausto Leali – Angeli Neri

Fausto Leali

Angeli neri

Pittore ti voglio parlare

mentre dipingi un altare.

Io sono un povero negro

e d’una cosa ti prego.

 

Pur se la Vergine è bianca

fammi un angelo negro.

Tutti i bimbi vanno in cielo

anche se son solo negri.

 

Lo so, dipingi con amor.

Perché disprezzi il mio color?

Se vede bimbi negri

Iddio sorride a loro.

 

Non sono che un povero negro

ma nel Signore io credo

e so che tiene d’accanto

anche i negri che hanno pianto.

 

Lo so, dipingi con amor.

Perché disprezzi il mio color?

Se vede bimbi negri

Iddio sorride a loro.

Arthur Rimbaud – Rimembranze del vegliardo idiota

Arthur Rimbaud
Rimembranze del vegliardo idiota

Perdono, babbo !
Giovane, alle feste campestri,
Fuggivo il tiro a segno banale e generoso,
Ma non quei luoghi urlanti dove i ciuchi, dai fianchi
Spossati, dispiegavano il lungo tubo rosso
Che ancora non capisco!…

E poi la madre mia,
La cui camicia aveva un sentore amarognolo
Benché sgualcita in basso e gialla come un frutto,
Mia madre che saliva nel letto con un suono
— Ma figlio del lavoro, — mia madre, con la coscia
Di donna anziana e le anche massicce dove i panni
S’increspano, mi diede calori che si tacciono.

Ma più cruda vergogna e più calma, era quando
La mia sorella piccola, di ritorno da scuola,
Dopo aver consumato gli zoccoli sul ghiaccio,
Pisciava ed osservava sfuggir da quel suo labbro
Sottano, stretto e rosa, un rivolo d’orina…!

Oh, perdono!
Pensavo talvolta al mio papà:
La sera, il giuoco a carte, le frasi libertine,
Il vicino, ed il bimbo scacciato, cose viste…
— Sì, un padre può turbare! — e cose immaginate !…
Quel ginocchio che spesso mi blandiva, le brache
Che il mio dito voleva aprire alla fessura…
Per aver la capocchia nera e dura del babbo,
No ! —, la cui man villosa mi cullava!…

Non dico
Del vaso, piatto a manico intravisto in solaio,
Degli album foderati di rosso, della cesta
Di filacce, e la Bibbia, e quel posto, e la serva,
Maria, il crocifisso…

Oh! mai nessuno fu
Così frequentemente turbato, quasi attonito!
F che adesso il perdono mi venga accordato:
Poiché i sensi mefitici mi hanno avuto lor vittima,
Mi confesso svelando quei giovani misfatti!..
.
E poi! — mi sia permesso parlare al mio Signore!
Perché la pubertà tardiva e la sventura
bel mio glande tenace e troppo consultato?
Perché l’ombra sì lenta al basso ventre? e i folti
Terrori che coprivano sempre la gioia, simili
A ghiaia nera? Io, fui sempre stupefatto!
Che sapere?
Scusato?…
Riprendi il reggi piedi
Azzurro, babbo mio
Oh, infanzia mia ! — su,
tiriamoci la coda!

Arthur Rimbrand – I seduti

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Arthur Rimbrand
I seduti
Neri di natte, il volto butterato, con cerchi
Verdi agli occhi e le dita abbarbicate al femore,
L’occipite coperto di scorbutiche placche,
Come di vecchi muri lebbrose fioriture;

Han saputo innestare, con amori epilettici,
La carcassa barocca agli scheletri neri
Delle sedie; coi piedi allacciar strettamente
Quelle sbarre rachitiche, la sera e la mattina.

Questi vegliardi han sempre fatto treccia coi seggi,
Sentendo i soli ardenti lucidargli la cute,
O, gli occhi fissi ai vetri dove la neve sbiadisce,
Tremando col dolente tremolare dei rospi.

E le sedie con loro son gentili: ingrommata,
La paglia cede ai lati di quelle estremità;
L’antico sole, spento, si riaccende, rinchiuso
Nelle trecce di spighe in cui fermentò il grano.

I Seduti, coi denti alle ginocchia, verdi
Pianisti tambureggiano colle dita la seggiola;
Si ascoltare sciabordare barcarole patetiche
E quei loro zucconi ondeggiano rapiti.

