La Divina Commedia ( MI SCUSI) Dante Alighieri

La Divina Commedia
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Dante Alighieri
Mi scusi
Nel mezzo del viaggio colla Sita (1),

mi ritrovai bloccato all’Osmannoro (2),
che la diritta via era smarrita.
*
Ahi, quanto a dir “malfatta” quasi ignoro
esta rotonda, detta “alla francese”,
che gira gira stimola il piloro (3)
*
e all’autista del bus che lì s’intese
passar, dette la nausea et il palletico. (4)
S’aggiunga poi da lustri, non da un mese,
*
(causa lavoro invero non frenetico),
l’etterno di tramvia maxi-cantiere,
e intender si potrìa l’effetto e(r)metico. (5)
*
Volea la mia Fiorenza rivedere,
bissando il tour ch’io mossi in Oltretomba,
(e che a i’ Benigni paga il lesso e il bere),(6)
*
all’incontrario, però, tornando a bomba
dall’aldilà al mio bel san Giovanni. (7)
Ma non sapea che stuol di teste a tromba,
*
nel mentre, avean prodotto tanti danni,
da far di mia Fiorenza, dall’interno,
un gran bordello, un rio sito d’affanni,
*
fra Disneyland et Sòdoma: un Inferno.
Io non so ben ridir com’io vi entrai:
dal “divorato” bus scesi all’esterno
*
ché la “vorace” via abbandonai. (8)
Poscia che del cantiere trovai lo passo,
(sicur, come il Berlusca certo assai
*
fu che Brunetta sempre era ‘l più basso) (9)
ripresi via per le Piagge (10) diserta.
Ma… (scrivo “lonza”: il parlar turpe casso…)
*
…accade che una…”lonza” si diverta. (11)
Griffata da Cavalli (12), leopardata,
(ché di pel macolato era coverta),
*
m’arròta un pie’, giaguara sciagurata,
guidando un Suv, e, deh! quasi m’ammazza.
Ma o vigili, o icché fate? E‘ va “smacchiata”! (13)
Questa m’ asfalta! E in più, pure s’incazza.
Ingenuo! I‘ non sapea che sol si apposta,
di urbani, qui in Fiorenza, quella razza,
*
dentr’ un ufficio. Oppur multa la sosta
(in una zona blu fatta a capocchia)
al contumace, che men fatica costa:
*
basta un foglietto rosa, e tanta spocchia.
E in somma: dalla fèra in panta-pelle,
(la …“lonza”) trovai scampo. Ma mi adocchia,
*
prima ch’io possa riveder le stelle,
una Torpedo, anzi: un Torpedone. (14)
Un mostro alto due piani, che alle belle
*
vestigia di Fiorenza, in escursione,
porta il di foto maniacale ingordo,
anzi ne porta orde, a profusione.
*
Suona la tromba, e quasi mi fa sordo.
Mi faccio in là. Cerco fuggir la fame
di “selfie”, (15) che a me, Dante, per ricordo
*
di certo vorrian fare quelle dame
e i cavalier venuti dal Giappone.
Ma una Talpona, che di tutte brame
*
di Nodavìa , (16) grandiosa, è in dotazione,
ecco s’avventa giù, ai no-Tav invisa,
a scavar tunnel sotto il Cupolone.
*
La chiaman, meleggiando, “Monna Lisa”,
ma è brutta come il Monni, (17) a lui sia pace.
Almeno lo facesse sotto a Pisa,
*
lo scavo (ahi, vituperio!) sì rapace!
Che Talpa! Trivellava a tutto fòco,
oscena come un tanga di Versace.
*
E mentr’io rovinava in basso loco,
dentro all’orecchie mie mi si fu offerto
chi per lungo ciarlare parea fioco.
*
Quando lo vidi, in scheda capolista,
“Miserere di me”, gridai a lui,
che tu sia òmo, bestia o socialista!”.
“Non socialista – ” fe’ ,“socialista fui.
Non fui con Berluscon, né coi Lumbardi:
scelsi i Diesse, e Renzi poi: ambedui.
*
Nacqui sub Craxi, ancor che fosse tardi,
ma crebbi in Tuscia sotto Valdo il buono (18),
nel tempo de li schei falsi e bugiardi. (19)
*
Li schei, i vaini, i dindi dal bel suono,
ch’io mai bramai, ché basta a me la gloria
di fare il Giani, ed esser come un tuono
*
che dolce segua il lampo, sanza boria,
per star sopra uno scranno qui a Firenze:
uno qualsiasi, a strologar la Storia,
*
cogliendo baci e pacche – e preferenze.
Son anco Presidente dei Dantisti,
ti studio, adunque, e ‘un bado alle scemenze.
*
Ma pure son boy-scout, fan dei rugbisti,
massone, ebreo, goliardo e focolare,
mi tuffo in Arno il primo, non c’è cristi,
*
se a capodanno me lo fanno fare. (20)
Presiedo nel Palazzo (21), curo mostre,
son pope, e cappellano militare.
*
Son membro delli amici delle giostre.
Aiuto-imam, prefàtor di volume,
custode delle tradizioni nostre.
*
Fu allor che nella mente accesi il lume.
“Or se’ tu quell’Eugenio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?”,
*
rispuos’io lui con vergognosa fronte.
“Son desso”, fece il Giani, “e vo’ capire
perché non sali il difettoso monte”.
*
“Gli è troppo difettoso da salire!
E’ terra del Talpone in cui mi involsi”,
fec’io. “Dentr’a Fiorenza, il vero a dire,
*
la brama di tornare… un po’ mi tolsi.
Sollèvami da ciò, o ubiquo saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”.
*
“A te convien tenere altro viaggio”,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
“se vuo’ scampar a Campi, ch’è selvaggio.
*
Tieni un biglietto orario, ora si ride:
si piglia il 29 qui davanti.
Prima o poi passa, s’entra e ci s’asside
*
fra pensionati, vu’cumprà e badanti,
si va in Fiorenza, lenti, ma s’arriva,
son tutti “portoghesi” non paganti.
*
Allor vedrai l’Inferno in altra riva:
non d’Acheronte, ma dell’Arn’ oscuro:
stracca Fiorenza, lei che pur fu diva”.
*
“Un altro Inferno! Altro viaggio duro”,
diss’io. “Che palle, Eugenio. E pure pago.
Ci batto sempre il muso in questo muro,
*
l’anno seguente fisso con Trivago!” (22)
Lo duca mio sorrise, a labbra mute.
Poi disse: “Tu vedrai: sono un po’ mago.
*
Non è città che scoppi di salute,
qui vi morì, dopata a camomilla,
l’Arte di turno, e il Monni di bevute.
*
Ma pur nel fango a volte un sasso brilla
ed è un diamante!” “O l’è un coccio di vetro!”
diss’io, che ancor l’esilio un po’ mi spilla. (23)
*
E lui: “Madonna mia, come sei tetro!
Ma ecco il 29, finalmente!”
Salì sul busse, ed io li tenni dietro.

