Yehuda Amichai – Giacobbe e l’angelo

Yehuda Amichai
Giacobbe e l’angelo
Poco prima dell’alba sospirando
lei lo stringeva così, e lo sconfisse.
E anch’egli la stringeva, e la sconfisse,
e sapevano entrambi: quella stretta
portava la morte.
E rinunciarono a dirsi i loro nomi.

Ma al primo chiarore
egli vide il suo corpo:
ed era ancora bianco
nei punti dove ieri
il costume da bagno la copriva.

Poi a un tratto da su la chiamarono,
due volte.
Come chiamando strappi una bambina
ai giochi nel cortile.
E lui ne seppe il nome e le permise
di andare.
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Yehuda Amichai – Mi ha assalito un’acre nostalgia,

Yehuda Amichai

Mi ha assalito un’acre nostalgia,
come la gente d’una vecchia foto che vorrebbe
tornare con chi la guarda, nella buona luce della lampada.

In questa casa, penso a come l’amore
in amicizia muta nella chimica
della nostra vita, e all’amicizia che ci rasserena
vicini alla morte.
E quanto è simile ai fili sparsi la nostra vita
che piú non sperano di tessersi in altro ordito.

Giungono dal deserto voci impenetrabili.
Polvere che profetizza polvere. Passa un aereo e ci chiude
sotto la lampo di un grosso sacco di destino.

E il ricordo di un viso amato di ragazza
trascorre per la valle, come quest’autobus notturno: molti
finestrini illuminati, molto viso di lei.

Yehuda Amichai – Strada

Yehuda Amichai
Strada
Un bagliore di automobili in fuga
i miei pensieri riordinava in bianco e nero.

Io che attraverso la strada
solo nei punti consentiti dalla legge,
sono stato invitato all’improvviso
fra le rose.

E come si chiarisce un bruno ramo
nel punto in cui si spezza, così io
nel mio amore
sono chiaro.

Giacomo Trinci – Da «Autobiografia di un burattino. Pinocchio in versi» – Canto IV

Giacomo Trinci

Da «Autobiografia di un burattino. Pinocchio in versi»

Canto  IV

La vita per Pinocchio è tutta salti
adesso, e corse, e campi, e verde mondo;
e non vedeva intorno che gli smalti

dei muri vecchi da saltare a fondo,
e i fossi, e i pruni tenerini e vivi,
e i greppi altissimi, che nel giocondo

tornado superava, là oltre i rivi.
Salta salta la vita, arrivi sempre
a casa, e dopo aver percorso privi

di peso campi e fossi torna sempre
la forza delle cose a farti suo.
Pinocchio spinge l’uscio come sempre,

entra e si butta in terra, e il fiato suo
rimbomba nella stanza ormai deserta;
mai dalla contentezza il fuoco tuo

hai sospirato, come quando certa
d’averla fatta in barba è la tua gioia;
che pure durò poco, perché esperta

di un’uggiosa pena, a furor di noia,
stanca e vecchia una voce di lontano
colpì del burattino il fil di gioia.

Monotona e sottile, piano piano,
sembra lo scricchiolare di una sedia,
se qui sedia vi fosse, e non un vano

arrampicare di fastosa inedia
per muri marci, trucioli, e corbelli;
– Crì-crì-crì! – come una stessa commedia,

sera qualcuno sui puntelli
recitava a se stesso, ed or Pinocchio
si voltò impaurito verso gli appelli strani:

– Chi è che mi chiama? -  Son io! –
e un grosso grillo vide sulla crosta
del muro salir lento, acceso l’occhio

stanco come una lanterna indisposta
alla luce, ma chiara: – Sono il grillo
parlante a vuoto, e tengo qui nascosta

la coscienza dei morti, ogni cavillo
abbandonato e vivo da mill’anni. –
– Ora vorrai farmi dormir tranquillo! –

disse Pinocchio già dentro gli affanni;
– Questa stanza è la mia. Vattene dunque! –
– Per quanto sappia già che tu mi scanni –

disse il Grillo lontano – sappi dunque
l’acuto denso vero che è qui posto
e che ti metto avanti: da chiunque

sarai spinto a perdonarti, scomposto
di ragione ogni elemento, non avrai
che l’amaro, e il dolore ben disposto –

ai peccati del mondo! – Pinocchio mai
si era sentito cosi offeso in pieno,
e disse al Grillo: – Pensa un po’ ai tuoi guai!

