Cesar Vallejo – Nella cella,nel duro anche

Cesar Vallejo
PERÙ
Nella «maxima» – il carcere di massima sicurezza di Lima – dove tra paura, privazioni e speranze, sopravvivono tante donne accusate di «terrorismo», non c’è quasi nulla che non sia proibito. Proibito, soprattutto, è scrivere, leggere, ascoltare la radio, tenere penne e matite…

Da A miei cinquecento giorni nel carcere del terrore», testimonianza di Gabriela Guarivo, in «Avvenimenti», 8 gennaio 1997

Nella cella, nel duro, anche
Nella cella, nel duro, anche
i cantoni si acquattano.

Accomodo ciò che, nudo, fa grinze,
si piega, si sfilaccia.

Smonto dal mio cavallo ansante, soffiando
via tracce di percosse e di orizzonti:
piede schiumoso contro i suoi tre zoccoli.
E lo incito: Andiamo, animale!

Si piglierebbe meno, sempre meno
di quanto mi toccava dare
nella cella, nel liquido.

Il compagno di carcere mangiava il grano
delle colline col mio stesso cucchiaio
quando, bambino, alla paterna tavola,
m’addormentavo masticando.

Sussurro all’altro:
torna, esci dall’altra parte:
sbrigati, via, fa’ in fretta!

E senza avvedermene progetto, almanacco s
ul lettuccio sconnesso, so capire:
Ma no. Quel medico è un uomo sincero.

Non riderò più quando mia madre pregherà
nell’infanzia, la domenica, alle quattro
dei mattino, per i viandanti,
i carcerati,
gli ammalati
c i poveri

Nel recinto dei bambini, non darò più
pugni a nessuno di loro, che dopo,
anche sanguinando, avrebbe pianto: sabato
ti, darò la mia carne, ma tu
non mi picchiare!
Non gli dirò più va bene.

Nella mia cella, nel gas illimitato
che ti arrotonda condensandosi,
chi incespica lì fuori?
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