Note

1) Vai, si comincia subito con le dolenti note. Potendo, io ne farei anche a meno. Ma che Dante sarebbe, senza note? E dunque… “”Sita””: nome di una ditta di trasporto pubblico extraurbano dai caratteristici mezzi bianchi e blu, e l’odore degli interni da molti sofferto come causa-effetto di perturbazioni gastriche lungo i percorsi collinari e montani più tortuosi. Esso viene qui impiegato, giusta la consuetudine popolare, come eponimo del singolo autobus.
2) Plaga desolata della piana fiorentina, fra le località di Peretola, Brozzi e Campi (più avanti citate), territorio “”selvaggio”” ove leggendariamente alligna “”la peggio (in versione indigena: “”la meglio””) genìa che Cristo stampi””.
3) Sfintere situato fra lo stomaco e il duodeno. Dante, con la figura retorica della sinèddoche, lo associa qui alle contrazioni addominali che, per sollecitazioni per lo più accidentali e involontarie (radiodiffusione di canzoni di Gigi D’Alessio, notizie di compravendita di parlamentari), possono provocare conati di vomito, come è appunto qui il caso.
4)Termine popolaresco per indicare il tremore indotto da patologie per lo più senili, ma anche da sovreccitazione nervosa, ansia, smarrimento. (“”Ma che tu cciai, i’palletico?””).
5) Si segnalano qui, senza aderire in via preferenziale all’una o all’altra tesi, entrambe le lezioni vigenti: l’effetto sull’autista della Sita prodotto dalla rotonda alla francese complicata dal maxi-cantiere della tramvia, può essere indifferentemente considerato «ermetico», in quanto chiude o limita l’accesso alla città, ma anche “”emetico””, in quanto provoca nausea e antiperistalsi.
6) Dante lancia qui una sapida frecciata al comico toscano, ormai da anni spompato, e votato per lo più alla Lectura pubblica della Divina Commedia, intascando lauti compensi atti ad assicurargli ampi mezzi di sostentamento: qui ironicamente minimizzati (“”il lesso e il bere””).
7) È, naturalmente, il Battistero di Firenze, qui indicato, per sinèddoche, come sinonimo della città.
8) Per metafora, come è consueto nei poeti e nei politici a corto di idee, Dante definisce qui “”vorace”” la via attorno al cantiere, che dunque ha come inghiottito nell’ingorgo, e “”divorato””, la Sita che lo trasportava a Firenze.
9) Si intenda: dopo che trovai il passaggio (il “”passo””) per uscire dal cantiere, sentendomi “”sicuro”” come fu sempre «certo» Silvio Berlusconi che Renato Brunetta fosse “”il più basso”” (sia in senso assoluto, erga omnes, sia in senso relativo rispetto allo stesso, pur non longilineo, Berlusconi).
10) Quartiere periferico di Firenze, non lontano dall’Osmannoro, ma più vicino a Don Santoro (prete di frontiera impegnato in una pastorale con forti connotati socio-politici).
11) Semi-censura da parte di Dante dell’epiteto spregiativo, di cui mantiene tuttavia l’eloquente rima in –onza. Insomma, “”De Vulgari Eloquentia””, va bene, ma senza esagerare col “”Vulgari””.
12) Si allude qui a Roberto Cavalli, stilista fiorentino iper-lampadato caratterizzato da un uso insistito di motivi leopardati e tigrati, con paradossale effetto tamarro-chic, nei suoi tessuti. Molto gettonati da altrettanto iper-lampadate autiste di Suv, meglio se Porsche Cayenne di colore nero parcheggiati abusivamente in piazza Strozzi nello spazio invalidi più vicino al Colle Bereto.
