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Jabra Ibrahim Jabra – Alla ricerca di una Patria

Jabra Ibrahim Jabra (Irak)
Alla ricerca di una Patria

Ho cercato nelle foreste del cielo
un nome per invocare la mia patria…
nessun frutto è caduto
il silenzio grava sulle mie manie
i miei passi esitano nella strada.
Ho ceduto, mi sono aggrovigliata su me stessa
come i grappoli alla fine della vendemmia.
Senza pause ho galoppato,
cavallo di legno,
l’eco dei suoi passi che turba l’orizzonte,
ho distrutto i miei ponti sulle rive
mi son detta: abito tutto questo silenzio
e questo non mi turba
come la patria quando mi pioveva dalle ferite!
Ho rivolto il mio sguardo al passato.
Lo sguardo è ritornato serto d’acqua….
Ho danzato un po’ con la mia desolazione,
ho gettato in aria la sciarpa delle urla.

Fadel Azzaqui – Il soldato davanti al bunker

Fadel Azzaqui
(Irak)
IL SOLDATO DAVANTI AL BUNKER
Il soldato è fermo davanti al bunker,
guarda a lungo un aereo che va
verso un luogo sconosciuto, all’alba.
Cede al vento soffocato dal fiume delle erbe
al vento che attraversa il campo delle mine scoperte
dove gli uccelli costruiscono nidi
nel casco di un soldato ucciso,
nel cadavere di un carro armato.
Il soldato è fermo davanti al bunker,
pieno della morte seduta dietro l’altra collina.
Orina in silenzio
sulla guerra.

Fadel Azzoqui – Ultimo Irak

Fadel Azzoqui

L’ultimo Irak

 

Ogni notte metto l’Irak sul mio tavolo

pizzico le sue orecchie

finché i suoi occhi lacrimano di gioia.

Un altro inverno freddo invaso dagli aerei

e soldati seduti sul bordo di una collina

che aspettano una Storia che si alzi

dall’oscurità del lago,

un fucile alla mano

che spara angeli

che si esercitano alla rivoluzione.

Ogni notte metto la mia mano sull’Irak,

che sfugge tra le mie dita

come un soldato che scappa dal fronte

Adnan al-Saigh – Inno di Uruk



Inno di Uruk
Adnan al-Saigh

Che ora è?
E’ l’alba per Baghdad
Intanto gli uomini della R. P. G. dietro le palme
Demoliscono la fortezza del dittatore (cerca tra i cassetti
Le sue guardie del corpo:
sono fuggite), si è¨ rifugiato nel gabinetto,
Muore solo e atterrito,
Gli scarafaggi lo trascinano per il collo della camicia,
– tra le rovine
Tintinna con le sue medaglie d’oro,
I vermi si battono sul suo cadavere,
Le telecamere dei giornalisti,
Le mani del popolo strepitante lo legano sul ponte,
Un’insegna annuncia la fine della tirannia.
Poteva essere la nuova alba
per l’Iraq, invece si è aperto
un lungo cunicolo di cui non
si vede la fine

Adnan al Saigh – Traversata per l’esilio

Ho dentro di me un milione d’usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.

Traversata per l’esilio
Adnan al Saigh
Il lamento del treno provoca la commozione
Delle gallerie
Scrosciando sulla lunga rotaia
Dei ricordi
Ed io inchiodato al finestrino
Portando con me metà del mio cuore
E lasciando l’altra
Sul tavolo
A giocare a poker
Con una giovane con le cosce scoperte
Che mi domanda con dolore e stupore
Perchè mai le mie dita sono lacerate
Come il legno dei sarcofagi
Consumati
E spedite come se temessero
Di non afferrare nulla.
Così le racconto del mio Paese,
Delle insegne,
Del colonialismo,
E della gloria della Nazione,
E dei primi rapporti sessuali
Nei bagni pubblici.
Si china con i suoi lunghi capelli
sulle mie lacrime e non capisce
E sull’altro angolo
Mozart dissemina le sue musiche
Tra gli spazi aperti
Coperti di neve,
La mia patria è triste più del
Dovuto
E le mie canzoni sono indomabili,
Violente e timide.
Mi stenderò sul primo
Marciapiede che vedrò in Europa
Sollevando le gambe di fronte ai passanti
Per far vedere loro i segni delle bacchettate
Subite nelle scuole
E nelle carceri che
Mi hanno condotto sin qui.
Ciò che porto con me nella
Borsa non è il passaporto
Ma soltanto una storia
Di oppressione
Cinquanta anni, in cui
Abbiamo ruminato foraggio
Discorsi .
E sigarette rollate.
Mentre fermi davanti ai patiboli
Guardavamo i nostri cadaveri
dondolanti
E applaudivamo ai governanti
per paura dei dossier
Sulle nostre famiglie, tenuti nei
Sotterranei della sicurezza
Dove la Patria
Inizia con il discorso del Presidente
…e finisce con il discorso del Presidente

Passando per i viali
Del Presidente, i canti
Del Presidente, i musei
Del Presidente, i doni
Del Presidente, gli alberi
Del Presidente, le fabbriche
Del Presidente, i giornali
Del Presidente, le scuderie
Del Presidente, le nuvole
Del Presidente, gli accampamenti
Del Presidente, le statue
Del Presidente, i forni
Del Presidente, i pendenti
Del Presidente, le amanti
Del Presidente, le scuole
Del Presidente, le piantagioni
Del Presidente, i riti
Del Presidente, le direttive
Del Presidente¦.
Mi fisserà a lungo
Negli occhi bagnati
Dalla pioggia e dalla saliva
E mi chiederà
Qual è il Paese da cui provengo.
Mentre fermi davanti ai patiboli
Guardavamo i nostri cadaveri
dondolanti

Adnan al Saigh – Iraq

Ho dentro di me un milione d’usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.
Iraq
Adnan al Saigh
Iraq che si allontana
Ogni volta che i suoi passi si stendono
Per l’esilio,
Iraq che esita
Ogni volta che viene aperta una finestra
A metà
Mi dico: oh
Iraq che trema
Ogni volta che passa un ombra
Immagino una bocca di fucile
Che mi punta
Oppure un labirinto,
Iraq che non abbiamo più
Metà della sua storia
Canzoni ed ombretti
Metà dittatura.

Adnan al-Saigh. Nato a Kufa, nel 1955
ha lasciato l’Iraq nell’estate del 1993 dopo che la sua posizione fu gravemente compromessa a causa di una sua opera teatrale tratta, a sua volta, dalla sua poesia Inno di Uruk (nushidu a uruk).
Da allora si è spostato continuamente in diversi Paesi fino ad approdare definitivamente in Svezia. Con lui il rapporto tra poesia e politica diventa piuttosto articolato ed assume
sfumature nuove, spesso estranee ai poeti delle precedenti generazioni. Come al-Saigh stesso ha affermato, la poesia politica rappresenta la morte del poeta.
La poesia autentica, invece, ¨ quella che rende quest’arte immortale.”
Adnan al-Saigh si è dichiarato tanto contro la dittatura quanto contro l’occupazione straniera, a favore invece di un Iraq che guarda alla libertà , alla bellezza e all’umanità , immaginandolo come una fenice che brucia e rinasce dalle proprie ceneri