Giuseppe Giusti – A Radeschi

Giuseppe Giusti

A Radeschi

 

 

Oh mio Poerio!

O dolce amico!

Appena il veneto

leone antico

ruppe i silenzi

del curvo lito,

ti crebbe l’animo

del suo ruggito.

Non ti ritennero

le forze affrante,

i lieti studi,

la madre amante.

Là per la patria

lasciasti l’ossa,

e doppio lauro

t’ornò la fossa.

Della vittoria

le nostre genti

quel dì mandarono

inni e lamenti;

quel dì sull’Adria

calossi a volo

di santi spiriti

giovine stuolo;

di santi spiriti,

che mesto e lieto,

cadendo, fecero

Arno e Sebeto,

quando l’attonito

spettro d’Armino

riscosse il fulmine

del ciel latino.

In man recavano

l’eterna fronde

colta del Mincio

là sulle sponde;

e circuivano

l’amato letto,

e ti baciavano

la fronte e il petto;

e sciolta l’anima

dal corpo anelo,

teco ripresero

la via del cielo.

Oh! se l’esempio

non cada indarno;

se un giorno il Tevere

la Dora e l’Arno,

e l’onde sicule,

in sé rubelle,

concordi uniscano

l’onde sorelle!

Ecco la collera

di Dio discende:

vecchio, riscuotiti,

leva le tende!

Fuggi, t’incalzano

cavalli e fanti:

via dall’Italia,

ladroni erranti!

Chi sa? nell’ultima

ora pentito,

quando il presagio

dell’infinito

balena all’anima

sgomenta e sola,

che al suo principio

nuda rivola;

forse una lacrima

sui nostri guai,

feroce vecchio,

versar dovrai.

Avrai, carnefice,

la morte allato,

di tante vittime

più sconsolato.

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