13) La punizione-umiliazione della “”giaguara”” in termini di smacchiatura, allude all’infelice battuta dell’ex segretario pd Pierluigi Bersani, coniata adeguando alla progettata, e poi sostanzialmente inattuata, sconfitta del “”giaguaro”” Berlusconi una simpatica allegoria a base zoomorfa (“”Siamo mica qui a smacchiare i giaguari, neh…””).
14) Il Torpedone-Torpedo (o torpedine), mastodontico bus turistico, è dunque la seconda “”belva””, dopo la Lonza, e prima della Talpa Tav, che si oppone all’accesso di Dante nell’Inferno fiorentino.
15) Un tempo detto “”autoscatto””, ed esposto a macchinose preparazioni di esito incerto e periglioso, il “”selfie”” col cellulare, autoritratto effettuato preferibilmente in contesto turistico, con fidanzata/o, gruppo di amici, o con celebrità abbordata per strada, o con qualunque altra boiata sulla sfondo, divenne, lungo il secondo decennio del XXI secolo, un’autentica mania collettiva e una pratica narcisistica ai limiti dell’autoerotismo.
16) Consorzio di cooperative titolari dell’appalto di Rete Ferroviaria Italiana per l’escavazione del tunnel per l’alta velocità sotto il cosiddetto “”nodo fiorentino””, progetto al momento fermo, gravato da inchieste della magistratura, e, forse, oggetto di ennesimo ripensamento. L’escavazione della galleria andrebbe effettuata con un’enorme trivella meccanica, familiarmente appellata “”la Talpa””, o, più leggiadramente , “”Monna Lisa””.
17) Gioco di parole fra il nome “”Monna”” e il cognome del ruspante attore fiorentino Carlo Monni, sodale del primo Benigni “”proletario””, molto amato in città, e recentemente, prematuramente scomparso. In effetti, bellino ‘unn’era, ma ganzo sì.
18) Il nuovo Virgilio è dunque per Dante Eugenio Giani detto Prezzemolino, attuale Presidente del Consiglio Regionale, politico fiorentino di lungo corso, di ubiqua frequentazione nella società civile cittadina, campione di preferenze, appassionato di storia e di tradizioni locali, titolare di innumerevoli cariche pubbliche e associative. Oggi pd di stretta osservanza renziana, ma nato politicamente nella sinistra socialista di Valdo Spini (qui detto “”il Buono””, in antitesi al “”cattivo”” Bettino Craxi), si propone credibilmente, in quanto coordinatore dei festeggiamenti per il 750esimo dantesco, addirittura come guida del Poeta nell’infernale aldiquà.
19) Li “”schei falsi e bugiardi”” (“”falsi”” moralmente, tecnicamente erano autenticissimi) identificano chiaramente, nella metafora dantesca, l’era corrotta e corrusca di Tangentopoli. Acqua passata, si capisce.
20) Allusione al tradizionale tuffo di Capodanno dei Canottieri, al quale Giani da anni partecipa regolarmente, purché fotografato e ripreso dalle tv locali.
21) Il palazzo è naturalmente Palazzo Panciatichi: sede, a Firenze, del Consiglio Regionale Toscano.
22) Celebre agenzia di viaggi on line.
23) “”Mi spilla””, cioè mi punge, mi sta come una spina nel fianco. Dante ammette che la faccenda dell’esilio non l’ha ancora mandata giù, dopo sette secoli e passa. Ma come dargli torto?

Alberto Severi

Giornalista

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