Che nessuno li scomodi! Sarebbe un naufragio…
S’ergono mugolando come un gatto punito,
Aprono lentamente e con rabbia le scapole,
Le brache si rigonfiano alle reni ampollose ;

Li sentite cozzare i crani spelacchiati
Ai muri scuri; i piedi ciabattano rabbiosi;
I bottoni degli abiti sono fulve pupille
Che carpiscon lo sguardo dal fondo di quei dedali!

Badate, hanno una mano che, invisibile, uccide.
Al ritorno, lo sguardo filtra il veleno nero
Che offusca gli occhi mesti della cagna picchiata,
E voi sudate, presi in un atroce imbuto.

Si risiedon coi pugni persi dentro i polsini,
Pensano alle persone che li hanno disturbati,
E, da mattina a sera, grappoli di bargigli
Fremono da schiattarne a quei menti sparuti.

Quando l’austero sonno china quelle visiere,
Sognan sopra le braccia di fecondare seggiole
E di aver tutto intorno amorini di sedie
Che circondino gaie le alfiere scrivanie ;

Fiori d’inchiostro sputando pollini come virgole,
Li cullano, seduti a ridosso dei calici
Come lungo i giaggioli un volo di libellule.
— E il loro membro s’irrita sulle spighe barbate.

Rocco Scotellaro – Ti rubarono a noi come una spiga

Rocco Scotellaro

Ti rubarono a noi come una spiga

Vide la morte con gli occhi e disse:
non mi lasciate morire
con la testa sull’argine
della rotabile bianca.
Non passano che corriere
veloci e traini lenti
ed autocarri pieni di carbone.
Non mi lasciate con la testa
sull’argine recisa da una falce.
Non lasciatemi la notte
con una coperta sugli occhi
tra due carabinieri
che montano di guardia.
Non so chi m’ha ucciso
portatemi a casa,
i contadini come me
si ritirano in fila nelle squadre
portatemi sul letto
dov’è morta mia madre.
O mettetevi qui attorno a ballare
e succhiate una goccia del mio sangue
di me vi farà dimenticare.
Lungo è aspettare l’aurora e la legge
domani anche il gregge
fuggirà questo pascolo bagnato.
E la mia testa la vedrete, un sasso
rotolare nelle notti
per la cinta delle macchie.
Così la morte ci fa nemici!
Così una falce taglia netto!
(Che male vi ho fatto?)
Ci faremo scambievole paura.
Nel tempo che il grano matura
al ronzare di questi rami
avremmo cantato, amici, insieme.
E il vecchio mio padre
non si taglierà le vene
a mietere da solo
i campi di avena?

Salvatore Di Giacomo – Marechiare

Salvatore Di GiacomoMarechiare
Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fanno a l’ammore…
se revotano ll’onne de lu mare:
pe la priézza cagneno culore,
quanno sponta la luna a Marechiare.
A Marechiare nce sta ‘na fenesta:
la passiona mia nce tuzzulea…
nu carofano addora ‘int’a na testa,
passa l’acqua pe’ sotto e murmuléa…
a  Marechiaro nce sta na fenesta.
Chi dice ca li stelle so’ lucente,
nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte!
sti doje stelle li ssaccio io sulamente:
dint’a lu core ne tengo li pónte…
Chi dice ca li stelle só’ lucente?
Scétate, Carulíì, ca l’aria è doce…
quanno maje tantu tiempo aggio aspettato?
P’accumpagná li suone cu la voce,
stasera na chitarra aggio portato…
Scetate, Carulí’, ca ll’aria è doce!…

Rocco Scotellaro – Sera lontana

Rocco Scotellaro
Sera lontana

Batte già il mulo il ferro sopra il ciotolo
mentre si assestano i guanciali
nelle bisaccie. Si parte così
nel Sud per le campagne la mattina,
per la stazione rossa sull’arena
del fiume, ogni anno mi parto anch’io.
Io non so se posso per il mondo
tenere il pugno chiuso nell’attesa
di sgranarlo nel gioco della morra,
di tracannare oltre il desiderio
e sentire la lama del coltello
più calda della fetta rovesciata
sul tavolo a bocconi dei compagni.
Di certo non potrò sentire i canti
le nenie della mamma e le assonnate
tiritere con zampogna e tamburino.
E…La stazione non e già montagna.
Tu non risali sull’imbrunire
con frutti acerbi, paglia e fiasco vuoto
non rivedi le quattro luci a segno
di tutto il lungo borgo addormentato.
Han perduto sapore, spaesato
le tue parole. La tua terra, cara
terra, che lì questa notte respira
con grilli ridestati e le stelle,
passa qui per un inutile inferno.
Tricarico, settembre 1946