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Attila József – Quello che nascondi nel cuore

Attila József

Quello che nascondi nel cuore

Quello che nascondi nel cuore,
aprilo agli occhi,
quello che ti pare di vedere,
aspettalo nel tuo cuore.

Di amore si muore,
chi è vivo
dicono
ma la felicità ci vuole,
ci manca come un pezzo di pane.

Chi è vivo, rimane sempre un bambino,
e vuole tornare nel grembo materno
o si ama o si uccide,
campo di battaglia o letto nuziale.

Sarai tu l’ottantenne, che
ucciso dalla nuova generazione,
mentre muori
generi milioni col tuo sangue.

Tu la spina nel piede
non ce l’hai più,
e dal tuo cuore
scappa anche la morte.

Quello che ti pare di vedere,
con la mano devi prendere,
quello che nascondi nel cuore,
uccidilo o bacialo forte.

Attila Jozsef – All’uomo toccano –

Attila Jozsef –
All’uomo toccano –

All’uomo toccano due fiori,
uno lo mette sul cappello
e l’altro invece lo dà via,
li fa appassire tutt’e due.
Perciò si attrista e vagabonda
sul ponte; l’acqua, ecco, lo chiama:
scendere, no, che non ti lascio –
perde qualcosa, se ne scorda.
E ride e batte i denti – è sera:
la schiuma piaga l’acque, l’uomo
si appoggia al braccio, si addormenta,
ma sempre più diventa buio.

Attila Jòzsef – Metti la mano

Attila Jòzesf
Metti la mano

Metti la mano
sulla mia fronte,
come se la tua mano
fosse la mia.

Custodiscimi, come
chi a uccidere è pronto,
come se la mia vita
fosse la tua.

Amami, come
se fosse una cosa buona,
come se il mio cuore
fosse il tuo.

Attila József Il dolore

Attila József

Il dolore

Il dolore è un postino grigio, muto,
col viso scarno, gli occhi azzurro-chiari;
gli pende giù dalle fragili spalle
la borsa, scuro e logoro ha il vestito.

Dentro al suo petto batte un orologio
da pochi soldi; timido egli sguscia
di strada in strada, si stringe alle mura
delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. Ed ha una lettera per te.

Attila Jòzsef – Come nel campo…

Attila Jòzsef

Come nel campo…
(Mint a mezõn…, 1936)

Come nel campo il bambino
raggiunto dal temporale,
e non c’è casa o madre
dove potesse andare,
il cielo pesante e furioso romba,
sul campo svolazza la paglia,
e lui come animale mugola,
piangerebbe, ma ha paura,
sospirerebbe, ma d’improvviso
arriva un soffio gelido dal cielo,
e solo quando un brivido leggero
corre sul suo magro corpo e viso,
come un lampo improvviso
e la pioggia nera diluvia tutto
come se fosse suo pianto gigantesco,
che si accumula nei campi,
inonda l’erba, colma le fosse,
ne scava altre, ondeggia nel prato,
nel ruscello, anzi nel cielo,
e il bambino si avvia nel campo;
così mi sorprese il desiderio
selvaggio e improvviso
e cominciai a piangere,
sebbene fossi già uomo.
E su questa terra
bagnata di pianto
dove è difficile
alzare i piedi,
quando c’è fretta,
mi fermo ora.
Il suo desiderio
ignorerei se mi amasse.

Attila József: – Saluto a Thomas Mann

Attila József:

Saluto a Thomas Mann

Come un bambino che riposare vuole,
arrivato al letto finalmente,
ti prega: resta e racconta,
(così della notte non ha paura)
e quando il suo piccolo cuore batte forte,
non sa neanche lui, cosa vuole,
la fiaba o che tu resti là:
così ti preghiamo, siediti qui tra noi e racconta.
Ripeti ciò che hai detto, sebbene ci ricordiamo,
racconta che sei tra noi e noi siamo con te insieme,
noi che abbiamo la sorte del mondo nel cuore.
Tu lo sai, il poeta non mente mai,
dì la verità, non solo il reale,
racconta la luce, che ci illumini la mente,
perchè siamo nel buio se non siamo insieme.
Come Hans Castorp vedeva il corpo di madame Chauchat,
così ci vediamo illuminati dai raggi X ora.
La tua voce calda non è disturbata da alcun rumore,
raccontaci pure, cos’è bello, cos’è male,
dal lutto al desiderio alzando il nostro cuore.
Abbiamo appena seppellito povero Kosztolànyi*,
e l’umanità è consumata da Stati mostruosi,
e noi chiediamo con orrore: cosa verrà ancora?
da dove arrivano queste ideologie perverse,
dove si prepara il veleno, che ci verrà dato,
e fino a quando potrai leggerci ancora?…
Si tratta di restare uomo chi è uomo,
e donne le donne, gentili e libere,
e tutti umani, perchè l’uomo è sempre di meno…
Accomodati, prego, e comincia la fiaba.
Ti ascolteremo e ci sarà a chi basterà guardarti,
perchè contento di vedere un europeo tra i bianch

Attila Jòzsef – Mia madre

Attila Jòzsef

Mia madre

Una domenica sera mia madre è tornata
fra le mani recando due pentolini:
sorrideva in silenzio e s’è fermata
un po’ nella penombra.

Nelle pentole c’erano gli avanzi
della cena dei nostri padroni;
anche a letto, dopo, io pensavo
che quelli ne mangiano pentole piene.

Mia madre, esile, scarna, è morta giovane:
le lavandaie muoiono presto.
Le gambe non reggono ai carichi,
la testa duole dallo stirare.

Ed è il bucato la loro montagna!
Per allietanti giochi di nuvole,
il denso vapore, e per cambiare aria
le lavandaie hanno, su, la soffitta.

La vedo: sta con il ferro da stiro.
Il capitalismo ha spezzato il suo fragile corpo;
si fece sempre più striminzita
– pensateci, proletari.

Si aggobbì per lavare:
ed io non sapevo che era ancora giovane.
Sognava di avere un grembiule pulito
e allora il postino la salutava.