Archivi categoria: Italia – Primo Levi

Primo Levi – Vecchia talpa

Primo Levi
Vecchia talpa

Che c’è di strano? Il cielo non mi piaceva,
Cosa ho scelto di vivere solo e al buio.
Mi sono fatte mani buone a scavare,
Concave, adunche, ma sensitive e robuste.
Ora navigo insonne
Impercettibile sotto i prati,
Dove non sento mai freddo né caldo
Né vento pioggia giorno notte neve
E dove gli occhi non mi servono più.
Scavo e trovo radici succulente,
Tuberi, legno fradicio, ife di funghi,
E se un macigno mi ostruisce la via
Lo aggiro, con fatica ma senza fretta,
Perché so sempre dove voglio andare.
Trovo lombrichi, larve e salamandre,
Una volta un tartufo,
Altra volta una vipera, buona cena,
E tesori sepolti da chissà chi.
In altri tempi seguivo le femmine,
E quando ne sentivo una grattare
Mi scavavo la via verso di lei:
Ora non più; se capita, cambio strada.
Ma a luna nuova mi prende il morbino,
E allora qualche volta mi diverto
A sbucare improvviso per spaventare i cani.

22 Settembre 1982

Primo Levi – Un altro lunedì

Primo Levi
Un altro lunedì

"Dico chi finirà all’Inferno:
I giornalisti americani,
I professori di matematica,
I senatori e i sagrestani.
I ragionieri e i farmacisti
(Se non tutti, in maggioranza);
I gatti e i finanzieri,
I direttori di società,
Chi si alza presto alla mattina
Senza averne necessità.

Invece vanno in Paradiso
I pescatori ed i soldati,
I bambini, naturalmente,
I cavalli e gli innamorati.
Le cuoche ed i ferrovieri,
I russi e gli inventori;
Gli assaggiatori di vino;
I saltimbanchi e i lustrascarpe,
Quelli del primo tram del mattino
Che sbadigliano nelle sciarpe".

Così Minosse orribilmente ringhia
Dai megafoni di Porta Nuova
Nell’angoscia dei lunedì mattina
Che intendere non può chi non la prova.

Avigliana, 28 gennaio 1946

Primo Levi – Pio

Primo Levi
Pio

Pio bove un corno. Pio per costrizione,
Pio contro voglia, pio contro natura,
Pio per arcadia, pio per eufemismo.
Ci vuole un bel coraggio a dirmi pio
E a dedicarmi perfino un sonetto.
Pio sarà Lei, professore,
Dotto in greco e latino, Premio Nobel, che
Batte alle chiuse imposte coi ramicelli di fiori
In mancanza di meglio
Mentre io m’inchino al giogo, pensi quanto contento.
Fosse stato presente quando m’han reso pio
Le sarebbe passata la voglia di fare versi
E a mezzogiorno di mangiare il lesso.
O pensa che io non veda, qui sul prato,
Il mio fratello intero, erto, collerico,
Che con un solo colpo delle reni
Insemina la mia sorella vacca?
Oy gevàlt! Inaudita violenza
La violenza di farmi nonviolento.

18 maggio 1984

Primo Levi – Per Adolf Eichmann

Primo Levi
Per Adolf Eichmann

Corre libero il vento per le nostre pianure,
Eterno pulsa il mare vivo alle nostre spiagge.
L’uomo feconda la terra, la terra gli dà fiori e frutti:
Vive in travaglio e in gioia, spera e teme, procrea dolci figli.
*
… E tu sei giunto, nostro prezioso nemico,
Tu creatura deserta, uomo cerchiato di morte.
Che saprai dire ora, davanti al nostro consesso?
Giurerai per un dio? Quale dio?
Salterai nel sepolcro allegramente?
O ti dorrai, come in ultimo l’uomo operoso si duole,
Cui fu la vita breve per l’arte sua troppo lunga,
Dell’opera tua trista non compiuta,
Dei tredici milioni ancora vivi?
*
O figlio della morte, non ti auguriamo la morte.
Possa tu vivere a lungo quanto nessuno mai visse:
Possa tu vivere insonne cinque milioni di notti,
E visitarti ogni notte la doglia di ognuno che vide
Rinserrarsi la porta che tolse la via del ritorno,
Intorno a sé farsi buio, l’aria gremirsi di morte.

20 luglio 1960

Primo Levi – Nel principio

Primo Levi
Nel principio

Fratelli umani a cui è lungo un anno,
Un secolo un venerando traguardo,
Affaticati per il vostro pane,
Stanchi, iracondi, illusi, malati, persi;
Udite, e vi sia consolazione e scherno:
Venti miliardi d’anni prima d’ora,
Splendido, librato nello spazio e nel tempo,
Era un globo di fiamma, solitario, eterno,
Nostro padre comune e nostro carnefice,
Ed esplose, ed ogni mutamento prese inizio.
Ancora, di quest’una catastrofe rovescia
L’eco tenue risuona dagli ultimi confini.
Da quell’unico spasimo tutto è nato:
Lo stesso abisso che ci avvolge e ci sfida,
Lo stesso tempo che ci partorisce e travolge,
Ogni cosa che ognuno ha pensato,
Gli occhi di ogni donna che abbiamo amato,
E mille e mille soli, e questa
Mano che scrive.