Io voglio i miei mattini, l’alba, il fieno
di ogni giorno, sregolarmi nei sensi,
partir da qui per sempre, dal terreno

piagato dal dovere, dai melensi
frutti delle scuole, perché mia scuola
è il vento, l’aria che mi porta ai densi

giochi delle farfalle; e la tua gola
secchi dell’aspro succo di tue note.
Il Grillo prese luce dalla stuoia

di sciocchezze che giravan le ruote
mentali di Pinocchio, e disse allora:
– Povero grullo! Queste son carote

per tenerti ben schiavo, sotto prora
ad ogni padrone, come un somaro. –
– T’ammazzo, Grillo! – gli gridava ancora

il burattino duro, e dentro il chiaro
lumeggiare del grillo si affannava
la morte e la saggezza, come un riparo

estremo: – Puoi trovar dentro la cava
di un mestiere, l’onore o il disonore,
fa lo stesso se catena t’inchiava. –

Pinocchio disse: – Schiava del sudore
non sarà la mia vita, ma soltanto
del mangiar, del dormire e dell’ amore. –

Dalla sua morte il Grillo n’ebbe un pianto:
– Ho pena assai per te, ché sei già vinto!-
Il burattino sente l’arma intanto

che gli monta da dentro il corpo finto:
– Bada, t’ammazzo! – e già con il martello
spiaccicata ha la testa sullo stinto

Cesare Pavese – Gente che non capisce

Cesare Pavese

Gente che non capisce

Sotto gli alberi della stazione si accendono i lumi.
Gella sa che a quest’ora sua madre ritorna dai prati
col grembiale rigonfio. In attesa del treno,
Gella guarda tra il verde e sorride al pensiero
di fermarsi anche lei, tra i fanali, a raccogliere l’erba.

Gella sa che sua madre da giovane è stata in città
una volta: lei tutte le sere col buio ne parte
e sul treno ricorda vetrine specchianti
e persone che passano e non guardano in faccia.
La città di sua madre è un cortile rinchiuso
tra muraglie, e la gente s’affaccia ai balconi.
Gella torna ogni sera con gli occhi distratti
di colori e di voglie, e spaziando dal treno
pensa, al ritmo monotono, netti profili di vie
tra le luci, e colline percorse di viali e di vita
e gaiezze di giovani, schietti nel passo e nel riso padrone.

Gella è stufa di andare e venire, e tornare la sera
e non vivere né tra le case né in mezzo alle vigne.
La città la vorrebbe su quelle colline,
luminosa, segreta, e non muoversi più.
Così, è troppo diversa. Alla sera ritrova
i fratelli che tornano scalzi da qualche fatica,
e la madre abbronzata, e si parla di terre
e lei siede in silenzio. Ma ancora ricorda
che, bambina, tornava anche lei col suo fascio dell’erba:
solamente, quelli erano giochi. E la madre che suda
a raccogliere l’erba, perché da trent’anni
l’ha raccolta ogni sera, potrebbe una volta
ben restarsene in casa. Nessuno la cerca.

Anche Gella vorrebbe restarsene sola, nei prati,
ma raggiungere i più solitari, e magari nei boschi.
E aspettare la sera e sporcarsi nell’erba
e magari nel fango e mai più ritornare in città.
Non far nulla, perché non c’è nulla che serva a nessuno.
Come fanno le capre strappare soltanto le foglie più verdi
e impregnarsi i capelli, sudati e bruciati,
di rugiada notturna. Indurirsi le carni
e annerirle e strapparsi le vesti, così che in città
non la vogliano più. Gella è stufa di andare e venire
e sorride al pensiero di entrare in città
sfigurata e scomposta. Finché le colline e le vigne
non saranno scomparse, e potrà passeggiare
per i viali, dov’erano i prati, le sere, ridendo,
Gella avrà queste voglie, guardando dal treno.

Trilussa – La libberta de pensiero

Trilussa
La libberta de pensiero
Un Gatto bianco, ch’era presidente
der circolo der Libbero Pensiero,
sentì che un Gatto nero,
Libbero pensatore come lui,
je faceva la critica
riguardo a la politica
ch’era contraria a li principi sui.
Giacché nun badi a li fattacci tui,
je disse er Gatto bianco inviperito

rassegnerai le propie dimissione
e uscirai da le file der partito:
ché qui la pói pensà libberamente
come te pare a te, ma a condizzione
che t’associ a l’idee der presidente
e a le proposte de la commissione!
È vero, ho torto, ho aggiro malamente… —
rispose er Gatto nero.
E pe’ restà ner Libbero Pensiero
da quela vorta nun pensò più gnente.

Trilussa – La cecala rivoluzzionaria

Trilussa
La cecala rivoluzzionaria
Una Cecala rivoluzzionaria
diceva a la Formica:
— Povera proletaria!
Schiatti da la fatica
senza pensa che un giorno finirai
sott’a le zampe de la borghesia
che a le formiche nun ce guarda mai!
Ma che lavori a fa’, compagna mia?
Pianta er padrone e sciopera
prima ch’arivi un piede propotente
che te voja frega la mano d’opera!
Tu guarda a me: d’inverno nun fo gnente,
e ammalappena sento li calori
me sdrajo in faccia ar sole e canto
l’Inno de li Lavoratori!