13 agosto 1970

Primo Levi – Nachtwache

Primo Levi
Nachtwache

" A che punto è la notte, sentinella? "

" Ho sentito il gufo ripetere
La sua concava nota presaga,
Stridere il pipistrello alla sua caccia,
La biscia d’acqua frusciare
Sotto le foglie fradice dello stagno.
Ho sentito voci vinose,
Impedite, iraconde, sonnolente
Dalla bettola presso la cappella.
Ho sentito bisbigli di amanti,
Risa e rantoli di voglie assolte;
Adolescenti mormorare in sogno,
Altri volgersi insonni per desiderio.
Ho visto lampi muti di calore,
Ho visto lo spavento di ogni sera
Della ragazza che ha smarrito il senno
E non distingue il letto dalla bara.
Ho sentito l’ansito rauco
Di un vecchio solo che contesta la morte,
Lacerarsi una partoriente,
Il pianto di un bambino appena nato.
Stenditi e prendi sonno, cittadino,
É tutto in ordine; questa notte è al suo mezzo

10 agosto 1983

Primo Levi – Lunedì

Primo Levi

Lunedì

Che cosa è più triste di un treno?
Che parte quando deve,
Che non ha che una voce,
Che non ha che una strada.
Niente è più triste di un treno.

O forse un cavallo da tiro.
È chiuso fra due stanghe,
Non può neppure guardarsi a lato.
La sua vita è camminare.

E un uomo? Non è triste un uomo?
Se vive a lungo in solitudine
Se crede che il tempo è concluso
Anche un uomo è una cosa triste.

17 gennaio 1946

Primo Levi – Lilít

Primo Levi
Lilít

Lilít nostra seconda parente
Da Dio creata con la creta stessa
Che servì per Adamo.
Lilít dimora in mezzo alla risacca,
Ma emerge a luna nuova
E vola inquieta per le notti di neve
Irrisoluta fra la terra e il cielo.
Vola in volta ed in cerchio,
Fruscia improvvisa contro le finestre
Dove dormono i bimbi appena nati.
Li cerca, e cerca di farli morire:
Perciò sospenderai sui loro letti
Il medaglione con le tre parole.
Ma tutto è vano in lei: ogni sua voglia.
Si è congiunta con Adamo, dopo il peccato,
Ma di lei non son nati
Che spiriti senza corpo né pace.
Sta scritto nel gran libro
Che è donna bella fino alla cintura;
Il resto è fiamma fatua e luce pallida.

25 maggio 1965

Primo Levi – L’elefante

Primo Levi
L’elefante
Scavate: troverete le mie ossa
Assurde in questo luogo pieno di neve.
Ero stanco del carico e del cammino
E mi mancavano il tepore e l’erba.
Troverete monete ed armi puniche
Sepolte dalle valanghe: assurdo, assurdo!
Assurda è la mia storia e la Storia:
Che mi importavano Cartagine e Roma?
Ora il mio bell’avorio, nostro orgoglio,
Nobile, falcato come la luna,
Giace in schegge tra i cintoli del torrente:
Non era fatto per trafiggere usberghi
Ma per scavare radici e piacere alle femmine.
Noi combattiamo solo per le femmine,
E saviamente, senza spargere sangue.
Volete la mia storia? E breve.
L’indiano astuto mi ha allettato e domato,
L’egizio m’ha impastoiato e venduto,
Il fenicio m’ha ricoperto d’armi
E m’ha imposto una torre sulla groppa.
Assurdo fu che io, torre di carne,
Invulnerabile, mite e spaventoso,
Costretto fra queste montagne nemiche,
Scivolassi sul vostro ghiaccio mai visto.
Per noi, quando si cade, non c’è salvezza.
Un orbo audace mi ha cercato il cuore
A lungo, con la punta della lancia.
A queste cime livide nel tramonto
Ho lanciato il mio inutile
Barrito moribondo; Assurdo Assurdo

Primo Levi – Le stelle nere

Primo Levi
Le stelle nere
Nessuno canti più d’amore o di guerra.
L’ordine donde il cosmo traeva nome è sciolto;
Le legioni celesti sono un groviglio di mostri,
L’universo ci assedia cieco, violento e strano.
Il sereno è cosparso d’orribili soli morti,
Sedimenti densissimi d’atomi stritolati.
Da loro non emana che disperata gravezza,
Non energia, non messaggi, non particelle, non luce;
La luce stessa ricade, rotta dal proprio peso,
E tutti noi seme umano viviamo e moriamo per nulla,
E i cieli si convolgono perpetuamente invano.

30 novembre 1974